Home arrow Welfare arrow AUMENTA L’ETÀ DELLA PENSIONE
AUMENTA L’ETÀ DELLA PENSIONE E-mail
Welfare
di Michele Grillo
21 gennaio 2011
eta pensionabileDal 1° gennaio 2011 cambiano molte cose in materia di pensioni. La novità principale, che deriva dall’intreccio tra la legge 247/2007 sul Protocollo Welfare e la manovra anticrisi (decreto legge 78/2010), sarà di innalzare l’età della pensione, sia per l’anzianità sia per la vecchiaia.

Per quanto riguarda la pensione di anzianità, la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi – la cosiddetta “quota” prevista dalla legge 247/2007 – passa da 95 a 96 per i lavoratori dipendenti (con aumento dell’età minima da 59 a 60 anni) e da 96 a 97 per i lavoratori autonomi in regime INPS (con aumento dell’età minima da 60 a 61 anni). I parametri non cambieranno nel 2012, ma aumenteranno ancora di un anno nel 2013. Il decreto legge 78/2010 introduce poi un nuovo calcolo delle “finestre”, cioè del meccanismo che fissa il momento in cui decorre la pensione di anzianità rispetto alla data in cui maturano i requisiti. Il sistema ha funzionato finora sulla base di date fisse di decorrenza della pensione (prima trimestrali, poi semestrali o annuali): maturato il diritto, il pensionato doveva attendere la prima “finestra” utile. Dal 1° gennaio 2011, la finestra sarà a scorrimento, cioè ci sarà un termine - dalla data di maturazione dei requisiti - uguale per tutti e pari, con alcune eccezioni, a 12 mesi per i lavoratori dipendenti e a 18 mesi per gli autonomi e i parasubordinati. In media, la finestra a scorrimento innalza l’età della pensione di sei mesi.

Il decreto legge 78 prevede anche, a partire dal 2015, un ulteriore aumento dell’età minima per la pensione di anzianità. All’inizio, per i lavoratori dipendenti, si passerà a 61 anni e 2 mesi (e la quota sarà pari a 97 più due mesi) con un aumento graduale fino al 2028 a 62 anni (con una quota pari a 98). Per i lavoratori autonomi iscritti all’INPS, nel 2015 l’età minima passerà a 62 anni e 2 mesi (con quota pari a 98 più 2 mesi) per crescere fino a 63 nel 2028 (con quota pari a 99). Il decreto legge 78 ha così innalzato l’età della pensione di anzianità in due modi: (i) modificando le finestre e (ii) aumentando l’età minima per accedervi, anche se questo secondo fattore si aggiunge all’altro molto gradualmente e solo a partire dal 2015.

Ancora più importante, il decreto 78 contiene una previsione analoga per le pensioni di vecchiaia: l’età minima – oggi pari a 65 anni per gli uomini e le donne del pubblico impiego e a 60 anni per le altre donne - aumenterà per tutti a partire dal 2015, inizialmente di due mesi, per raggiungere gradualmente 66 anni e 61 anni nel 2028.

L’allungamento della vita lavorativa, e quindi l’aumento dell’età della pensione, è oggi uno dei temi più rilevanti di politica economica: sul tappeto c’è infatti la capacità di adeguare il sistema pensionistico – il meccanismo di assicurazione sociale contro la perdita di capacità produttiva con il progredire dell’età che rappresenta una fondamentale istituzione economico-sociale dell’occidente - alle modifiche intervenute esogenamente nelle condizioni demografiche. Nonostante la vita attesa sia aumentata in media di cinque anni nell’ultimo mezzo secolo e ancora di più sia cresciuta la speranza di vita per gli anziani, l’età di separazione tra popolazione attiva e popolazione in pensione è inalterata da decenni. Sulla popolazione attiva è così ricaduto un onere crescente che non solo ha avuto effetti redistributivi tra le generazioni, ma ha anche indebolito, per l’aumento del costo per unità di lavoro, la competitività delle economie occidentali, ostacolandone la risposta alla modifica della divisione internazionale del lavoro indotta dalla globalizzazione.

