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RIFLESSIONI SU MIRAFIORI E-mail
Lavoro
di Roberto Romei
27 gennaio 2011
riflessioni mirafioriSpente le luci su Mirafiori, come spesso accade, l’evento è archiviato. È invece proprio ora, ormai placato il fuoco della polemica, che di Mirafiori e su Mirafiori occorre parlare e riflettere.

Innanzitutto sul passato. L’accordo, nel migliore dei casi, non ha suscitato entusiasmi: è un accordo duro, ma davvero erano giustificate le levate di scudi in difesa dei diritti calpestati? Proviamo a sottolineare qualche dato.
L’accordo prevede la creazione di una Commissione paritetica di monitoraggio sull’assenteismo e la perdita del primo o del secondo giorno di malattia a carico azienda ove le assenze presentino certe caratteristiche, sostanzialmente intervengano prima o dopo ferie o festività e siano inferiori a cinque giorni. La nuova disciplina non tocca la tutela di legge, ma interviene solo sulla disciplina contrattuale. Davvero si può pensare ad una manomissione di diritti indisponibili dei lavoratori?
Pause e turni: si abolisce una pausa di dieci minuti e si prevede un ventaglio di turni, la cui realizzazione avverrà sempre con la partecipazione delle organizzazioni sindacali. Il sistema è oneroso, ma non isolato: molti contratti nazionali ne prevedono di simili, ad es. i chimici, eppure sono stati approvati in assenza di polemiche anche dalla Cgil.
Infine lo sciopero: le organizzazioni sindacali accettano di rispettare in pieno l’accordo, con la conseguenza che comportamenti individuali o collettivi che siano ad esso contrari ne provocheranno la rottura oltre ad una serie di altre conseguenze anche sui singoli lavoratori. Questo è il punto più controverso dell’accordo, anche giuridicamente; ma al di là dei tecnicismi, è davvero tanto scandaloso che chi si prepara ad investire una somma non indifferente in uno stabilimento pretenda la osservanza più stretta degli accordi raggiunti? Una clausola del genere, ovviamente, implica una limitazione del diritto di sciopero sia per le organizzazioni sindacali che per i lavoratori; e trova riscontri in molti  paesi europei. La limitazione si inserisce in un complesso scambio tra azienda e sindacati, tra investimenti e rispetto dei patti e stabilità dell’organizzazione di lavoro sancita da questi patti. Al di là degli schermi ideologici, che pure hanno avuto tanta parte, non è escluso che questo boccone sia risultato particolarmente indigesto alla Fiom; perché l’accordo di Mirafiori ha, o implica, una valenza partecipativa fortemente disomogenea con la cultura politica e sindacale della Fiom che si muove e si è mossa come se fosse l’unico rappresentante dei lavoratori e di lavoratori perennemente in conflitto.
Di qui la scelta di non firmare; scelta legittima, beninteso, ma che ha un prezzo che la Fiom conosceva benissimo, quello cioè di rimanere priva di una rappresentanza istituzionale all’interno dello stabilimento. E ciò, si badi, in base all’art. 19 dello Statuto dei lavoratori. Una determinazione unilaterale c’è stata, ma non della Fiat bensì della Fiom, che aveva comunque la possibilità di firmare l’accordo pur dissentendo profondamente (ricordate Trentin e l’abolizione della scala mobile?) o di apporre una firma tecnica, come saggiamente suggerito da Susanna Camusso, rispettando così davvero la volontà dei lavoratori. Ed è tutto da dimostrare che rimanere fuori dai cancelli sia una scelta migliore per gli interessi dei lavoratori che non quella di firmare un accordo, anche sommamente indigesto, gestendolo e governandone l’attuazione con i piedi ben piantati sul luogo di lavoro.
Ma tutto questo, in certo senso, appartiene al passato; mentre Mirafiori sollecita qualche riflessione per il futuro.
Mirafiori, e già prima Pomigliano, sono due casi che hanno prodotto accordi nei quali il tema della globalizzazione è venuto alla ribalta con una nitidezza prima sconosciuta. Fiat non è più un’impresa nazionale, ma ormai transazionale, con stabilimenti in diversi paesi - tutti con una produttività più alta di quelli italiani - con una importante partecipazione in Chrisler, società detenuta in maggioranza dalle organizzazioni sindacali e nella quale l’amministrazione Obama ha fatto importanti investimenti; ed a questa società, è inutile nasconderlo, Fiat in qualche modo deve dare conto delle proprie scelte nell’allocazione delle risorse economiche. L’accordo si cala in pieno in un contesto in cui gli attori non sono più solo nazionali e la competizione avviene anche al proprio interno, con altri stabilimenti della stessa casa madre.
