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L'USO DELLE PRIMARIE: CONSIDERAZIONI DI CARATTERE GENERALE FONDATE SU UN'ANALISI DEI DATI DI MILANO E-mail
Politica e Istituzioni
di Luciano Fasano, Marco Leonardi
29 dicembre 2010
uso primarieÈ ragionevole sostenere che le primarie abbiano un senso se servono per incrementare il grado di legittimazione dei candidati alle cariche istituzionali monocratiche, attraverso una più ampia partecipazione alla scelta dei candidati stessi.

È altrettanto ragionevole sostenere che esse non debbano comportare la compromissione della tenuta del partito o dei partiti che le promuovono. Il punto che vogliamo fare in questo articolo è che le primarie è meglio farle all’interno di uno stesso partito (dove servono a garantire la contendibilità della leadership all’interno del partito) piuttosto che primarie di coalizione, dove ogni partito può presentare più candidati che si confrontano con candidati di altri partiti. Questo perché in primarie di coalizione difficilmente un partito può permettersi di presentare più di un candidato senza andar incontro alla sconfitta; e perché alle elezioni – quindi dopo le primarie – le eventuali liste dei candidati perdenti alle primarie, invece di costituire un allargamento del consenso elettorale, rischiano solo di essere in competizione con le liste dei partiti che hanno promosso le primarie stesse.
Utilizziamo i dati sulle primarie per la scelta del candidato Sindaco del centrosinistra di Milano per svolgere alcune riflessioni generali sul funzionamento di questo meccanismo nella selezione della classe dirigente politico-amministrativa.
Le primarie di Milano hanno visto in lizza quattro candidati. Il primo a candidarsi è stato Giuliano Pisapia (ex parlamentare di Rifondazione comunista) che ha subito incontrato il sostegno di PRC, SEL e altri raggruppamenti della sinistra radicale. In seguito sono scesi in campo Stefano Boeri e Valerio Onida, due esponenti della sinistra riformista e moderata, nessuno dei quali iscritto al PD sebbene entrambi vicini a questo partito. Da ultimo si è candidato Michele Sacerdoti. Il PD ha fatto campagna elettorale per il solo Boeri. Il risultato finale è noto: ha vinto Giuliano Pisapia, che secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulle primarie ha ottenuto il voto di un elettorato che, alle elezioni politiche 2008, aveva votato in larga maggioranza per il PD (63,9%) e in misura minore per Sinistra Ecologia e Libertà (19,4%) e Italia dei Valori (6,8%).
E qui si impone una prima importante considerazione: il potere di indirizzo dei partiti è ormai fortemente indebolito, se non addirittura quasi del tutto inesistente. Si tratta, per certi versi, della naturale contropartita della sostanziale cessione di sovranità compiuta dal ceto politico rispetto al monopolio in precedenza esercitato rispetto alla scelta delle candidature alle cariche monocratiche istituzionali. Ciò che del resto trova conferma anche in un altro dato, speculare al precedente: il 46,5% di coloro che hanno votato PD alle elezioni politiche 2008 ha votato per Stefano Boeri, mentre il 38,9% ha votato per Giuliano Pisapia e il 13,9 per Valerio Onida.
Se poi consideriamo che sia per Boeri, sia per Onida l’incidenza dell’elettorato del PD alle politiche 2008 è significativamente superiore alla media (86,3% e 77,8%), mentre nel caso di Pisapia è inferiore alla media (63,9%), allora appare chiaro come la presenza di due candidati potenzialmente più attrattivi per l’elettorato di un partito, nella fattispecie del PD – come Boeri e Onida, appunto –, possa rappresentare un vantaggio non di poco conto per un eventuale candidato terzo. Ciò rende ancora più chiaro, se necessario, quanto le possibilità di vittoria di un candidato siano strettamente correlate alla capacità di aver dietro un elettorato e un partito (o dei partiti) coesi. E come per un partito, avere più candidati in lizza, corrisponda sostanzialmente a morte certa.
E qui si impone una seconda importante considerazione, che è anche un interrogativo: nel caso di primarie di coalizione, con il potere di indirizzo dei singoli partiti ormai ampiamente compromesso, ha senso che un partito proponga alla competizione più di un candidato? Da un punto di vista politico, si potrebbe rispondere sostenendo che le primarie devono essere di partito, com’è nella consolidata esperienza americana, e non come nel caso italiano, dove per una pura contingenza storica, si tengono primarie di coalizione.1
Da ultimo, vi è un tema che sembra ricorrere, soprattutto nelle primarie di coalizione, e che concerne le strategie dei candidati perdenti alle primarie che decidono poi di costruirsi una propria lista personale, spesso rivestita di un’impalcatura civica (a sostegno del vincitore delle primarie e qualche rara volta perfino contro!). Sempre secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulle primarie, rispetto all’elettorato di ciascuno dei candidati in lizza a Milano, gli elettori delle primarie che già oggi dichiarano voteranno per il PD alle elezioni comunali del prossimo anno vanno dal 63% di coloro che hanno votato Boeri, al 41% di coloro che hanno votato Onida, al 36% di coloro che hanno votato Pisapia (solo fra gli elettori di Sacerdoti, spicca un 73,3% che dichiara di non aver ancora deciso). Inoltre, ben il 75,5% degli elettori delle primarie milanesi dichiara che sosterrà il vincitore delle primarie stesse, chiunque esso sia, secondo percentuali che vanno dal 78,6% degli elettori di Boeri, al 75,4% dell’elettorato di Pisapia, al 69% circa degli elettori di Onida (e, in questo caso, anche 2/3 dell’elettorato di Sacerdoti sostiene la stessa cosa). Pochissimi sono quelli che dichiarano un’intenzione di voto al di fuori della coalizione che ha organizzato le primarie: basti pensare che un partito potenzialmente coalizzato con il centrosinistra come l’Italia dei Valori raccoglie un’intenzione di voto inferiore al 1%. A questo punto, la domanda è: che senso ha che i candidati che hanno perso le primarie presentino alle elezioni comunali una propria lista? Sebbene sia ragionevole che i comitati elettorali di sostegno ai candidati delle primarie vogliano continuare la loro esperienza anche dopo queste consultazioni, la costruzione di liste ad personam, legittimate da una patina di civismo che rischia di essere esclusivamente improvvisata, non costituirebbe una reale opportunità per accrescere i voti della coalizione di centrosinistra al di fuori del suo attuale recinto. E assumerebbe esclusivamente il senso di una rivincita consumata a posteriori rispetto al responso negativo delle primarie.
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