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L’ENZIMA DELLA CONCORRENZA TRA SLOGAN E EQUIVOCI E-mail
Concorrenza
di Emilio Barucci
11 febbraio 2011
concorrenzaTravolto dagli scandali, il governo Berlusconi si sveglia come se nulla fosse dal letargo e riscopre il problema della crescita del Paese affidando a se stesso un compito importante per rilanciarla.

Nell’azione di governo a dire il vero domina il pressappochismo. Dal roboante annuncio di una modifica costituzionale in senso liberale, che tutti sanno non potrà avere luogo e che soprattutto avrà ricadute nulle sull’economia, si passa ad una legge sulla concorrenza che è ancora di là da venire – fino ad ora si parla di stazioni di servizio per i carburanti e poco altro – al riordino del sistema degli incentivi alle imprese, al rilancio (non si sa come) del piano casa e a un piano per il sud che dovrebbe prevedere un parziale reintegro di risorse tolte in passato. Tutto questo senza stanziare neppure un euro aggiuntivo.

La pochezza delle misure è tale che non possono essere accomunate alla stagione delle riforme messe in campo - con ben altro spirito - negli ultimi venti anni: eppure esse sono legate tra loro almeno superficialmente dal tentativo di rilanciare il Paese tramite un’iniezione di concorrenza e di privato. Un filo rosso che merita qualche riflessione.

E’ di Carli, negli anni ’70, lo slogan ‘‘liberare l’Italia da lacci e lacciuoli’’; negli anni ’90 abbiamo avuto la stagione delle riforme imperniata su due strumenti cardine: privatizzazione (che andava ad incidere sulla struttura proprietaria) e concorrenza (che agiva sugli incentivi eliminando le rendite). Più di recente è stato Padoa Schioppa a parlare dell’enzima della concorrenza che sarebbe capace di catalizzare energie positive per il Paese. Sono solo alcuni esempi di un dibattito che è ricco di riferimenti alla necessità di una svolta liberale per il Paese.

Liberalizzazioni e privatizzazioni erano e sono un binomio necessario per il rilancio del Paese? La risposta è Sì, ma non possiamo affidargli capacità taumaturgiche che non hanno. Soprattutto – affinché abbiano effetti positivi - hanno bisogno di istituzioni forti e di una riqualificazione dell’intervento pubblico ad ampio raggio che non c’è stata. Senza questo sforzo, la privatizzazione rischia di tramutarsi in un trasferimento di una rendita dal pubblico al privato e il processo di liberalizzazione può divenire sinonimo di deregolazione tout court e di diritto a fare quello che uno vuole – come l’attuale governo teorizza in varie forme. Processi che non sono indolori perché portano con sé pesanti ricadute sul piano redistributivo e sull’efficienza del sistema. 

A ben guardare il binomio privatizzazione-liberalizzazione ha avuto una spinta propulsiva per tutti gli anni ’90 e qualche frutto positivo lo ha prodotto. Le imprese privatizzate hanno subito un recupero di efficienza con limitati effetti occupazionali, i mercati liberalizzati – si pensi all’energia elettrica e a quello delle telecomunicazioni - hanno portato ad uno sviluppo del settore e a tariffe più basse (anche se meno che in altri paesi). Quindi un recupero di efficienza con ricadute distributive non facili da identificare ma non disastrose. Privatizzazioni e liberalizzazioni hanno fatto dunque il loro dovere, ma non hanno fatto quello che qualcuno ingenuamente si aspettava: non hanno ‘‘democratizzato’’ il sistema industriale italiano, non hanno messo in campo investimenti aggiuntivi, non sono state un fattore di crescita, non hanno contribuito a risolvere i problemi infrastrutturali del Paese. Questo perché il privato - sottoposto al morso della concorrenza - non è in grado di garantire questi risultati, perché una regolazione acerba come quella italiana può fare assai poco per catturare le esternalità e curare le miopie del privato e perché la mano pubblica doveva essere più presente in alcuni gangli della vita economica e soprattutto più ferma.

