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QUANTO CONTANO LE PREFERENZE E-mail
Politica e Istituzioni
di Paolo Balduzzi
09 aprile 2008

preferenzeA cosa serve una legge elettorale? Il dibattito politico e giornalistico si è concentrato intorno a due finalità principali, vale a dire rappresentatività e governabilità. In realtà, un sistema elettorale ha almeno due finalità aggiuntive. La prima è quella di selezionare gli eletti tra i più capaci. La seconda è quella di disciplinare quegli stessi eletti, cioè di creare meccanismi che li rendano responsabili (accountable) e quindi più desiderosi di fare gli interessi dei cittadini per essere rieletti.

Da questi ultimi due punti di vista, quindi, è importante che tra elettore ed eletto si possa creare un rapporto diretto. In altri termini, che sia l’elettore a scegliere direttamente il candidato e a premiarlo o punirlo in futuro a seconda dei casi.

L’attuale legge elettorale rende invece questo rapporto il meno diretto possibile. È questa dunque la sua colpa più grave? Per quanto anche io, tra i tanti, ritenga che questa legge sia da buttare per i suoi evidenti limiti, mi sembra però che tali limiti siano più gravi dal punto di vista dell’operatività del parlamento piuttosto che da quello della selezione dei candidati.

Vengo subito al punto. Cosa vuol dire dare agli elettori la possibilità di scegliersi direttamente i rappresentanti? Sembra che tutto il problema stia nella (im)possibilità di esprimere preferenze all’interno delle liste elettorali. Il 13 e 14 aprile, così come si fece due anni fa, si voterà un partito a scatola chiusa, prendendo il buono e il brutto all’interno di esso e senza possibilità, quindi, di selezionare i migliori o di punire i peggiori. Facciamo allora un passo indietro e guardiamo alla performance del Mattarellum(1) in materia: lì l’elettore sceglieva il proprio rappresentante in collegi uninominali. Votava sì per un nome, ma tale nome era imposto dal partito di appartenenza del candidato. Si candidavano gli impresentabili e i leader nei collegi sicuri, i presentabili in quelli incerti, i volenterosi in quelli perdenti. Una manna per il cittadino elettore? Non mi pare. Lo stesso si può fare con l’attuale legge elettorale: si mettono a capo delle liste personaggi presentabili e di nascosto, lontani dalla cima ma sicuri di essere eletti, gli impresentabili. Facciamo ora due passi indietro: prima del Mattarellum vigeva in Italia un sistema proporzionale con possibilità di voto (multiplo) di preferenza. Faccio innanzitutto notare l’ingloriosa fine di quel sistema: un referendum che a maggioranza netta e a furor di popolo ne determinò l’abrogazione. In secondo luogo, ricordo che lo scandalo corruzione del 1992 interessò proprio quel Parlamento eletto con una legge elettorale proporzionale e con preferenze. Se aiutano a creare fiducia e coinvolgimento da parte dei cittadini, quindi, è ancora da dimostrare che le preferenze permettano di selezionare una classe politica migliore.

Pensiamo dunque ad alcune alternative. Un maggioritario in collegi uninominali presenta lo stesso limite del Mattarellum: l’unico candidato è imposto dai partiti. Si potrebbe migliorare la situazione con un maggioritario tra liste, con l’elezione del più votato all’interno della lista che ottiene la maggioranza relativa. Oppure mettere tutti i candidati in competizione tra loro. Per quanto migliori a prima vista, questi sistemi sono in realtà peggiori, in quanto permettono l’elezione di candidati nettamente minoritari (che prendono, per esempio, solo il 30% dei consensi all’interno di una lista che vince col 40% dei consensi). Passando al proporzionale, resterebbe il problema di scegliere quali persone mettere in lista.

Anche la ricerca economica in materia non ha prodotto risultati netti. Da una parte, un sistema maggioritario aumenta la competizione tra i candidati e quindi dovrebbe diminuire l’eventualità di godimento di rendite di posizione; dall’altro, un sistema proporzionale, anche senza preferenza, permette di votare liberamente per il candidato ritenuto più onesto anche in collegi in cui, per varie ragioni, egli non potrebbe vincere in competizioni maggioritarie. Da un punto di vista empirico, uno studio recente(2) getta un po’ di luce sulla questione, mostrando che gli eletti con sistema maggioritario in Italia sono stati meno assenteisti dei colleghi eletti con proporzionale. Allo stesso tempo, però, i primi prediligono trasferimenti o politiche a livello locale. Mentre il primo indicatore sembra avallare l’ipotesi di politici più accountable, il secondo in realtà non è necessariamente sinonimo di efficienza o responsabilità.

Infine, possiamo guardare a cosa succede in Europa(3). Ebbene, tra i sistemi proporzionali, quasi tutti prevedono la rappresentanza di lista; per esempio, in Spagna, Portogallo e Svezia ci sono sistemi sostanzialmente proporzionali con liste bloccate; in Regno Unito e Francia ci sono sistemi maggioritari (rispettivamente puri e a doppio turno) in collegi uninominali: la scelta del candidato spetta dunque al partito. Esistono ovviamente anche casi in cui le preferenze sono espresse (in Finlandia o in Irlanda, dove è addirittura possibile stilare un ordine delle preferenze) ma il punto è che, in sé, l’espressione della preferenza sulla lista non appare necessaria (e, per l’esperienza storica italiana, nemmeno sufficiente) a garantire una classe politica migliore.

In qualunque modo la si voglia mettere, bisogna riconoscere il ruolo essenziale dei partiti nella formazione delle liste e la necessità, per essere candidati, di fare parte di uno di essi. Se dunque sono i partiti che de facto selezionano e disciplinano la classe dirigente (cioè scelgono chi candidare e chi ricandidare), è dunque rispetto agli stessi che va disegnato un opportuno meccanismo di incentivi affinché il loro comportamento sia in linea con le preferenze degli elettori. Un meccanismo ben organizzato e disciplinato di elezioni primarie per la scelta dei candidati (tanto in collegi uninominali quanto in collegi plurinominali proporzionali) può essere una prima soluzione.

                                                                                                                                                          Paolo Balduzzi

(1) Il Mattarellum è il nome dato alla legge elettorale utilizzata in Italia tra il 1994 e il 2001. Tale legge prevedeva l’elezione del 75% dei membri del parlamento con un sistema maggioritario a collegi uninominali e il restante 25% con un sistema proporzionale a liste chiuse, cioè senza la possibilità di preferenze.
(2) Gagliarducci, Nannicini e Naticchioni, "Electoral rules and politicians’ behavior. A micro test", IZA DP 3348, Feb. 2008.
(3) Cfr. Gary W. Cox, "I voti che contano", Il Mulino, 2005; e Arend Lijphart, "Le democrazie contemporanee", Il Mulino, 1999.

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