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LA CRISI DEL "FARE IMPRESA": QUALI LE CAUSE, QUALI I POSSIBILI RIMEDI? E-mail
Economia reale
di Paolo Carnazza
04 febbraio 2011
crisi impresaNel biennio 2008 - 2009 si è verificata, all’interno dei principali Paesi industrializzati, una diffusa caduta dello spirito imprenditoriale attribuibile, almeno parzialmente, agli effetti della crisi finanziaria - recessiva. In Italia, sembrerebbero agire anche fattori di carattere strutturale tra cui la scarsa propensione dei giovani ad intraprendere mestieri artigianali e/o l’attività imprenditoriale dei propri genitori. Sempre più impellenti diventano allora interventi volti, soprattutto, a facilitare l’incontro tra il  mondo scolastico e il mondo produttivo.
Gli indizi di una minore propensione al rischio imprenditoriale sembrano confermati da una serie di recenti indicatori provenienti da diverse fonti e analisi statistiche.
In particolar modo, il Global Entrepreneurship Monitor (GME)1, nel suo ultimo Global Report (2009), ha messo in evidenza una diffusa flessione dei vari indicatori qualitativi riguardanti l’imprenditorialità (imputabile, a sua volta, a specifiche componenti psicologiche di ogni individuo quali i relativi atteggiamenti, attitudini, aspirazioni) soprattutto tra i Paesi più industrializzati. In particolare, il GEM ha analizzato gli effetti della più recente recessione sull’attività imprenditoriale e messo a confronto l’andamento dei vari indicatori nel biennio 2008 - 2009 rispetto a quello precedente: il quadro che emerge denota un diffuso peggioramento dello spirito imprenditoriale in tutti i Paesi (ad eccezione dell’Olanda e della Norvegia) accompagnato da una sensibile caduta del Pil pro-capite nel 2009 rispetto all’anno precedente. Tra le principali cause che spiegherebbero la caduta del “fare impresa”, come segnalato dagli stessi imprenditori intervistati, emergerebbero le maggiori difficoltà ad iniziare una nuova attività nel culmine di una nuova fase recessiva, caratterizzata da una forte caduta della domanda e dei profitti (sia correnti che attesi) e da stringenti vincoli di carattere finanziario e creditizio.

Una recente analisi condotta dalla Commissione Europea (CE) conferma la minore spinta all’imprenditorialità tra i principali Paesi europei2. Inoltre, la stessa CE ha elaborato una serie di indicatori sintetici volti a riassumere la posizione di ogni Paese relativamente ai dieci principi riguardanti lo Small Business Act (SBA)3: tra questi un posto di rilievo è occupato dall’imprenditorialità. Il relativo indicatore sintetico, che nasce dall’aggregazione di serie normalizzate, qualitative e quantitative, indica una diffusa caduta tra i Paesi dell’Area UE27 nel 2009 rispetto all’anno precedente.

Relativamente all’economia italiana, vi è poi un’ulteriore conferma: dall’ultimo Rapporto Censis (dicembre 2010), infatti,  emerge una  progressiva riduzione della componente del lavoro non dipendente: in particolare risulterebbero 437 mila imprenditori e lavoratori in proprio (artigiani e commercianti) in meno dal 2004 al 2009, pari al -7,6 per cento4. Inoltre, il Rapporto segnala un forte “sentiment” di demotivazione, diffuso soprattutto tra i giovani: sarebbero poco più di  2 milioni e 240 mila i giovani (tra i 15 e i 34 anni) che non sono impegnati in un’attività di studio, non lavorano, non cercano un’occupazione ma, soprattutto, non sembrano interessati a trovarla.

In sintesi, gli indicatori richiamati sembrano evidenziare un’elevata caduta della “voglia di impresa” attribuibile prevalentemente alla recente crisi finanziaria - recessiva. Ma tale crisi, da sola, può spiegare questa flessione? Oppure possono essere individuate altre cause, più di natura strutturale?

