Home arrow Lavoro arrow IL CASO FIAT OVVERO LA FRAGILITÀ DEL DIRITTO SINDACALE ITALIANO NEL MERCATO GLOBALE
IL CASO FIAT OVVERO LA FRAGILITÀ DEL DIRITTO SINDACALE ITALIANO NEL MERCATO GLOBALE E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
14 gennaio 2011
caso fiatLa vicenda Fiat oltre a porre questioni serie sul futuro degli investimenti industriali in Italia sta facendo emergere la fragilità della cornice regolativa delle relazioni industriali nel nostro paese.

Con gli accordi Mirafiori e Pomigliano del dicembre 2010 è bastato un intervento sulla conformazione societaria del datore di lavoro per far saltare due strutture portanti delle relazioni sindacali all’interno dell’impresa: l’applicabilità del contratto collettivo nazionale di categoria precedentemente applicato e la possibilità, per i sindacati che avevano presso Fiat proprie rappresentanze, di continuare a costituirle secondo lo schema disegnato dall’Accordo interconfederale del 1993.
Un tale gioco di specchi è stato possibile perché il nostro sistema di relazioni industriali è caratterizzato da una forte informalità, dove la cornice normativa è assai snella e quasi per intero costituita dalla disciplina del diritto civile dei contratti, cui si aggiungono regole di fonte giurisprudenziale o contrattuale, soggette, le prime, a mutamenti di orientamento e, le secondo, ai limiti tipici del contratto.
Anzitutto, poiché non esistono nell’ordinamento leggi ordinarie che disciplinano l’efficacia soggettiva del contratto collettivo, l’appartenenza (o la non appartenenza) del datore di lavoro a una determinata associazione datoriale è in grado di condizionare l’applicazione del contratto collettivo nazionale di categoria. E’ quanto è successo nel caso Fiat, dove attraverso la costituzione di un nuovo soggetto imprenditoriale il datore di lavoro si è sottratto all’applicazione del contratto collettivo dei metalmeccanici, dato che il nuovo soggetto non aderisce al sistema di Confindustria.
In questa situazione peraltro non si pongono le questioni che potrebbero indurre il giudice a verificare, in virtù dell’art. 36 Cost. – che impone il principio di sufficienza della retribuzione -, la compatibilità tra le retribuzioni previste da questo nuovo contratto collettivo e i minimi tabellari del CCNL della categoria di riferimento (sono questi, infatti, i limiti che si pongono alla scelta, da parte del datore di lavoro, di quale contratto collettivo applicare). Nel contratto di Pomigliano, infatti, le retribuzioni previste dal nuovo accordo costituiscono un aumento rispetto ai livelli retributivi precedenti.
La sostituzione del contratto collettivo nazionale con il contratto di primo livello firmato a Pomigliano è perciò del tutto compatibile con il sistema che regola l’efficacia dei contratti. In tal modo, l’intero problema delle deroghe del contratto aziendale rispetto a quello nazionale è stato “bypassato” dalla creazione di questo nuovo contratto, definito “contratto collettivo di lavoro specifico di primo livello”, reso possibile dalla non affiliazione di Fabbrica Italia Pomigliano al sistema di Confindustria.
Il secondo effetto dirompente della mancata adesione del nuovo soggetto imprenditoriale al sistema confindustriale riguarda il tema della rappresentanza. Infatti, l’uscita (o meglio il mancato ingresso) da Confindustria sottrae Fabbrica Italia Pomigliano dall’ombrello regolativo dell’Accordo interconfederale del 20 dicembre 1993, che aveva com’è noto disciplinato le modalità di costituzione delle RSU, introducendo per la prima volta nel settore privato un meccanismo di verifica della rappresentanza su base elettiva. Senza l’applicazione del suddetto Accordo, le regole per la costituzione di rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro restano quelle previste dall’art. 19 Statuto dei lavoratori, che, nella versione successiva al referendum abrogativo del 1995, consente di costituire tali rappresentanze ai soli sindacati firmatari dei contratti collettivi applicati in azienda. Poiché, com’è noto, la Fiom non ha firmato il contratto collettivo applicato da Fabbrica Italia Pomigliano, a tale sigla sindacale è precluso l’accesso alle strutture di rappresentanza in azienda.
Per la verità, all’indomani del referendum del 1995 che ha modificato in parte il citato articolo 19 St. lav., conformandolo secondo la versione attuale, era stata sottoposta al vaglio della Corte costituzionale la questione se il prevedere quale unico criterio selettivo del potere di costituire rappresentanze sindacali aziendali proprio la partecipazione al processo di contrattazione fosse compatibile con il principio di libertà sindacale sancito dall’art. 39 Cost. In particolare, alla Corte è stato chiesto se questa disposizione non finisca per accordare al datore di lavoro una sorta di “potere di accreditamento” delle organizzazioni sindacali, consentendogli di scegliere, mediante la stipula del contratto collettivo, quali sindacati ammettere all’interno dell’azienda con proprie rappresentanze.
La Corte costituzionale ha escluso che questo sistema possa porsi in contrasto con la Costituzione. Con la sentenza n. 244 del 1996 la Corte Costituzionale ha affermato la legittimità costituzionale di questo sistema, escludendo che la condizione basata sulla firma di un contratto collettivo applicato in azienda dia luogo ad un potere di accreditamento. Con analoga motivazione, nell’ordinanza n. 345 dello stesso anno, la Corte si è pronunciata anche sull’ulteriore questione se questo sistema sia in grado di condizionare l’autonomia del sindacato nella firma del contratto collettivo, costringendolo a firmare contratti collettivi non rispondenti agli interessi dei propri aderenti. Secondo la Corte costituzionale, dato che la possibilità di costituire rappresentanze sindacali aziendali si pone come elemento esterno al contenuto del contratto, l’eventuale condizionamento che deriva da questo sistema rientra in una normale valutazione di costi e benefici del contratto stesso e non condiziona la libertà del sindacato nel perseguimento dei propri interessi.