A livello europeo, il tema è stato posto esplicitamente per la prima volta nel Consiglio di Barcellona del 2002 nel quale gli Stati si sono impegnati a innalzare di cinque anni l’età media della pensione. Il processo si è però avviato con fatica e grande lentezza perché, nonostante la sua evidenza e la sua rilevanza, è considerato sempre e ovunque politicamente incandescente. Il Libro Verde della Commissione del luglio 2010 lo ha ripreso come tassello importante di un percorso “Verso sistemi pensionistici adeguati, sostenibili e sicuri in Europa”.

A confronto con gli altri Paesi europei, l’Italia si trova, a prima vista, in una posizione relativamente avanzata, non distante dai Paesi scandinavi (che hanno già alzato l’età della pensione) e simile alla Germania, che tra il 2012 e il 2030 porterà gradualmente il limite di età da 65 a 67 anni. Al netto di enfasi non sempre appropriate, non era lontano dal vero il ministro Sacconi quando affermava (in audizione al Senato il 10 novembre 2010) che l’aspirazione del Libro Verde è già legge in Italia. Ci sono tuttavia tre aspetti, che meritano una riflessione più approfondita. Il primo attiene alla retorica pubblica. Il secondo all’adeguatezza del cammino intrapreso. Il terzo alla necessità di perseguire l’obiettivo di innalzare l’età della pensione (incluso e soprattutto la pensione di vecchiaia) con strumenti molto più articolati di quelli messi in campo finora.

Sul primo punto, nella discussione pubblica (non solo italiana) il tema è stato filtrato da una retorica che fa leva sui problemi di bilancio pubblico. L’approccio è all’apparenza tecnico ma in realtà è fuorviante, perché costruito assumendo in premessa che una politica di bilancio sostenibile è possibile solo se si indeboliscono le conquiste del welfare. Ovviamente, l’aumento del limite di età aiuta la sostenibilità di bilancio, ma il dibattito pubblico dovrebbe porre in rilievo il rafforzamento, non l’indebolimento, delle istituzioni del Welfare State. Ciò richiede però di enfatizzarne la dimensione di assicurazione sociale (non quella di conflitto distributivo) e la sua logica, prendendo sul serio l’evoluzione storica dell’alea demografica, incluso il fatto che, con l’aumento dell’aspettativa di vita, è aumentato anche il numero di anni vissuti in piena salute fisica.

Sul secondo punto, il processo – che dove è stato avviato prevede di aumentare, nell’arco di due decenni, il limite di età di uno o due anni dopo i 65 – è platealmente inadeguato al cambiamento delle condizioni demografiche. E’ un errore ritenere una lenta gradualità necessaria per scalzare tabù molto forti; se la lentezza rende sostanzialmente inefficace la misura di policy, è anche più difficile che la rottura del tabù trovi alla fine consenso. Inoltre, un aumento del limite di età coerente con la demografia si accompagnerebbe non solo a effetti di offerta (il costo per unità di lavoro si ridurrebbe, dando impulso alla crescita) ma anche a un incremento non piccolo dei redditi dei lavoratori (che sono in ampia misura i contribuenti di fatto dei contributi sociali, come insegna la teoria dell’incidenza). Così, in proporzioni che dipendono dall’incidenza fiscale, sarebbe possibile sia aumentare i salari al netto dei contributi, sia rimettere in circolo nel sistema economico risorse (attinte dalla attuali “rendite demografiche”) in un quadro nel quale l’offerta di assicurazione sociale di natura previdenziale uscirebbe rafforzata. Con una logica molto diversa da quella dell’argomento che si sente spesso in giro, in ambienti sia sindacali sia confindustriali, secondo cui la sola cosa da fare è lasciare che pensioni maturate con il meccanismo di capitalizzazione e inadeguate a una sopravvivenza dignitosa convincano/costringano gli stessi lavoratori a preferire di lavorare più a lungo.

