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“MADE IN”: QUANDO L’ETICHETTA SA DI PROTEZIONISMO* E-mail
Politica e Istituzioni
di Paolo Martinello
15 dicembre 2010
 Nel marzo 2010 è stata definitivamente approvata alla Camera dei Deputati – pressoché all’unanimità - l’ennesima legge a tutela del “made in Italy” nei settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale, in particolare asiatica (tessile, calzature e alcuni pezzi di arredamento).

Il testo è stato accolto da un coro di approvazione da parte delle categorie produttive interessate, ma anche di sindacati e istituzioni locali.
La nuova legge, peraltro, ha come primo e principale obiettivo non tanto il rafforzamento della disciplina dell’etichettatura “made in Italy” e/o della lotta alla contraffazione, bensì soprattutto quello di obbligare i prodotti commercializzati in Italia a riportare l’indicazione del luogo d’origine.
Il presupposto sul quale si basa la normativa è che informare il consumatore sul “luogo d’origine” del prodotto equivale a informarlo sul processo di lavorazione del prodotto stesso e sulla sua qualità. È un presupposto del tutto irrazionale, essendo evidente che la qualità di un prodotto non può essere desunta dalla sua provenienza geografica.
I destinatari del nuovo sistema di etichettatura obbligatoria sull’origine geografica dei prodotti non sono solo i produttori esteri e gli importatori, ma anche – forse soprattutto - i produttori nazionali che hanno delocalizzato talune fasi di lavorazione fuori dal territorio nazionale, in particolare nel settore della moda e delle calzature, i quali dovrebbero ora dichiarare in etichetta la provenienza geografica extraeuropea dei loro prodotti.
Questo obiettivo è stato esplicitamente ritenuto dai fautori della nuova normativa come un efficace mezzo di protezione delle imprese che operano nel territorio nazionale, in quanto conferirebbe loro un vantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti che hanno delocalizzato  senza dichiararlo in etichetta.
Questo effetto della nuova normativa ha suscitato le riserve di una parte significativa dell’industria italiana, rimasta però pressoché silente, evidentemente timorosa di contrastare un’iniziativa legislativa supportata da un consenso politico unanime.
La battaglia sul “made in Italy” si gioca essenzialmente tra contrapposti interessi commerciali e industriali nazionali, che ben poco hanno a che vedere con la tutela e l’informazione del consumatore.
Il secondo aspetto della nuova normativa riguarda l’impiego dell’indicazione “made in Italy”, che sarà consentito ai prodotti per i quali le fasi di lavorazione (che vengono dettagliatamente descritte ed enumerate) hanno avuto luogo “prevalentemente” nel territorio nazionale.
Il risultato di questa operazione normativa è sostanzialmente quello di consentire l’impiego dell’indicazione “made in Italy” su prodotti che, oltre che impiegare materie prime importate, hanno realizzato sul territorio nazionale un numero di fasi di lavorazione che non risultano neppure prevalenti, in evidente contraddizione con i proclamati obiettivi di protezione del “vero” made in Italy, che in futuro potrà essere utilizzato (e quindi contraffatto) più facilmente di prima.
Pare, dunque, evidente che la nuova normativa sia stata animata da obiettivi squisitamente  politici e di facile raccolta del consenso, ben più che da una razionale analisi della realtà e delle misure utili ai settori dell’industria nazionale più esposti alle sfide della globalizzazione.
Del resto, è noto che non esistono analisi e dati che consentano di misurare il “valore” attribuibile all’indicazione di origine geografica di un prodotto e le quote di mercato che essa sarebbe in grado di spostare o anche semplicemente di proteggere. Il che dimostra quanto l’operazione tragga origine, più che da scelte razionali, da emozioni e paure.
A fine luglio 2010 la Commissione europea ha comunicato al Governo italiano che la nuova normativa sul “made in Italy” non appare in linea né con le disposizioni del trattato, né con la Direttiva 98/34/Ce, che obbliga gli Stati membri a notificare i progetti delle regolamentazioni tecniche relative ai prodotti alla Commissione e agli Stati membri stessi prima che queste siano adottate dalle legislazioni nazionali.
La Commissione ha rilevato che la notifica da parte dell’Italia delle nuove disposizioni sull’etichettatura obbligatoria è irregolare, in quanto effettuata dopo la loro approvazione anziché preventivamente, come previsto dalla direttiva.
L’inadempimento all’obbligo di notifica comporta l’inapplicabilità delle disposizioni, con la conseguenza che esse non possono essere opposte ai singoli e che il giudice nazionale ha l’obbligo di disapplicare la regola tecnica nazionale che non sia stata notificata come prescrive la direttiva.
Il nostro ordinamento prevede già un robusto sistema di tutela dei consumatori in caso di utilizzo scorretto o ingannevole di indicazioni di origine dei prodotti, essendo tale pratica commerciale espressamente vietata e sanzionata, in quanto sleale e ingannevole, dal Codice del Consumo.
La presa di posizione della Commissione Ue ha comunque prodotto, almeno momentaneamente, la paralisi delle ulteriori iniziative governative previste dalla nuova normativa. I regolamenti attuativi previsti e necessari per la sua effettiva entrata in vigore, la cui approvazione doveva avvenire entro l’agosto 2010, non sono ancora stati né discussi né predisposti in bozza e una circolare del governo del settembre scorso ha di fatto rinviato l’entrata in vigore della nuova legge.
Entrambi gli obiettivi perseguiti sono stati mancati: la pretesa di imporre un obbligo di etichettatura d’origine geografica ai prodotti importati da Paesi extra Ue è stata bocciata dalla Commissione europea, mentre l’introduzione di un uso selettivo dell’etichettatura del “made in Italy” ha portato a una soluzione di compromesso al ribasso, allargando a dismisura la possibile platea dei prodotti etichettabili come di origine nazionale.
Il risultato perseguito finirebbe per colpire non solo gli interessi dell’industria nazionale delocalizzata, ma anche quelli della piccola e media industria che per scelta, per incapacità o per mancanza di alternative accessibili opera interamente sul territorio locale.
La prima potrebbe trovarsi obbligata a svelare che alcune fasi della sua produzione sono state realizzate in paesi extra Ue. La seconda, che attribuisce un valore competitivo all’etichetta “made in Italy”, che nessuno peraltro è oggi in grado di quantificare in termini economici, potrà fregiarsi di una “marchio” svalutato.
Ove mai la nuova normativa entrasse in vigore, l’etichetta di un abito ci dirà che la confezione è “made in China”, ma che ciò nonostante si tratta di un prodotto “made in Italy”.
I fautori dell’obbligo di indicazione dell’origine geografica dei prodotti importati ricordano spesso che tale obbligo è già previsto in importanti Paesi industrializzati, in particolare negli USA.
Proprio l’esperienza statunitense è la migliore dimostrazione che misure di questa natura sono del tutto inadeguate ad arginare l’incremento di importazione di prodotti low cost e a orientare le scelte dei consumatori verso beni di produzione nazionale.
Il problema, piuttosto, è quello che i mercati mondiali, il cui sviluppo contribuisce evidentemente alla crescita della concorrenza a beneficio immediato dei consumatori dei Paesi importatori avvenga nel rispetto delle regole del commercio internazionale e che esse vengano rafforzate ed estese e non, come avviene spesso attualmente, violate da misure e tentazioni protezionistiche e da accordi bilaterali tra Stati, che hanno un effetto protezionistico indiretto.
L’obiettivo di creare un legame tra un bene e il suo luogo di produzione si scontra con il fatto che l’individuazione dell’origine è resa sempre più difficile dalla complessità intrinseca dei prodotti e della dispersione delle fasi di lavorazione in più Stati. Nel contesto dell’economia globale, stabilire regole di origine a livello locale appare del tutto velleitario, in quanto si tratta di stabilire quali, tra le varie fasi di lavorazione e operazioni di trasformazione, siano rilevanti per l’attribuzione dell’origine al prodotto finito.
In questo contesto, i consumatori hanno ben poco da guadagnare: informazioni come quella sull’origine geografica di un prodotto, individuata con criteri discutibili e opportunistici e finalizzata a provocare un’irrazionale e immotivata attribuzione di qualità ai prodotti, rischiano di tradursi in un inganno ancora più insidioso di quello dal quale li si vorrebbe proteggere.