E qui si tocca un secondo nodo. La competitività di un’azienda italiana si gioca grosso modo su pochi fattori: infrastrutture, contesto politico amministrativo (ad es., una pubblica amministrazione efficiente), costo delle materie prime, energia, costo del lavoro, organizzazione del lavoro. I primi due non sono governabili dalla singola impresa; il terzo, in un mercato globalizzato, rappresenta un fattore per certi versi comune; il quarto, pesa moltissimo; il quinto, come è noto, ha una incidenza limitata (si è detto intorno al 7%). L’unico elemento su cui un’impresa può incidere è un’organizzazione del lavoro stabile, massimamente efficiente e in grado di modellarsi alle variabili esigenze del mercato. Ed è quello che Fiat ha tentato di fare e che molte altre imprese italiane, spesso inserite in un contesto multinazionale, hanno già fatto e dovranno fare nei prossimi anni.
Tutto questo si traduce in un aumentato ruolo della contrattazione di secondo livello che meglio del livello nazionale è in grado di soddisfare esigenze concrete, puntuali e mutevoli. Ma non è detto che tutto questo porti con sé anche la morte del contratto nazionale, come molti hanno detto specie dopo la proposta di Federmeccanica.
A patto però di correre ai ripari da subito.
La vicenda Fiat è figlia anche di una situazione assolutamente anomala: quella di un contratto nazionale che inglobava Fiat, appunto, ma anche l’impresa metalmeccanica di venti dipendenti. Difficile pensare che potesse tenere per sempre; difficile pensare che potesse consentire di competere con la concorrenza non polacca, slovena o brasiliana, ma anche tedesca o francese.
Una riforma della contrattazione deve affondare la lama senza timore: snellire il contratto nazionale e puntare sul contratto aziendale o territoriale; si aprirebbe così anche un terreno enorme per il ruolo delle organizzazioni sindacali. Ma la riforma della contrattazione deve andare di pari passo con quella della rappresentanza.  Le proposte già ci sono, ma non sono sufficienti, almeno su un punto. Non è vero che il Governo deve essere un semplice spettatore rispettoso delle intese raggiunte dalle parti. Perché c’è una cosa che le parti non possono fare, ed è quella di dotare gli accordi che abbiano registrato l’approvazione della maggioranza dei lavoratori della efficacia generalizzata, prevedendo cioè che siano obbligatori per tutti i lavoratori dell’azienda. E c’è una cosa che il Governo deve fare, quella di porre un limite di tempo, scaduto il quale intervenire autonomamente, compiendo egli stesso quella sintesi che le parti non sono state in grado di trovare. Entrambi gli obiettivi richiedono parti sociali moderne e consapevoli della situazione, l’intervento del legislatore, ma anche un Governo che si assuma il ruolo che gli compete. 
  Commenti (1)
Contrattazione
Scritto da martelun website, il 02-02-2011 13:28
1) Non c'č mai stata vera contrattazione, a Pomigliano d'Arco, si doveva prendere l'accordo e firmarlo integralmente, questo snatura la stessa parola contrattazione, a Mirafiori il 17 dicembre ci sono state delle proposte della Fiom, non sono state date risposte e il 23 dicembre la fim e la uilm hanno firmato. 
2) A monte del ragionamento si parla di diritti dell'azienda di pretendere dietro un importante investimento. Il piano "Fabbrica Italia" č stato solo enunciato e mai reso pubblico, tant'č che ad oggi ancora nessuno, nemmeno lei, ne conosce il contenuto. Si ha l'impressione che sia una scatola che si riempie e si svuota a seconda della necessitā. si conosce solo un investimento di 700 milioni di euro per Pomigliano per produrre, fra un anno!?!?, la nuova Panda. A Mirafiori un investimento di un miliardo di euro per produrre, fra un anno!?!?, La jeep della Chrysler, facendo venire i motori dagli Stati Uniti!?!?. 
Troppo poco per cominciare una trattativa serie, su salario e condizioni di lavoro. 
3) Il premio di risultato del 2009 non č stato dato nel 2010 agli operai, che hanno veramente bisogno di soldi avendo fatto, veramente tante ore di cassa integrazione con stipendi mensili di ottocento/novecento euro. 
4) La produttivitā č data anche dall'innovazione dei mezzi di produzione e dai prodotti, cosa che la Fiat di sergio Marchionne non ha fatto nel 2010, in quanto nell'anno di crisi non era conveniente spendere in nuovi prodotti, peccato che i concorrenti non hanno pensato la stessa cosa. 
martelun

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