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LA CORRUZIONE PARLAMENTARE: COME FANNO GLI ALTRI E-mail
Politica e Istituzioni
di Bernardo Giorgio Mattarella
03 dicembre 2010
corruzione parlamentareIn questi giorni di conta dei parlamentari, può anche sembrare normale che un deputato o un senatore aggiudichi il proprio voto al migliore o all’unico offerente, in cambio di favori per sé, per i propri familiari e amici o per il proprio collegio elettorale.

Per non parlare dei fatti di corruzione che numerose inchieste giudiziarie e giornalistiche hanno fatto emergere negli ultimi mesi. La moralità della classe politica non attraversa uno dei suoi periodi migliori. Può essere interessante, allora, raccontare ciò che è successo nei giorni scorsi negli Usa e nel Regno Unito. Questi due paesi hanno tre caratteristiche importanti, che mancano all’Italia: primo, ci sono regole codificate di comportamento per i parlamentari; secondo, sul rispetto di queste regole (e della legge penale) da parte di essi vigila un organismo indipendente o semi-indipendente dal Parlamento; terzo, c’è trasparenza sui comportamenti e sugli interessi dei parlamentari.
Nella Camera dei rappresentanti americana, lo scorso 16 novembre, un deputato democratico di New York City, che siede alla Camera da oltre quaranta anni, è stato accusato di una dozzina di violazioni: tra l’altro, di avere accettato un’abitazione in affitto a un prezzo di favore, di avere evaso le imposte su una villa all’estero e di avere sollecitato donazioni in beneficenza da società che avevano un interesse in decisioni della commissione da lui presieduta. Ad accusarlo è stato dapprima, a seguito di varie indagini, l’Office for Congressional Ethics, costituito nel 2008 dalla Speaker ormai uscente, Nancy Pelosi, e al cui vertice si trova un comitato di privati cittadini. A dichiarare la colpevolezza, con una maggioranza di nove voti su dieci, è stato il Committee on Standards on Official Conduct, formato pariteticamente da deputati di maggioranza e di opposizione. Tutta la documentazione è disponibile sul sito internet della Camera dei rappresentanti.
Dunque, negli Stati Uniti ci sono deputati pronti a dichiarare che un proprio collega di partito ha violato norme etiche. Ecco una quarta differenza rispetto all’Italia: qui, come è noto, i parlamentari sono sempre pronti ad affermare l’immunità dei propri colleghi, soprattutto se della propria parte politica, proteggendoli dalle indagini giudiziarie. È vero che il futuro Speaker della Camera dei rappresentanti, John Boehner, sembra intenzionato a smantellare o ridimensionare l’Office for Congressional Ethics, ma non è detto che ci riesca, perché potrebbe incontrare la resistenza non solo della stampa liberal (il New York Times ne ha parlato più volte), ma anche – all’interno della nuova maggioranza – del Tea Party movement (c’è in Italia un simile partito, rozzo ma onesto, disponibile per questa battaglia?).
È vero, peraltro, che, quando il controllo sul comportamento dei politici è affidato ai politici, c’è sempre qualche rischio di abuso. È per questo che, negli ordinamenti più avanzati, ad avere l’ultima parola sulla perseguibilità dei reati da loro commessi sono i giudici. Lo dimostra il caso britannico. Nel Regno Unito, come è noto, circa un anno fa è scoppiato lo scandalo dei rimborsi ai parlamentari: molti di essi ne avevano abusato, utilizzandoli per gli scopi più svariati e stravaganti; lo scandalo è scoppiato perché qualche giornalista era andato a curiosare nel sito internet del Parlamento inglese, dove sono pubblicati tutti i documenti relativi ai rimborsi.
La storia britannica, peraltro, ricorderà il 2009 non per quello scandalo, ma per l’istituzione della Corte Suprema. Questo organo, con una decisione del 10 novembre scorso, ha stabilito che tre dei deputati coinvolti in quello scandalo, nei confronti dei quali è stata avviata l’azione penale, dovranno essere soggetti al processo dinanzi alle corti ordinarie, perché si tratta di reati comuni, non coperti dal parliamentary privilege.
In Italia, nulla di tutto questo può accadere: perché, per i parlamentari, non ci sono regole di comportamento come quelle violate dal deputato statunitense e da quelli britannici; perché non ci sono organismi indipendenti che vigilano sul loro comportamento, se non i giudici penali; e perché nei siti della Camera e del Senato non si trovano certo documenti sui rimborsi spese dei parlamentari, e tanto meno sui procedimenti avviati nei loro confronti (che non esistono).
Come è noto, in Parlamento pende un disegno di legge anticorruzione, che tratta principalmente della corruzione nella pubblica amministrazione: sarebbe più credibile se i parlamentari si occupassero anche di se stessi. Tra le varie categorie di cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche (quelli ai quali l’art. 54 della Costituzione chiede di comportarsi “con disciplina e onore”), quella dei parlamentari è una di quelle per le quali le norme di comportamento sono più lacunose: per esempio, essi sono quasi gli unici per i quali non esistono norme sul conflitto di interessi (non proprio gli unici: ci sono anche i funzionari degli uffici di staff dei ministri e degli assessori).
Ecco tre proposte concrete: primo, norme di comportamento come quelle dei parlamentari statunitensi e britannici; secondo, un organo indipendente che vigili sul loro rispetto, come in quei paesi; terzo, un analogo livello di trasparenza sugli interessi e sui comportamenti dei parlamentari.
  Commenti (1)
Scritto da Nicola Savino, il 04-12-2010 22:37
Da noi, dopo l'esperienza di Tangentopoli che ha colpito o parzialmente o strumentalmente, credo si debba puntare sull'organo indipendente, tipo USA. Buon lavoro.

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