Sul terzo punto, c’è una differenza stridente, sul progetto di politica economica, tra l’Italia e gli altri Paesi che hanno avviato il percorso. In Germania, per esempio, la discussione è focalizzata sulla necessità che imprese, parti sociali e sistema politico si attivino per modificare condizioni ambientali e organizzazione del lavoro, in modo da valorizzare le capacità e competenze specifiche dei lavoratori più anziani e permettere a una società del lavoro che deve fare i conti con una mutata distribuzione per età di raggiungere alti livelli di produttività e di capacità innovativa. Troppo, nel passato, si è fatto ricorso al pensionamento anticipato con argomenti che hanno diffuso una visione negativa della capacità produttiva dei lavoratori anziani, ignorandone il - possibilmente diverso - potenziale. Oggi numerosi studi di organizzazione del lavoro suggeriscono che gli anziani possono essere altrettanto produttivi dei giovani. Occorre però valorizzarne le condizioni, con una politica di lungo periodo del personale, curando adeguatamente le condizioni sanitarie nelle aziende, migliorando la capacità di conciliare lavoro e famiglia, rafforzando gli investimenti in qualificazione e formazione permanente anche in questo rispetto e favorendo, quando opportuno, il trasferimento di lavoro tra le imprese.

In conclusione, diversamente che altrove, manca in Italia la consapevolezza di lavorare fin da subito per una diversa organizzazione della divisione sociale del lavoro non solo all’interno delle imprese, ma anche tra imprese e tra differenti attività produttive; e di farlo in una prospettiva sociale e collettiva, senza lasciarlo come problema da affrontare e risolvere alla singola impresa.
  Commenti (3)
Scritto da Michele Grillo, il 03-02-2011 09:45
Rispondo ad Antonio Maggio insistendo che, a mio avviso, se vogliamo difendere un sistema pensionistico pubblico, occorrono risposte radicali almeno sotto due aspetti. In primo luogo, bisogna abbandonare schemi mentali costruiti su categorie di natura distributiva e conflittuale, per analizzare invece il problema nella sua dimensione intrinsecamente assicurativa: l’evento rispetto al quale deve essere fornita assicurazione sociale non è l’aver compiuto 40 anni di lavoro, oppure 60 o 65 anni di età, ma la perdita di capacità produttiva, e quindi di autonomia economica dei soggetti, indotta dal progredire dell’età (anche per questo, la pensione deve essere tale da rimediare adeguatamente a quella perdita, il che è incompatibile con tassi di sostituzione del 40%-50%). In secondo luogo, occorre porsi il problema della flessibilità intergenerazionale nella divisione sociale del lavoro, con la consapevolezza di doverlo affrontare in una prospettiva collettiva, cioè come problema di politica pubblica. Quindi concordo pienamente sul secondo commento, ricordando che, mentre nel dibattito pubblico italiano questo tema è oggi del tutto assente, le cose stanno molto diversamente negli altri Paesi europei che – sia pure in modo solo appena meno timido dell’Italia – hanno cominciato ad affrontare il problema dell’età della pensione.
tempi moderni
Scritto da antonio maggio, il 26-01-2011 15:57
Domanda all'autore dell'articolo: 
cosa ne resta del limite di 40 anni di contributi? Chi ha cominciato a lavorare dopo le medie, quanti anni deve lavorare, 45? 50? 
E quelli che sono andati in pensione con 15anni 6mesi e 1giorno? 
Certo, il discorso dell'aumento dell'aspettativa di vita non fa una piega, ma chi ha lavorato 40 anni, almeno che venga impiegato in lavori più consoni alla sua età; per esempio: Ha senso che dei giovani di 20/25 anni stiano dietro uno sportello del comune o uffici analoghi fino alla pensione? A questo punto, non si potrebbe ragionare ad indirizzare quei posti, comunali, regionali, statali, a chi ha lavorato una vita e non ce la fa più? 
Grazie per l'attenzione 
AM
Sottoscrivo
Scritto da Daniela 48, il 22-01-2011 18:00
Analisi ineccepibile.Necessario che gli under 50 costituiscano idealmente lobby nei confronti dei decisori politici e sindacali.Impensabile oggi attendersi soluzioni prospettiche da chi da qui a 20 anni sarà passato a miglior vita.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >