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IL FUTURO DELL'”OVERCAPACITY” DI ENERGIA IN ITALIA: REALTÀ O FINZIONE? E-mail
Ambiente ed Energia
di Alessandro Noce
23 dicembre 2010
futuro energiaNegli ultimi anni, complice anche la crisi economica (che ha ridotto drasticamente i consumi di energia), si è osservato uno spostamento della percezione prevalente in merito alla dotazione netta di energia del nostro paese:

da una situazione di carenza strutturale, che aveva trovato una sua plastica raffigurazione nel famoso “black out” del settembre 2003 e nella “crisi gas” dell’inverno 2005-2006, si è passati ad una situazione di eccedenza, di natura sia congiunturale (la crisi per l’appunto) sia strutturale (il notevole flusso di investimenti in nuova capacità di generazione elettrica e qualche nuovo investimento nell’approvvigionamento di gas) e che viene spesso definita “bolla gas” e “overcapacity” di generazione elettrica.
I prossimi anni parrebbero ulteriormente rafforzare tale tendenza. Da un lato deve considerarsi l’annunciato progetto di rientro nel nucleare tramite l’accordo tra ENEL ed EdF (8 centrali di terza generazione per circa 100 nuovi terawattore di capacità); dall’altro, vi è  un copioso numero di progetti di investimento nel settore del gas naturale, sia nella forma di nuovi gasdotti europei (tra cui l’oramai famoso Southstream) sia in quella di terminali di rigassificazione. Sullo sfondo, lo sviluppo (fortemente incentivato) delle fonti rinnovabili che, sulla base delle direttive comunitarie, dovrebbero arrivare entro il 2020 a coprire il 17% del fabbisogno energetico nazionale.

Questo sviluppo di investimenti energetici viene spesso commentato partendo da posizioni opposte ma, forse, ugualmente viziate da un approccio parziale: da un lato, infatti, soprattutto da parte di ENI, principale impresa energetica del paese, si paventa eccessivamente  il rischio insito in un strutturale eccesso di offerta connesso ai costi finanziari gravanti sulle imprese del settore a causa della rigidità dei contratti take or pay che obbligano a ritirare anche il gas che non si riesce commercializzare; d’altro canto, vi è una posizione, forse un po’ troppo ottimistica, di quelli che ritengono al contrario che l’eccesso di offerta di energia possa essere un’occasione irripetibile per fare dell’Italia il principale hub energetico europeo.

Rispetto a questi approccio polarizzati, se si vuole analizzare una ulteriore crescita dell’eccesso di offerta di energia nei prossimi anni in una prospettiva concorrenziale la domanda che ci si deve porre  è relativa a che tipo di effetti di lungo periodo sui prezzi dell’energia, e dunque sul consumatore finale, potrebbe avere questa tendenza.

Prima di rispondere con l’occhio rivolto al futuro, vorrei però fare alcune brevi considerazioni guardando a quello che è successo negli ultimi anni appena trascorsi.
Nel mercato del gas naturale, nonostante la notevole caduta della domanda finale (che si è ridotta costantemente nei tre anni 2007-2009 da circa 85 miliardi di metri cubi a circa 76 miliardi di metri cubi), la percezione è che i prezzi non siano scesi di conseguenza rimanendo ancorati all’andamento delle quotazioni del petrolio imposta dalle clausole contenute nei contratti take or pay sottoscritti dai principali venditori (ENI su tutti) con i fornitori extra europei (Russia, Algeria, Libia…).

Questo scollamento tra condizioni di domanda e livello dei prezzi è la causa che ha spinto molti ad auspicare un cd “decoupling” tra il  prezzo del gas ed il prezzo del greggio (e di converso è il motivo per cui molti venditori nazionali, a fronte delle rimostranze dei propri clienti, hanno chiesto ai fornitori stranieri modifiche nelle condizioni contrattuali che tenessero conto delle mutate situazioni congiunturali). L’eccesso di offerta di gas naturale degli ultimi due anni, dunque, non ha portato ad un sostanziale beneficio sui prezzi finali come invece avvenuto in altri contesti geografici caratterizzati da mercati liquidi del gas ed in cui il prezzo veniva definito – come per ogni commodity - dall’incontro della domanda e dell’offerta.

