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WELFARE DEI SERVIZI: CON I TAGLI QUALE FUTURO? E-mail
Welfare
di Sergio Pasquinelli
03 dicembre 2010
welfare serviziCome fare a rispondere a una crescente domanda di servizi con risorse che diminuiscono? Più o meno esplicitamente è questa la questione che si pongono oggi regioni, enti locali, gestori dei servizi sociali.

Perché i bisogni, non c’è dubbio, crescono: basta guardare la demografia di una società che invecchia. Nei prossimi trent’anni il numero di non autosufficienti crescerà in Italia ben più velocemente della media europea. O possiamo osservare gli effetti di una recessione che sta lasciando dietro di sé famiglie più fragili ed esposte.

E perché le risorse, non c’è dubbio, stanno diminuendo. Sono eloquenti i dati della Conferenza delle Regioni1, secondo cui il Fondo nazionale per le politiche sociali è passato da uno stanziamento di 929 milioni nel 2008 a 435 milioni quest’anno; un dimezzamento abbondante che ha interessato anche il Fondo delle politiche per la famiglia, passato da 288 a 100 milioni.

La situazione diventa devastante, sui vari fondi per il sociale, dal 2011 in poi, a seguito della manovra estiva che ha ridotto di 4,5 miliardi di euro i trasferimenti alle regioni e di 1,5 ai Comuni per il 2011, riduzioni in aumento successivamente. Per rimanere al Fondo nazionale per le politiche sociali, la sua dotazione si riduce a soli 275 milioni l’anno prossimo (grazie ai 200 milioni reintrodotti dal maxi-emendamento alla legge di stabilità). Per altri fondi c’è addirittura l’azzeramento: già avvenuto con il Piano straordinario per i nidi e molto probabile con il Fondo per la non autosufficienza.
A questo quadro si accompagna il generale disinteresse della politica governativa nei confronti del welfare dei servizi. O quantomeno la grande distanza tra il dichiarato, le buone intenzioni, e le effettive risorse messe in campo. Come nel caso della bozza di Piano nazionale per la famiglia presentata alla Conferenza di Milano all’inizio di novembre. A cui seguono le inerzie sulla Social Card, nei fatti derubricata dall’agenda politica, e l’evidente reticenza a discutere di livelli essenziali di assistenza, necessari per il federalismo fiscale.

I tagli stanno colpendo la rete dei servizi, il livello territoriale2. Prestazioni gestite a livello nazionale, preponderanti in termini di spesa sociale complessiva, non sono state minimamente sfiorate da alcuna ipotesi di riforma. Valga per tutti l’esempio dell’indennità di accompagnamento: una misura granitica per cui vengono spesi più di dodici miliardi di euro all’anno3. Quasi il doppio di quanto spendono tutti i Comuni italiani, singoli e associati, per i servizi sociali (6,6 miliardi nel 2008 secondo l’Istat).

Servizi sociali solo per i più poveri?
Secondo la Conferenza delle regioni i fondi nazionali per il sociale passano da uno stanziamento di oltre 3 miliardi nel triennio 2008-2010 a poco più di 300 milioni per il triennio 2011-2013. Quale impatto avranno questi tagli? E’ ancora difficile rispondere. Quello delle ricadute sui cittadini è un tema su cui ci si deve attrezzare di più in termini di capacità di previsione, analisi e valutazione.

I tagli di spesa politicamente più giustificabili sono quelli che riguardano servizi ritenuti non essenziali. Che le priorità siano dettate da criteri di equità (si privilegiano i più poveri), di bisogno (chi sta peggio) o di efficacia (chi ne può trarre maggiore beneficio), è probabile un ridimensionamento del welfare dei servizi a favore delle situazioni più estreme, nella logica di una rete di protezione di ultima istanza.

