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IL PESO DEI GIOVANI E L’ETÀ AL VOTO E-mail
Politica e Istituzioni
di Paolo Balduzzi, Alessandro Rosina
27 gennaio 2011
eta votoL’Italia è un paese pieno di squilibri generazionali che comprimono la partecipazione attiva dei giovani. Tra i tanti vincoli c’è anche quello rappresentato delle barriere anagrafiche per accedere alla Camera e al Senato.

Le età soglia previste dalla nostra Costituzione sono tra le più elevate nel mondo occidentale e risultano particolarmente inique proprio per le specificità, anche demografiche, del caso italiano. Perché su questo i giovani non si fanno sentire?

Si fa sempre più vivace il dibattito pubblico sulla questione giovanile. In un recente articolo , Lupo sviluppa alcune riflessioni sulla opportunità di abbassare a 18 anni l’età per il voto al Senato (attualmente, come noto, fissata a 25 anni dalla Costituzione). Come abbiamo scritto in varie occasioni1, si tratterebbe non solo di un’innovazione di carattere simbolico, come riconosce lo stesso autore, ma concretamente utile per agevolare l’approvazione di leggi più attente alle nuove generazioni. Ma, proprio in tale direzione, andrebbe contestualmente eliminato anche il vincolo dei 40 anni per essere eletti al Senato.
Questo limite risulta iniquo e anomalo per tre motivi. La prima ragione risiede nel fatto che barriere anagrafiche così elevate sono in contraddizione con i principi meritocratici: la scelta del più adatto a ricoprire un ruolo va basata sulla valutazione delle capacità, indipendentemente dall’età. Questo principio è sempre più riconosciuto nei paesi più avanzati, dove la tendenza è di far acquisire a diciotto anni il diritto di partecipazione all’elettorato attivo e passivo. Il secondo motivo è legato al fatto che quello attualmente in vigore nel nostro Paese è un sistema bicamerale perfetto, il che accentua la portata della barriera anagrafica. Le leggi devono, infatti, essere tutte comunque approvate anche in Senato. Questo significa che solo le leggi che incontrano gli interessi e la sensibilità degli over 40 possono passare. 
Il terzo motivo è di tipo demografico. Si tratta di un punto cruciale che l’articolo di Lupo non tocca ma che ci preme riportare al centro del dibattito su questo tema. Negli ultimi decenni la consistenza quantitativa delle nuove generazioni si è progressivamente ridimensionata. I numeri di questo processo di “degiovanimento” sono impressionanti2. Se nel 1950 gli appartenenti alla fascia 20-39 anni erano 14 milioni (su un’Italia che contava 46,4 milioni di abitanti), nel 2020 saranno circa 13,5 milioni (su un’Italia che avrà 61,6 milioni di abitanti). La maggior riduzione riguarda i più giovani: la quota di under 25 tra gli elettori si è quasi dimezzata (dal 14% all’8%) dall’inizio degli anni Novanta ad oggi.
Da un lato, siamo diventati uno dei paesi con minor consistenza quantitativa di giovani e, dall’altro, siamo rimasti tra quelli con più elevati limiti anagrafici per entrare in Parlamento. L'aver lasciato inalterati i vincoli di età esistenti dal 1948, non solo non ha permesso di aumentare le prerogative delle generazioni più giovani, adeguandole a quelle dei coetanei degli altri paesi, ma le ha di fatto peggiorate, considerata l'accentuata diminuzione della loro consistenza demografica.

Ma perché una riforma non abbia solamente valore simbolico, è opportuno anche riuscire a misurarne l’incidenza. Proprio in questa direzione, e anche per rendere possibili confronti internazionali, abbiamo proposto un indice per valutare il potere politico potenziale dei giovani, combinando i dati sull’età al voto con quelli demografici4. Rimandando al contributo citato per i dettagli sulla sua costruzione, possiamo usare quest’indice per valutare l’effetto dell’abbassamento dei vincoli anagrafici.
Nella tabella allegata presentiamo i risultati di questo esercizio. In particolare, confrontiamo la situazione attuale con l’effetto di riforme volte ad abbassare l’età di elettorato attivo (da 18 a 16 anni per la Camera e da 25 a 18 per il Senato) e l’età di elettorato passivo (a 18 anni per la Camera e 25 per il Senato). Infine, l’ultima colonna considera l’effetto delle due riforme congiunte.

Tabella 1: Riforme e potere politico potenziale dei giovani


Considerando che la media dell’indice tra i Paesi UE (cioè tra gli Stati che hanno partecipato alle elezioni europee del 2009) è pari a 0,442, risulta evidente come, al momento, variazioni nell’età di elettorato passivo possano essere quelle che producono gli effetti maggiori sull’indice. Purtroppo, queste riforme sono anche quelle che prevedono un iter più lungo e difficoltoso (la riforma costituzionale). Ma non per questo sono meno necessarie. Dovrebbero però essere i giovani stessi a chiederle con forza ed insistenza. In Francia (Paese che ha meno urgenza di noi visto che lì i giovani sono molti di più grazie alle più attente e generose politiche per la famiglia) proprio grazie all’insistenza delle associazioni giovanili è stata da poco approvata una riforma che abbassa dai 23 ai 18 anni il limite di età per entrare alla Camera.  Si sta inoltre pensando di togliere i vincoli anagrafici per tutte le cariche pubbliche, lasciando solo quello della maggiore età. Noi quanto dobbiamo aspettare ancora?

1. Si veda ad esempio: P. Balduzzi, A. Rosina, Ancora al voto con le “quote grigie”, www.lavoce.info. http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000244.html
2. www.degiovanimento.com
3. “Italia: giovani bye bye”, Rapporto di ManagerItalia (2010), http://crisiesviluppo.manageritalia.it/2010/11/sos-giovani-la-nostra-denuncia/
4. P. Balduzzi e A. Rosina, “I giovani italiani nel quadro europeo: la sfida del «degiovanimento”, RicercAzione, 2 (2), 2010. http://www.erickson.it/erickson/product.do?id=2495

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