Un esito diverso si è avuto nel settore elettrico. Negli ultimi anni è stata impressionante la crescita della capacità installata di nuova generazione. Il margine di riserva – particolarmente critico nei primi anni 2000 – è adesso assolutamente tranquillizzante: rispetto ad una domanda di punta invernale di circa 51,69 GW la capacità mediamente disponibile alla punta nel 2010 è infatti di 75,73 GW; rispetto ad una domanda di punta estiva di circa 52,41 GW la capacità mediamente disponibile alla punta nel 2010 è invece di ben 74,72 GW1. Questo fatto ha sicuramente influenzato l’andamento del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia. A parte il picco del 2008, dovuto all’andamento del prezzo del petrolio, la tendenza del Prezzo Unico Nazionale (PUN) contrattato sulla borsa elettrica si è ridotto sostanzialmente negli ultimi anni (da 74,75 €/Mwh in media per il prodotto baseload nel 2006 a 63,72 €/mwh nel 2009).

E’ possibile concludere, pertanto, che la presenza di un mercato elettrico spot liquido e ben funzionante è stato l’elemento che ha consentito al surplus di offerta  di energia elettrica di scaricarsi sui prezzi mentre, al contrario, la prevalenza di rapporti bilaterali agganciati alle quotazioni del petrolio non ha consentito lo stesso risultato nel settore del gas naturale.

Se tutti gli investimenti annunciati per il futuro si dovessero realizzare l’Italia tra il 2020 ed il 2030 sarebbe potrebbe diventare una sorta di “lago di energia”; nel settore del gas naturale si parla di un nuovo gasdotto dall’Algeria che dovrebbe attraversare la Sardegna e poi giungere sul continente (GALSI), di un nuovo gasdotto dalla Grecia e dalla Turchia (TAP), del citato gasdotto Southstream che dovrebbe portare il gas dell’asia centrale commercializzato da Gazprom in Europa (e dunque anche in Italia); dopo quello Exxon Mobil di Rovigo, poi, dovrebbero realizzarsi alcuni nuovi terminali di rigassificazione di GNL tra i tanti progettati (Brindisi, Porte Empedocle e Livorno appaiono i più probabili). Nel settore elettrico, da un lato, entro il 2013 si dovrebbe concludere la fase di espansione della capacità termoelettrica iniziata a metà anni 2000, dall’altro dal 2020, dovrebbe iniziare ad entrare in funzione la nuova capacità nucleare.

E’ chiaro che, anche ammettendo per i prossimi anni tassi “tedeschi” di crescita dell’economia italiana, tutta questa energia sarebbe in eccesso rispetto alle esigenze interne. È dunque possibile immaginare che tutti questi investimenti si realizzino senza invece che siano in qualche misura annullati da un effetto di cannibalizzazione reciproca ?

A mio avviso, alcuni elementi – già  presenti in questa fase ma che si svilupperanno ancor di più in una prospettiva di medio termine – militano a favore della tesi della complementarietà dei futuri investimenti energetici piuttosto che della loro natura alternativa. Si tratta in particolare del processo di creazione di un mercato organizzato del gas naturale sulla falsariga di quanto avvenuto per l’energia elettrica e della recente decisione di ENI, ad esito di un procedimento antitrust comunitario in materia di abuso di posizione dominante, di cedere la proprietà dei gasdotti TENP-Transitgas (che collegano l’Italia con la Svizzera e la regione del nord ovest europeo) e TAG (che collega l’Italia con l’Austria, la Repubblica ceca, la Slovacchia e la Russia).

Questi due elementi, infatti, consentirebbero, da un lato che il gas in esubero rispetto ai consumi nazionali possa essere scambiato su una piattaforma centralizzata anche da operatore collocati in altri paesi e, dall’altro, che tale gas possa essere trasportato sui mercati europei attraverso le condutture di trasporto opportunamente potenziate dai nuovi proprietari al fine di consentire direzione di vettoriamento opposte rispetto a quelle classiche nord sud relative ai contratti di importazioni di ENI (cd reverse flow). In altre parole si potrebbe effettivamente realizzare quell’hub europeo dell’energia così auspicato dai fan dell’”eccesso di offerta”.

In conclusione, se la regolamentazione dei mercati organizzati e gli incentivi degli operatori proprietari delle infrastrutture di trasporto  si muoveranno nella opportuna direzione, i futuri investimenti potranno abbassare notevolmente il costo dell’energia in Italia (del resto questo scenario sarebbe compatibile anche con la realizzazione delle centrali nucleari che contribuirebbero anch’esse alla riduzione) e garantire la sicurezza di lungo periodo degli approvvigionamenti.

1. L’articolo è il frutto delle opinioni personali dell’autore e non impegna in alcun modo l’istituzione di appartenenza.
2. Fonte Ref. “Energia 2010, rapporto ref. Sul mercato e la regolamentazione” pagina 57.


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