Riguardo al nostro Paese, in particolare, secondo un panel di esperti nazionali5, l’attività imprenditoriale sarebbe ostacolata (al di là, quindi, di fattori di carattere congiunturale) dall’insufficiente disponibilità di prestiti (secondo il 63,9% degli esperti, la percentuale più elevata tra i Paesi maggiormente industrializzati), da insufficienti politiche statali di sostegno (per il 58,3% del panel; solamente la Grecia ha riportato una percentuale più alta con il 63%) e dall’inadeguatezza delle infrastrutture materiali.

Altri fattori strutturali sembrano frenare lo spirito imprenditoriale in Italia: in primo luogo, gli elevati costi burocratici ed amministrativi che continuano a soffocare le nostre imprese soprattutto nelle fasi di start up (come documentato dai vari indicatori della Banca Mondiale); sussiste poi un elevato gap tra la domanda di specifiche attività e mestieri artigianali e la relativa offerta (come emerge dalle varie indagini condotte da Unioncamere). Infine, molto serio è il problema del trasferimento generazionale di molte aziende italiane, costituite prevalentemente sotto forma di ditta individuale a carattere artigianale e dirette (nel 45-50% del totale) da imprenditori con oltre 60 anni di età. Il problema appare aggravato dal fatto che, secondo varie analisi e indagini, molti giovani, figli di imprenditori, non vogliono più seguire le orme dei padri e svolgere un lavoro che, anche a causa dell’aspra e accresciuta concorrenza internazionale, è destinato ad essere  sempre più difficile e rischioso.

Quali azioni, allora, possono essere adottate per stimolare - soprattutto tra i giovani -  il desiderio di diventare imprenditori e per diffondere maggiormente lo spirito imprenditoriale, riconosciuto di fondamentale importanza per i riflessi positivi sulla crescita e sull’occupazione?

Un ruolo importante possono naturalmente giocare agevolazioni di carattere finanziario e fiscale (ad esempio eliminando ogni imposizione fiscale per i primi tre anni di vita) volte a favorire le fasi di start up delle imprese, dirette soprattutto da imprenditori giovani e/o operanti in settori considerati ad elevata potenzialità di crescita (ad esempio nei comparti relativi ai servizi alle persone e alle imprese).

Ma alla luce dei vincoli di finanza pubblica che si prospettano per i prossimi anni, si dovrebbe puntare principalmente su misure a “costo zero” volte alla semplificazione amministrativa e burocratica, a sostenere l’imprenditoria femminile e quella degli immigrati e a favorire la trasmissione di impresa. Contemporaneamente, si dovrebbero sviluppare azioni sul territorio finalizzate a facilitare l’incontro tra il mondo scolastico e il mondo produttivo, così da avvicinare i giovani all’impresa e a far comprendere loro il progetto di vita che, spesso, spinge un individuo verso questa scelta professionale. Importante sarebbe, al riguardo, spingere i giovani anche verso mestieri artigianali di cui (come evidenziato precedentemente) esiste un effettivo bisogno, spesso insoddisfatto dalle “spontanee” tendenze del mercato.

1. Il GEM è un Istituto di ricerca universitario la cui principale finalità è sviluppare analisi e indagini sul fenomeno dell’imprenditorialità in 59 Paesi.
2. European Commission, 2009, Eurobarometer on Entrepreneurship, december.
3. Si rinvia al riguardo al Rapporto 2009, elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico, Small Business Act –
Le iniziative in materia di sostegno alle PMI nell’Europa a 27.
4. I recenti dati di Unioncamere relativamente all’andamento demografico delle imprese, in realtà, sembrano delineare uno scenario meno negativo: sarebbe infatti pari a circa 78 mila il saldo tra le imprese iscritte (circa 381 mila) e cancellate (303 mila)  nei primi undici mesi del 2010.
5. Corbetta G., Dawson A., Valentini G., Global Entrepreneurship Monitor – Italy – 2008 Executive Report.

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