* Anticipazione da Consumatori, Diritti e Mercato n° 3/2010


  Commenti (1)
Scritto da Franco Bortolotti, il 16-12-2010 09:33
Sono generalmente in completo disaccordo con tutte le proposte di stampo leghista, fino ad auspicare senz'altro la secessione, dalla "mia" Italia, dei territori dove la gente è tale da aderire alle ideologie leghiste. Però provo grande irritazione di fronte alle posizioni sostenute dall'estensore dell'articolo e in generale dalle leadership europee. Il punto è molto semplice: favorire in tutte le sue manifestazioni la trasparenza, anche parziale, meglio se totale, dei processi produttivi a favore del consumatore. L'autore dice che si favoriscono comportamenti irrazionali... come se fosse possibile trovare un filo di razionalità nella gigantesca costruzione di contenuti simbolici che sta dietro ai prodotti che compriamo, ome se veramente cosumare Armani o Lacoste sia più "razionale" che fare qualcos'altro. Personalmente sono sempre contro i boicottaggi, ma ho sempre delle "policy" di consumo: sono le mie e mi chiedo perché non posso praticarle. Se voglio evitare di comprare merci prodotte in Cina, Iran, Usa, Lombardia, (o, finché governa Sarkozy, in Francia) accolgo favorevolmente tutto ciò che mi mette in grado di perseguire i miei principi. Irrazionalissimi, ma sono i miei, punto e basta, ne' mi permetto di giudicare quelli altrui. L'UE non difende la razionalità di un bel nulla, difende alcuni interessi attraverso un imponente apparato di lobbisti. So anch'io, come ci insegnava Robert Reich, che la provenienza reale dei prodotti è diversa da quella apparente. Bene, aumentiamo la trasparenza. Ci sono i mezzi tecnici per tracciare i prodotti, la loro provenienza e le loro fasi di produzione; per le bistecche perfino l'UE ammette che ciò sia possibile, se per gli armamenti e i vestiti si accampano scuse, è solo per difendere gli interessi dominanti e le loro rendite di posizione. 
Trovo immorale che chi difende i principi dell'economia di mercato sia insensibile a queste elementari esigenze di informazione del consumatore.

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