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I CONGEDI DAL LAVORO IN EUROPA PER LA CONDIVISIONE DELLE RESPONSABILIT└ FAMILIARI E LAVORATIVE E-mail
Famiglia
di Alessandra Fasano
29 dicembre 2010
congedo lavoroDa circa un ventennio, la Comunità Europea, nell’ambito di diversi programmi, ha invitato gli Stati membri ad attuare interventi per favorire la compatibilità tra responsabilità familiari e lavorative.

Le dichiarazioni e gli orientamenti dell’Unione Europea sono radicalmente innovativi sul piano culturale ma, quando si traducono in direttive vincolanti, si limitano a porre regole minime che sono poi tradotte in una situazione di grandi differenze nazionali, soprattutto nel caso in cui lo strumento in questione sia rappresentato dai congedi dal lavoro per motivi connessi alla cura dei figli. Il riconoscimento sociale del lavoro di cura è avvenuto storicamente con molteplici forme di congedo dal lavoro, tra cui quello di maternità, per adozione, di paternità e il congedo parentale.
Nel corso degli anni Novanta, l’Unione Europea ha introdotto direttive e informative per i diversi paesi affinché adottassero misure in grado di agevolare l’equilibrio tra tempi di lavoro e tempi da dedicare alla cura, in particolare a quella dei figli. Nel 2000, inoltre, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, approvata a Nizza, nell’art. 3, comma 2, ha previsto che «al fine di poter conciliare vita familiare e professionale, ogni individuo ha il diritto di essere tutelato contro il licenziamento per un motivo legato alla maternità e il diritto ad un congedo di maternità retribuito e a un congedo parentale dopo la nascita o l’adozione di un figlio».
Negli ultimi anni è stato intrapreso anche un mutamento particolarmente importante, in quanto si sta cercando di allargare il coinvolgimento nella cura anche agli uomini (o tramite il congedo di paternità o un periodo del congedo parentale usufruibile solo dai padri), partendo dal presupposto che maternità e paternità devono essere viste e valutate come parte integrante dei diritti di cittadinanza sociale delle persone. Affinché questi congedi possano essere buoni strumenti di conciliazione tra tempi di vita diversi, tuttavia, è necessario che ci sia la garanzia della tutela del posto di lavoro e la possibilità di godere dei diritti previdenziali. I paesi europei, però, pur rispettando la direttiva comunitaria, si differenziano nella specifica esplicazione dei diritti del lavoratore in congedo con soluzioni organizzative diverse.
Riguardo al congedo di maternità, nei 27 Paesi dell’Unione Europea il periodo a cui si ha diritto oscilla, dalle 14 settimane (periodo minimo stabilito da direttive europee) in Germania (retribuiti al 100%), ai 9 mesi in Bulgaria (con il 90% della retribuzione pagata dal sistema di sicurezza sociale) e quasi 10 mesi in Irlanda (di cui 24 settimane retribuite e 16 no). In Italia si ha diritto a 20 settimane retribuite all’80%.
I congedi per adozione sono previsti in tutte le legislazioni nazionali e seguono tendenzialmente le norme adottate in caso di congedo per maternità.
Molti paesi dell’Unione Europea prevedono anche dei congedi per i padri, ovvero dei periodi di astensione dal lavoro del lavoratore padre in modo tale che possa prendersi cura della madre e del figlio al momento della nascita, che per definizione costituiscono uno strumento diretto alla condivisione dei ruoli. A tutt’oggi, non è presente nessun obbligo a livello comunitario di introdurlo nelle legislazioni nazionali; esiste solo una Raccomandazione della Commissione in tal senso nella Relazione 2007 della Commissione Europea e una proposta di Direttiva varata in prima lettura a Strasburgo ad ottobre 2010 che si muove in direzione della tutela della famiglia, rafforzando l’istituto dei congedi. Tale proposta, che prevede un congedo obbligatorio per i padri e l’estensione a 20 settimane del congedo di maternità obbligatorio pagato al 100%, al momento non è stata approvata per una questione di sostenibilità economica.
Il periodo a cui si ha diritto, dunque, differisce notevolmente nei diversi paesi e il più delle volte è retribuito al 100%: 1 mese in Lituania; 18 giorni in Finlandia (con il 70% della retribuzione) 15 giorni in Spagna, Bulgaria e 2 settimane in Svezia (con l’80% della retribuzione), in Danimarca, Regno Unito e in Francia (dove il congedo di paternità legale è di 3 giorni e può essere cumulato con il congedo di paternità di 11 giorni); 10 giorni in Belgio, in Estonia e in Lettonia; 7 giorni nella Repubblica Ceca; 5 giorni in Ungheria e in Romania; 2 giorni in Grecia, a Malta, in Olanda, in Polonia, mentre non è previsto in Italia (dove, però, è stata fatta una proposta di legge che prevede il congedo di paternità obbligatorio di 4 giorni), Austria (sebbene alcuni accordi collettivi prevedono alcuni giorni), Cipro, Germania, Irlanda e Slovacchia. D’altro canto, in Slovenia (15 giorni) e in Portogallo (10 giorni) è stato già introdotto un congedo obbligatorio per i padri remunerato al 100%.
