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POLITICHE SOCIALI E ORGANIZZAZIONE DI GOVERNO: TORNIAMO AL DAS E-mail
Pubblica Amministrazione
di Alfredo Ferrante
10 dicembre 2010
politiche socialiLe cronache politiche degli ultimi mesi rendono sempre più probabile una crisi di Governo, dagli esiti ancora incerti, mentre il Paese, che subisce ancora gli effetti della crisi economica, attraversa una fase di profonda difficoltà che investe in primo luogo le famiglie e le persone più fragili: donne e giovani, disoccupati, persone con disabilità e non autosufficienti, famiglie al limite della soglia di povertà.

Si rende necessaria, con tutta evidenza, una risposta politica forte così da contrastare, idealmente prima ancora che attraverso provvedimenti specifici, la crisi di legame sociale che attraversano le categorie deboli, le cui fragilità spesso si sovrappongono e si autoalimentano. Una leva può essere, ad opera del futuro Governo, la (re)istituzione del Dipartimento per gli Affari Sociali (DAS) presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri così da mettere compiutamente a fattor comune tutte le aree delle politiche sociali come le pari opportunità, l’associazionismo, la lotta alla tossicodipendenza, l’immigrazione, le politiche giovanili e familiari, e così via.
Dal 1987, infatti, in occasione dell’insediamento del primo Governo Goria, e sino all’inizio della XIV Legislatura, le compagini governative hanno sempre visto la presenza di Ministri senza portafoglio con competenze in materia di affari sociali (la cui titolarità rimaneva in capo al Premier) a capo di uno specifico Dipartimento all’interno della Presidenza del Consiglio. Seppur in un’ottica certamente residuale, riservando la materia a figure politiche non titolari di dicasteri, la crescita e definizione dei compiti del Dipartimento per gli Affari Sociali, costituito con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 10 novembre 1987, sono state, tuttavia, strettamente collegate alla emanazione di alcune importanti leggi di settore come, ad esempio, la prevenzione delle tossicodipendenze (D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309), il volontariato (legge quadro 11 agosto 1991, n. 266), e l’assistenza ai portatori di handicap (come recita, con formula ormai obsoleta, la legge 5 febbraio 1992, n. 104), sino alla istituzione del Fondo nazionale per le politiche sociali (articolo 59, comma 44, della legge 448 del 1997), grazie alle quali al Dipartimento è stato attribuito un ruolo significativo nello snodo decisionale e di allocazione di risorse tra amministrazione centrale e regioni.
Dal 2001 le politiche sociali entrano nel portafoglio del neo Ministero del Welfare, nei cui confronti, tuttavia, appare costante, in un quadro di pervicaci interventi sulla organizzazione dei Governi, una particolare attenzione del Parlamento e del Governo. Dapprima Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali secondo il disegno del decreto legislativo 300 del 1999, subiva immediatamente lo scorporo del settore Salute. Il secondo Governo Prodi, nel disporre un importante riordino dell’amministrazione centrale (d.l. 181/2006), prevedeva l’istituzione del Ministero della Solidarietà Sociale e di due Dipartimenti della Presidenza del Consiglio (Politiche della Famiglia e Politiche Giovanili e Attività Sportive). La nuova legislatura, infine, nel riproporre inizialmente la originaria struttura tripartita, ha visto ancora una volta lo scorporo della Salute e l’istituzione di Dipartimenti presso la Presidenza in materia di Gioventù, Famiglia, Tossicodipendenza, Sport e così via.
Sono evidenti le criticità. In primo luogo la dispersione amministrativa che non può non impattare negativamente sulla implementazione delle politiche. In secondo luogo, il perpetuarsi dello storico schiacciamento amministrativo delle strutture del sociale all’interno del Ministero del Welfare, che soffrono una sperimentata predominanza dell’ottica lavoristica e previdenziale. A ciò si aggiunga il fatto (clamorosamente passato sotto silenzio da parte dei media nazionali) che dal marzo di quest’anno, e per la prima volta nella storia della Repubblica da oltre venti anni, è assente in un Governo la figura di un referente politico (Sottosegretario, Ministro con o senza portafoglio) che presidi l’area delle politiche sociali.
Insomma, se si è assistito nel corso di quasi un decennio a diverse reincarnazioni e di successivi assemblaggi e scorporamenti bipartisan che difficilmente potevano essere riconducibili ad un’ottica strategica, si deve mettere nel conto una non conclamata attenzione della politica a tali temi, spesso presi in considerazione nella loro valenza residuale o elettorale.
Perchè tornare al DAS, allora? In primo luogo una riduzione dei costi: attualmente si potrebbero riunire ben sei strutture (Dipartimenti Pari Opportunità, Gioventù, Politiche Antidroga, Politiche per la Famiglia, e Ufficio per lo Sport ed Ufficio Nazionale per il Servizio Civile), oltre alle Direzioni Generali attualmente interne al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (Immigrazione, Volontariato, Inclusione Sociale, Fondo Nazionale per le Politiche Sociali). Inoltre, un’unica struttura che ricomprendesse i diversi segmenti del sociale potrebbe – dovrebbe – esaltare il ruolo di coordinamento ed impulso proprio di una struttura centrale nel nuovo quadro costituzionale di larga deconcentrazione di funzioni e nella prospettiva federalista. In particolare, costituirebbe un pur piccolo passo verso l’esigenza di restituire alla Presidenza quel carattere di supporto alla attività di direzione della politica generale del Governo da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri che molte volte è stata appesantita da funzioni assai poco congruenti con tale visione.
Infine, sarebbe un segnale concreto, ove supportato da un forte mandato politico, avverso le forti diseguaglianze sociali di cui soffre il Paese e manifesterebbe la volontà di combattere tali squilibri, dando maggiore valenza all’indispensabile ruolo di coordinamento che la Presidenza può esercitare nei confronti delle amministrazioni nazionali (e regionali). La scommessa è dar forza ad un centro che non abbia il mero scopo di gestire fondi di settore ma riesca ad essere coordinatore autorevole e figura di equilibrio fra amministrazioni nazionali diverse, riferimento per le realtà regionali e territoriali, garante per il variegato mondo dell’associazionismo non profit e del Terzo Settore.
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