Insomma è probabile che i tagli sposteranno il baricentro dei servizi pubblici verso un’utenza sempre più debole e svantaggiata, lasciando scoperto il ceto medio-basso. Le fasce impoverite, ma non troppo, dalla crisi. I costi ricadranno sulle famiglie di questa fascia: non più abbienti ma non ancora povere. Famiglie non così agiate da permettersi il mercato privato, ma non abbastanza povere da poter accedere a quello pubblico4. Pensiamo alla fatica delle giovani coppie che vogliono metter su famiglia e ai sostegni, molto selettivi e generalmente piuttosto limitati, cui possono accedere.

Serve un cambio di prospettiva
I tagli finora decisi lasciano intatte tutte le prestazioni monetarie gestite a livello nazionale: allocazioni familiari, per l’assistenza e per l’invalidità. Un insieme di misure poco efficienti e perequative, che assorbono i quattro quinti della nostra spesa sociale.

Detto questo, un’inversione di tendenza e un riposizionamento del welfare dei servizi nell’agenda politica sono oggi altamente auspicabili. Ma si tratta di prospettive davvero incerte. Nel frattempo, dal punto di vista del governo territoriale dei servizi, occorre attrezzarsi. Un welfare sociale più povero di risorse deve trovare le contromisure per non subire decisioni di finanza pubblica penalizzanti, oggi e in prospettiva.

Come far fronte alla riduzione dei trasferimenti con altre risorse? Molti comuni, consorzi e aziende sociali hanno sviluppato in questi anni buone capacità di raccolta di fondi, giocando su voci diverse come fondi europei, finanziamenti dalle fondazioni di origine bancaria, sistemi di tariffazione sensibili alla reale capacità di spesa delle famiglie.

Nel sociale la forza economica delle iniziative dipende sempre più dalla capacità di stringere alleanze tra settori ed enti diversi, pubblici e privati, e di proporsi in modo coordinato. Per reagire al contenimento dei costi serve infatti un approccio d’insieme con cui trattare i problemi: a beneficio della qualità delle risposte, che sempre più chiedono collegamenti e lavoro di sistema, delle economie che si possono generare, nonché delle risorse a cui poter accedere.

Le contrazioni di spesa rischiano infatti di isolare il sociale in una nicchia assistenziale. I settori adiacenti della sanità e del lavoro e formazione professionale detengono opportunità di budget completamente diverse: oggi più che mai va massimizzato lo sforzo di un riposizionamento, di definire competenze condivise, nuovi confini. Per esempio, alcuni rilevanti progetti che riguardano il lavoro privato di cura svolto dalle assistenti familiari usano fondi strutturali (Regione Piemonte, Regione Puglia) o risorse della sanità (Regione Emilia Romagna, Comune di Torino). Occorre allora lavorare nella direzione di quella integrazione tra politiche e servizi su cui si sono spesi fiumi di parole ma su cui rimangono molti vincoli, rigidità. Anche questo può aiutare a ridurre l’impatto di una difficile stagione per le politiche sociali.

1. http://www.emiliaromagnasociale.it/wcm/emiliaromagnasociale/news/2010/novembre/11_fondi_sociale.htm
2. Per un approfondimento si rinvia a S. Pasquinelli, Chi pagherà i tagli al sociale?, in “Prospettive Sociali e Sanitarie”, n. 20, 2010.
3. Una cifra che è raddoppiata negli ultimi dieci anni: cfr. Network Non Autosufficienza (a cura di), L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia. Secondo Rapporto, Rimini, Maggioli, 2010.
4. Sta già avvenendo in Inghilterra: tra gli interventi della recente manovra sul welfare figura una forte riduzione dei child benefit, uno dei pilastri del welfare britannico, pari a 92 euro al mese per il primo figlio, 60 euro per ogni figlio successivo, dati finora a prescindere dalle condizioni economiche. Ora si intende toglierli ai nuclei con un reddito superiore ai 50mila euro annui. Si prevede che 1,2 milioni di famiglie ne rimarranno privi, con un risparmio di due miliardi e mezzo di sterline (Bbc news, 4 ottobre).

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