Le vicende che hanno interessato gli accordi Fiat delle ultime settimane rientrano dunque nel perimetro tracciato dall’ordinamento giuridico. A prescindere dalle ragioni espresse da tutte le parti in gioco per difendere la propria posizione – quelle dell’impresa che esige garanzie a fronte di rilevanti investimenti, quelle dei sindacati che hanno firmato l’accordo per salvare l’occupazione, quelle del sindacato che non accetta le condizioni dettate dall’impresa - sorprende quanto sia fragile lo steccato che incarna questo perimetro, soprattutto quando l’impresa gioca con le armi di un mercato globalizzato. Il sistema di relazioni industriali italiane, che sino ad ora aveva fatto dell’informalità uno dei suoi elementi di forza, mostra, di fronte ad un datore di lavoro globalizzato e capace di raffinate metamorfosi, tutta la sua fragilità: è sufficiente una trasformazione societaria per scompaginare completamente gli equilibri di forza all’interno dell’impresa. E se il “potere” che il datore di lavoro esercita anche da solo non è una novità, sicuramente costituisce una novità lo scenario globale che di un tale potere costituisce, allo stato, la linfa vitale. Se questo è lo scenario, l’equilibrio potere/contropotere che si è consolidato - in via informale - nel mercato nazionale richiede nuove regole, o anche semplicemente regole più certe. A cominciare dal problema di individuare i soggetti legittimati a rappresentare i lavoratori: non a caso, infatti, la pluralità degli interlocutori in assenza di chiare regole sulla rappresentanza è stata in questa vicenda una delle principali preoccupazione di Fiat.
La revisione delle regole della rappresentanza sindacale, alla base anche dell’ultimo documento congiunto delle tre principali sigle sindacali (il documento sulla riforma della contrattazione collettiva del maggio 2008), appare a questo punto il primo e più urgente passo per dotare il nostro sistema di una cornice regolativa adeguata.
Un primo spunto per la discussione potrebbe essere costituito dal documento firmato il 30 dicembre scorso da un gruppo di giuristi parlamentari del PD, che invita a regolare, con gli strumenti dell’autonomia collettiva o per legge, il tema della rappresentanza sindacale, proponendo come punto di partenza il disegno di legge n. 1872 presentato nel 2009. Nel documento, la consapevolezza della difficoltà di giungere a una riforma costituzionale (di tale natura dovrebbe essere infatti una norma che arrivi a disciplinare dell’efficacia soggettiva del contratti collettivi) induce i giuristi firmatari a proporre di partire, per ora, dalla sola disciplina delle rappresentanze sindacali in azienda, lasciando ad un secondo momento la regolazione del contratto collettivo e della sua efficacia. Si potrebbe aggiungere che le difficoltà dimostrate dai rapporti tra le parti sociali in questi ultimi mesi, soprattutto sul versante sindacale, induce a dubitare, al momento, delle capacità regolative dell’autonomia collettiva, richiedendo un intervento legislativo.
A questo punto, un sistema di regole più chiare non può che convenire a tutti, non solo ai sindacati – soprattutto a quelli che ora si trovano esclusi dal sistema di rappresentanza in azienda – ma anche all’impresa, che per gestire queste importanti sfide di investimento ha bisogno di una cornice di relazioni industriali non solo meno conflittuale, ma anche meno caotica1 (in presenza di chiare regole sulla rappresentanza anche la necessità di stringenti norme sulla responsabilità – mediante clausole di tregua – risulterebbe infatti attenuata). Nonostante le rigide clausole di
responsabilità e i meccanismi conciliativi messi a punto per la prevenzione del
conflitto dagli accordi di Mirafiori e Pomigliano, è difficile pensare che la logica promossa da Fiat possa realizzarsi efficacemente senza una cornice regolativa che includa (e responsabilizzi) anche il sindacato più rappresentato in azienda.

1. V. sul punto i contributi di Barucci e Ciccarone, Il caso Fiat pone questioni serie da affrontare , nelmerito.com, 29 ottobre 2010, e Ciccarone e Saltari, La Germania è lontana , nelmerito.com, 29 dicembre 2010.
  Commenti (1)
Atttenzione a non impiccarsi !!
Scritto da riccardo colombo, il 14-01-2011 11:35
Le argomentazioni dell'autore sono più che condivisibili. Esse però prescindono dagli attuali rapporti di forza in Parlamento: se si andasse oggi ad una regolamentazione del sistema delle relaizoni industriali essa sarebbe sicuramente punitiva delle condizioni dei lavoratori e della posizione del sindacato. D'altra parte come mai non è mai stato applicato l'articolo 39 della Costituzione ? Perché se lo fosse stato avrebbe senza dubbio indebolito l'azione del sindacato, soprattutto negli anni delle grandi lotte e conquiste sociali. Penso che sia meglio restare nell'informalità e lavorare piuttosto per l'unità del movimento sindacale ( il vero punto di debolezza) e migliorarne la strategia e l'azione. C'è molto da fare in questa direzione.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >