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GENERAZIONE FLESSIBILE O TRADITA? E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
23 dicembre 2010
generazione flessibile o traditaEra da tempo che i “giovani” in quanto tali non godevano della considerazione delle prime pagine dei giornali. Purtroppo, però, le ragioni di tanta attenzione sono da ascriversi, allo stato, soprattutto a preoccupazioni per l’ordine pubblico.
Eppure, al di là di queste preoccupazioni e oltre la stucchevole retorica che spesso scaturisce da ogni discorso sui “giovani” (le virgolette sono d’obbligo dato che questa categoria arriva a lambire talvolta soggetti quasi quarantenni!), molte sono le ragioni per cui questa generazione può sentirsi tradita.
Tre, in particolare, sono gli ambiti in cui l’interesse dei “giovani” è stato, più o meno consapevolmente, posposto a quello di altri gruppi o generazioni: le regole del mercato del lavoro; la destinazione della spesa sociale; le politiche per l’istruzione. 
a) Quanto alla cornice regolativa del mercato del lavoro, non si può negare che del processo di flessibilizzazione richiesto dalla rivoluzione tecnologica si sia fatta carico soprattutto una generazione, quella, cioè, di chi si è affacciato per la prima volta sul mercato del lavoro dagli novanta in poi (e, in misura crescente, di chi vi si è affacciato a partire dal quinquennio 2000/2005). Nel nostro ordinamento, il prezzo della flessibilità è stato pagato soprattutto dai “giovani”, a cui si rivolgono principalmente non soltanto le c.d. “tipologie flessibili” di lavoro subordinato (il contratto di lavoro a termine, la somministrazione di lavoro, etc.), quanto soprattutto, quel lavoro autonomo a basso costo e ad alta intensità di coordinamento  (le c.d. co.co.co, poi trasformatesi, tra le tante, in co.co.pro, “partite iva”, associazioni in partecipazione, etc.), che ha consentito all’Italia di rispondere alla domanda di flessibilità proveniente dalle imprese senza toccare la rigidità della disciplina del rapporto di lavoro c.d. standard (a tempo pieno ed indeterminato).
Questo processo si è materializzato a partire dalla metà degli anni ’80, quando la c.d. forza lavoro contingente è divenuta una delle componenti stabili della manodopera impiegata nelle imprese industriali, nei servizi, ma anche nelle pubbliche amministrazioni. L’esigenza di flessibilità in uscita è stata soddisfatta con la diffusione di forme di lavoro non standard, non solo subordinate, ma anche, e soprattutto autonome, di cui sono stati protagonisti pressochè soltanto i “giovani” non ancora entrati nella cittadella degli insiders. Le legislazione del decennio 2000/2010 ha poi sancito questa linea di politica del diritto emersa nei fatti prima che con le leggi, disciplinando con il d. lgs. n. 368/2001, prima, e con il d. lgs. n. 276/2003, un accesso alle forme di lavoro flessibile più “al passo con i tempi”.
b) E’ vero che di questa flessibilità c’era bisogno forse il modo non rinviabile, ed è vero che tutti i paesi europei stanno facendo i conti con questa necessità. Non a caso, la parola d’ordine nell’ambito delle politiche europee del lavoro è: “flexicurity”, ovvero combinare flessibilità e protezione sociale.
Al nostro paese è mancato, tuttavia, fino ad ora, quel supporto alla flessibilità che in altri ordinamenti è fornito dall’apparato di welfare, non solo sotto forma di prestazioni previdenziali (qual è l’aspettativa pensionistica dei “giovani” che lavorano con contratti discontinui, il più delle volte di lavoro autonomo? Oppure, per restare nell’ambito di eventi che toccano più direttamente la vita di un giovane, come si declinano i congedi parentali e l’indennità di malattia nell’ambito delle c.d. “tipologie flessibili” di lavoro? E nel lavoro autonomo coordinato?), ma anche, e soprattutto, sotto forma di prestazioni sociali. Mi riferisco, in primo luogo, alle c.d. politiche attive del lavoro, ovvero a quel circuito virtuoso che dovrebbe migliorare l’occupabilità del lavoratore invitato – spesso suo malgrado – ad entrare e uscire di continuo dalla schiera degli occupati; e, in secondo luogo, ai servizi sociali in senso stretto, come i servizi di sostegno alla famiglia, che potrebbero consentire a molti di uscire dalla categoria “giovani” ed entrare semplicemente in quella degli adulti. Non è difficile allora capire la rabbia dei “giovani” in un paese con una spesa sociale complessiva che, secondo gli ultimi dati Istat, ammontava nel 2009 a 402,189 miliardi di euro (Rapporto Istat sulla coesione sociale, 20/12/2010).
c) Infine, in un mondo flessibile, il patrimonio dei “giovani” è nel loro sapere. E ciò non solo perché l’investimento in istruzione (soprattutto quella superiore) crea lavoratori meno vulnerabili alle crisi economiche (v. rapporto OCSE “Education at a glance”, 2010), ma anche perché è solo trasformandosi in un’economia della conoscenza che l’Europa potrà resistere alla pressione occupazionale del mondo globalizzato. Eppure, mentre alcuni paesi europei si muovono evidentemente in questa direzione (v. ad es. il piano Excellence Initiative tedesco e oppure il piano di aumenti alla spesa per l’istruzione superiore adottato in Francia), l’Italia ha incluso la pubblica istruzione – Università e istruzione superiore compresa – nel massiccio piano di tagli alle pubbliche risorse. Non è un caso allora che proprio contro la riforma dell’Università si sia alzata la rabbia dei “giovani”.

Di questa disattenzione nei confronti dei problemi di un’intera generazione possono dirsi responsabili tutti gli schieramenti politici, che, secondo modalità diverse, hanno lasciato che la famiglia funzionasse di fatto quale ammortizzatore sociale, volano occupazionale o promotore culturale. Il che consente di decodificare molte delle politiche sopra descritte -  almeno quelle dei punti a) e b) - e di spiegarle secondo il ragionamento che segue: non togliamo ai genitori per dare ai figli, ci penseranno i primi a trasferire risorse ai secondi. Ciò spiega, tra l’altro, lo strano fenomeno secondo il quale i problemi dei “giovani” sono rappresentati negli organi di stampa – e lì fanno clamore - per il tramite degli adulti che se ne fanno carico, nonostante l’età più che adulta dei soggetti interessati (v. lettera della madre che chiede giustizia per la figlia, Corriere della sera 18/12/2010; lettera del padre che invita il figlio a emigrare, La Repubblica 30/11/2009).
Ma le falle di questo ragionamento coinvolgono anche valori fondanti della nostra Costituzione. Solo per fare alcuni esempi: è noto che le risorse familiari non sono tutte uguali, sicchè utilizzare la famiglia come veicolo per la promozione dell’individuo impedisce ogni forma di mobilità sociale, minando alle fondamenta l’eguaglianza e la tensione verso le pari opportunità (art. 3 Cost.). La necessità di accedere a beni essenziali allo sviluppo della persona umana passando attraverso il filtro familiare può ledere valori quali la dignità e la libertà individuale (art. 2 Cost.). La necessità di richiedere il supporto familiare per accedere a molte utilità essenziali ad un’esistenza libera e dignitosa (ad esempio: la casa) lede il principio posto dall’art. 36 Cost. nel definire una retribuzione sufficiente.
Nel dibattito interno alle forze progressiste si ritrovano molti germi per una riflessione significativa su questi temi: si pensi alle proposte di riforma del contratto di lavoro presentate in parlamento da deputati PD, i ddl 1481/2009, 1873/2009, 2639/2009; al dibattito sulla flexicurity; alle proposte PD per rilanciare istruzione e ricerca universitaria anche attraverso forme di “Shock generazionale”. Non mancano però difficoltà e resistenze, prima fra tutte quella che riguarda il delicatissimo tema delle pensioni.  C’è da augurarsi, però, che il confronto politico su queste tematiche riprenda quanto prima il suo corso.
  Commenti (1)
PrecarietÓ flagello sociale
Scritto da Alessio, il 12-01-2011 16:03
Ringrazio l'autore per la chiarezza con cui ha delineato alcuni dei profili dello scottante problema che il sistema non pu˛ continuare ad ignorare, scaricando sui giovani valanghe di incertezze, preoccupazioni ed ansietÓ che, come abbiamo visto in questi giorni, si traducono immediatamente in tensioni sociali tanto aspre quanto purtroppo motivate. 
Se il mondo politico non vuole apparire sempre pi¨ distante e, peggio, urticante, nei confronti dei cittadini e, in special modo, di quelli che rappresentano il bene fondamentale del "futuro della nostra societÓ", deve assolutamente por mano al problema con risolutezza e serietÓ, nella direzione auspicata dai valori basilari della nostra Costituzione, ben citati nell'epilogo dell'articolo. 
Dobbiamo creare opportunitÓ, non soffocare aspirazioni. Dobbiamo dare orizzonti chiari, non aspettative tradite. Non dobbiamo regalare illusioni, ma neanche tarpare le ali alla speranza di tanti bravi giovani che desiderano soltanto essere protagonisti della propria vita e collaborare allo sviluppo del tessuto sociale cui appartengono. L'economicismo esasperato e la speculazione spinta in ordine alle risorse da dedicare in questo campo, sono nemici tanto sbandierati quanto controproducenti da cui bisogna sapersi affrancare in una logica di lungo respiro.  
Ogni ulteriore tentennamento o sfilacciamento normativo, non farebbe altro che acuire uno stato di marcato malessere che sta davvero minando la fiducia nelle possibilitÓ di crescita delle generazioni a venire.

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