L’attenzione ad una riqualificazione dell’intervento pubblico nelle sue varie forme – regolatore, finanziatore, programmatore, imprenditore – è mancata. Per molti aspetti la qualità dell’intervento pubblico è addirittura peggiorata: si pensi ai conflitti di competenza Stato-regioni, alle difficoltà nel portare a termine le opere pubbliche, alle difficoltà nel dotare il Paese di infrastrutture adeguate passando per attori privati (banda larga in prmis), al fallimento delle nuove politiche decentrate per il mezzogiorno, all’inefficacia degli strumenti messi in campo per favorire l’economia verde. Tutto questo ha poco a che vedere con la concorrenza, piuttosto ha a che vedere con la regolazione, con le istituzioni e con una pubblica amministrazione all’altezza dei loro compiti. Molte delle rendite e delle inefficienze di questo Paese non riguardano la non concorrenza nel mercato ma alcuni snodi della vita economica ancora intermediati dal pubblico, che difficilmente possono essere sanati con un’iniezione di concorrenza.

Per fare solo un esempio, prendiamo il sistema aeroportuale italiano. Abbiamo i due più grandi scali nazionali che mancano da tempo di investimenti e di una vera strategia di sviluppo, tutto questo mentre in Europa assistiamo a progetti di potenziamento senza precedenti. A fronte di tutto questo, la concorrenza-deregolamentazione si è tramutata di fatto nella libertà di sviluppare aeroporti in ogni dove fuori da ogni logica economica, spesso con i soldi pubblici. Questo ha poco a che vedere con la concorrenza quanto con l’inefficienza del sistema di rappresentanza, di regolazione e di governo. Notiamo bene che in questo settore un’autorità di regolazione in teoria è già presente. In questo caso la (finta) concorrenza – tra aeroporti - è stata usata per raggiungere obiettivi di sottogoverno.

Questo non vuol dire che il binomio privatizzazioni-liberalizzzioni debba essere messo in un cassetto, deve essere soltanto una parte di un progetto più ampio di ammodernamento che non ammette scorciatoie: è illusorio pensare che uno shock di concorrenza - che può sanare solo alcuni problemi - abbia un effetto benefico di trascinamento sul resto dell’economia. Sul fronte delle privatizzazioni, c’è poco da fare ma almeno a livello locale bisogna agire con decisione. Sul fronte delle liberalizzazioni, oltre che agire sul fronte dei servizi professionali occorre completare l’assetto regolatorio (acqua, trasporti, poste) e potenziare le autorità che già ci sono dotandole di strumenti adeguati. Soprattutto nel campo delle infrastrutture occorre sfruttare adeguatamente la complementarietà tra concorrenza e regolazione. 

Ci sono dunque ambiti in cui la concorrenza non arriva e non funziona come strumento di governance, in questi casi c’è bisogno piuttosto di un intervento pubblico più efficace. Non è un caso che tra le misure effettive improvvisate dal governo la concorrenza giochi un ruolo marginale. Si fa riferimento a risorse pubbliche per le infrastrutture al sud, soldi pubblici alle imprese per gli investimenti erogati in modo automatico, un piano per la casa che si tradurrebbe nella riduzione dei vincoli autorizzativi da parte del pubblico. Tutto questo ha poco a che vedere con la concorrenza, nelle parole del governo si evoca piuttosto uno Stato che non pone intralci e viene incontro alle esigenze del privato avvalorando la tesi che le riforme dovrebbero liberare l’iniziativa economica da lacci e lacciuoli (imposti dal pubblico). Una deregolamentazione senza paletti.

E’ questo il vero equivoco, troppo spesso concorrenza è stata apparentata con una deregolamentazione senza istituzioni adeguate. Una strada pericolosa in quanto rischia di portare ad una destrutturazione e delegittimazione dei meccanismi di governo e di rappresentanza che non sono forieri di crescita ma soltanto di sottosviluppo. E’ la strada che in parte – forse senza volere - è stata imboccata negli ultimi venti anni e che l’attuale governo teorizza come soluzione di tutti i problemi. 
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