Il bisogno di cura dei figli, però, non è relativo soltanto ai primi mesi di vita del figlio; pertanto, è possibile richiedere periodi di congedi parentali, ovvero di forme regolate di assenza dal posto di lavoro o di interruzione delle prestazioni lavorative abituali, tutelate da benefici sociali in corrispondenza di determinate esigenze. Le diverse legislazioni lo prevedono, garantendo almeno quanto previsto dalla Direttiva Europea del 1996 concernente l’accordo quadro sul congedo parentale, ovvero, ad esempio, un periodo minimo di congedo parentale di 3 mesi, accordabile a tempo parziale, frammentato o nella forma di un credito di tempo, subordinato ad una determinata anzianità lavorativa, con la garanzia di avere diritto a ritornare allo stesso posto di lavoro o ad uno equivalente. In alcuni paesi è definito come un diritto individuale e non trasferibile, mentre in altri è familiare (padre e madre decidono chi tra i due ne usufruisce e in quale misura) e il suo utilizzo può essere o meno flessibile. La maggior parte dei paesi europei, però, corrispondono solo formalmente all’equità di genere negli schemi di congedo parentale. Infatti, pur essendo un diritto di entrambi i genitori, almeno dal punto di vista normativo, è principalmente utilizzato in molti paesi europei con percentuali alte dalle donne (soprattutto se è prevista una bassa percentuale della retribuzione a cui si ha diritto durante il congedo) e la Svezia è l’unico paese in cui la parte di competenza esclusiva del padre è usufruita in modo consistente. In alcuni casi il padre può optare per una sospensione dal lavoro al posto della madre, ma in altri casi una parte del permesso è usufruibile solo dal padre (si pensi, ad esempio, ai due mesi previsti in Svezia e in Germania o all’aggiunta di un  mese di congedo parentale in Italia qualora il padre abbia utilizzato almeno tre mesi di congedo parentale). L’utilizzo del congedo, inoltre, è condizionato anche dai diritti e dalle tutele sociali garantite in merito all’utilizzo del congedo, nonché dal sistema di welfare che caratterizzata un determinato paese. In linea di massima, in tutti i paesi le legislazioni prevedono il mantenimento dei diritti acquisiti prima del periodo di congedo parentale (alcune legislazioni, però, prevedono che per averne diritto è necessario aver lavorato precedentemente per un determinato periodo), ma non in tutti è previsto che il periodo di congedo parentale sia calcolabile ai fini dell’anzianità di servizio e dei diritti pensionistici. Ad esempio, in Danimarca, in Svezia, in Spagna e in Francia (al 50%) il congedo parentale è computato come un periodo di servizio ai fini del calcolo dell’anzianità. In Italia, il congedo parentale è computato ai fini dei diritti connessi all’anzianità ed è considerato integralmente ai fini dei contributi previdenziali fino al compimento del terzo anno di età del bambino e per un massimo di 6 mesi. In Grecia, invece, il lavoratore deve versare per intero i contributi previdenziali (i propri e quelli a carico del datore di lavoro) qualora intenda conservare la copertura previdenziale e assistenziale durante il congedo parentale.
Se da un lato, dunque, la legislazione italiana risulta essere attenta al valore sociale della maternità, per lo meno per quanto riguarda il periodo di astensione obbligatorio, e propensa ad un’apertura della condivisione tra uomini e donne delle responsabilità di cura, tuttavia resta ancora indietro rispetto ai concreti sviluppi in questa direzione che possono essere osservati in altri paesi europei.


Riferimenti bibliografici
Calafà L., (a cura di), (2007), Paternità e lavoro, Il Mulino, Bologna
Fasano A., (2010), Conciliare cura e lavoro. Politiche e differenze di genere in alcuni paesi europei, ScriptaWeb, Napoli
Moss P. and Korintus M. (a cura di), 2008, International Review of Leave Policies and Related Research 2008, Employment Relations Research Series, Employment Relations Research series n. 100, London

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