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TRE PUNTI DEBOLI DELLA RIFORMA GELMINI E-mail
di Annamaria Nifo, Domenico Scalera
03 dicembre 2010
riforma gelminiUn merito va senza dubbio riconosciuto al ministro Gelmini e alla sua riforma in approvazione in questi giorni nelle aule parlamentari.

Dopo anni di torpore troppo segnati da un’accondiscendenza rassegnata e talora opportunistica a una politica universitaria confusa, contraddittoria e sempre più avara di risorse, un gran numero di docenti, ricercatori e studenti universitari stanno manifestando con forza la loro contrarietà al disegno di legge. E come dar loro torto? Il provvedimento che il governo intende adottare presenta molti punti deboli e sembra destinato a generare nuovi problemi più che a risolvere quelli, pure non trascurabili, che già affliggono la nostra università. Tre esempi.
Primo, la riforma non risolve il dilemma fra autonomia e controllo centrale. Da anni si sostiene la necessità di il valore legale dei titoli di studio (necessità resa più forte dalla recente proliferazione di università private, per il riconoscimento legale delle quali occorrerebbe essere adeguatamente severi) e di attribuire ampia autonomia alle università, per poi premiare i comportamenti virtuosi attribuendo agli atenei “buoni” maggiori fondi. Il DDL Gelmini non tocca il valore legale delle lauree e, per fare qualche passo in direzione della premialità, impone un corposo incremento delle attività di controllo da parte del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e del Ministero dell’economia e delle finanze, demandando peraltro la definizione delle modalità di detto controllo a decreti attuativi successivi (così come per molte altre materie). 
Secondo, la riforma disegna un quadro poco convincente di governance alternativo a quello attuale, nel quale il problema dell’autoreferenzialità dei docenti sarebbe risolto con un rafforzamento dei poteri del rettore (peraltro, e non a caso, unica carica non soggetta a decadenza con l’approvazione della riforma), un significativo ampliamento della quota di consiglieri di amministrazione esterni all’università, scelti “tra personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello” e con la nomina di un direttore generale (il solito manager) dotato “delle più alte competenze”. Ma come si può essere sicuri che il rimedio proposto al problema di agenzia che deriva dall’autogoverno dei professori non sia peggiore del male? Perché il super-rettore dovrebbe essere meno incline a curare i propri interessi? Considerato che, data l’esiguità delle risorse, i compensi di rettori, consiglieri e manager dovranno essere necessariamente modesti, chi andrà a gestire le università? Quali saranno gli incentivi di costoro? Non ci ritroveremo i soliti politici e amici dei politici (come nelle ASL, per intenderci)?
Terzo esempio, probabilmente il più importante: la tenure track. La riforma si occupa di ridefinire lo stato del ricercatore, conformemente al modello anglosassone e di altri paesi, che tipicamente prevede per la figura del ricercatore rapporti a tempo determinato, rinnovabili fino al raggiungimento della tenure (tempo indeterminato), con l’intento di ridurre gli spazi per le rendite offerte dal “posto sicuro” ai  fannulloni (che peraltro, a nostra conoscenza, non sono certo più numerosi tra i ricercatori che tra i professori ordinari e associati). Non è certo la flessibilità del contratto a tempo determinato il problema. La maggior parte dei ricercatori italiani già ora affronta periodi anche lunghi di “precarietà” dopo la laurea e il dottorato, accettando anche di emigrare temporaneamente o permanentemente con contratti di ricerca a tempo determinato. L’aspetto critico è la scarsità e l’incertezza delle risorse disponibili per le carriere future dei giovani ricercatori. La riforma allunga inevitabilmente i tempi della tenure, subordinandola sì al merito (almeno in teoria) ma anche alla disponibilità di risorse “secondo criteri di piena sostenibilità finanziaria”. Le cattive condizioni della finanza pubblica italiana, la poca sensibilità della politica verso le necessità e il disagio della ricerca, lo scarso spessore di un “mercato” interno per gli abilitati non chiamati dai propri atenei mette in dubbio l’opportunità di questa misura. Con uno stipendio che rimane quello dell’attuale ricercatore a tempo indeterminato, il maggior rischio introdotto dalla riforma rende, in particolare per i più giovani, ancor meno attraente la carriera del ricercatore e relativamente più remunerativa un’occupazione alternativa o l’emigrazione verso paesi che offrono migliori condizioni e maggiore soddisfazione, con probabili gravi conseguenze non solo sull’università italiana ma anche sull’economia e la società.
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