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PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI ALL’IMPRESA AZIONARIA: QUALI STRUMENTI OGGI? E-mail
Lavoro
di Umberto Tombari
26 novembre 2010
partecipazione lavoratoriIl legislatore italiano si è posto il problema della “partecipazione” dei lavoratori all’impresa medio grande? La riforma societaria del 2003 ha introdotto novità su questo punto?

Tra i due modelli di partecipazione – quello di “partecipazione ai risultati” e quello di “partecipazione alla gestione e al controllo” – quale è possibile in Italia? Solo rispondendo a questi interrogativi può essere avviato un  processo di riforma teso a valorizzare il momento partecipativo dei lavoratori all’impresa.

In un momento in cui si riaccende il dibattito sulla partecipazione dei lavoratori all’impresa medio grande (e quindi all’impresa normalmente organizzata in forma di società per azioni) non sempre è chiaro cosa sia possibile fare già oggi in base al nostro diritto societario. Il legislatore italiano si è posto il problema? La riforma societaria del 2003 ha introdotto significative novità su questo punto? Tra i due modelli di partecipazione – quello di “partecipazione ai risultati” e quello di “partecipazione alla gestione e al controllo” (previsto anche nello Statuto della Società europea  contenuto nel Reg. 2157/2001 Ce) – quale è possibile in Italia? Solo rispondendo a questi interrogativi può essere avviato un consapevole processo di riforma teso a valorizzare il momento partecipativo dei lavoratori all’impresa.

Chiariamo subito un punto: la riforma del diritto societario ha introdotto per la prima volta in Italia il sistema di amministrazione e controllo c.d. dualistico, ossia un sistema da tempo utilizzato in Germania per realizzare la “cogestione” dei lavoratori dipendenti (c.d. Mitbestimmung, disciplinata per la maggior parte delle società per azioni tedesche da una legge del 1976). Poteva essere questo uno strumento per attuare il principio contenuto nell’art. 46 della Costituzione, secondo il quale “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione delle aziende”.  Così non è stato: l’art. 2409, duodecies, decimo comma, codice civile, lettera c), afferma, in modo inequivoco, che non possono essere eletti alla carica di consiglieri di sorveglianza, e, se eletti, decadono dall’ufficio “coloro che sono legati alla società o alle società da queste controllate o a quelle sottoposte a comune controllo da un rapporto di lavoro”. In sostanza, oggi i dipendenti non possono partecipare al consiglio di sorveglianza, ossia all’organo con funzioni di controllo e, se previsto nello statuto, di “alta amministrazione”. E’ peraltro da chiedersi se sia anche solo opportuno auspicare una modifica legislativa sul punto, considerato che il sindacato italiano si è dimostrato da sempre poco propenso a favorire una partecipazione dei lavoratori al controllo e all’alta strategia dell’impresa, concentrando la propria azione “sulla contrattazione collettiva quale forma di controllo della discrezionalità manageriale in tema di rapporti di lavoro1”.

Il discorso è invece ben diverso con riferimento al modello della c.d. “partecipazione ai risultati”, rispetto al quale sono possibili due strade (non mi concentrerò, invece, sui piani di c.d. stock option, come strumento di fidelizzazione dei dipendenti, prevalentemente, ma non esclusivamente, in posizione dirigenziale). In particolare, se previsto nello statuto sociale l’assemblea straordinaria può deliberare l’assegnazione di utili ai dipendenti della società o di società controllate mediante l’emissione (per un ammontare corrispondente agli utili stessi) e l’assegnazione, individualmente e gratuitamente, di “speciali categorie di azioni” (art. 2349, primo comma, codice civile). In via alternativa, sempre l’assemblea straordinaria può deliberare l’assegnazione, sempre in via individuale e gratuita,  ai lavoratori dipendenti (della società o di società controllate) di “strumenti finanziari”, diversi dalle azioni, forniti di diritti patrimoniali o anche di diritti amministrativi (e, nella specie, di diritti di voto su argomenti specificamente indicati e del diritto di nominare un amministratore indipendente o un componente dell’organo di controllo della società: cfr. art. 2351, ultimo comma, codice civile).

Insomma: già oggi se il socio di maggioranza lo decide e, conseguentemente, l’assemblea in sede straordinaria lo delibera, con le tecnicalità ed i presupposti sopra brevemente descritti, il lavoratore dipendente può partecipare ai risultati dell’impresa divenendo o “azionista” (e quindi socio) o titolare di uno “strumento finanziario partecipativo”, dotato comunque anche (se si vuole) di penetranti diritti amministrativi.

In entrambe i casi, si tratta comunque di forme “individuali” (da parte del singolo lavoratore) di partecipazione all’impresa azionaria, dal momento che – a differenza degli Esop nordamericani o dei Fonds communs d’enterprise francesi -  “l’ordinamento giuridico italiano non prevede attualmente alcuna disposizione specifica in merito alla possibilità di aggregare la partecipazione dei dipendenti azionisti2”.

La via da perseguire sembra allora proprio quella di favorire modelli aggregativi di partecipazione dei lavoratori al capitale delle società e ciò al fine di promuovere un equilibrato sviluppo della nostra impresa, creando una base di “capitale paziente” e non orientato ai risultati di breve-medio periodo3. Non solo: per questa via si coinvolgerebbe un componente fondamentale degli stakeholders nell’impresa, aprendo anche a nuovi momenti di rilevanza e di sviluppo del tema  della “responsabilità sociale dell’impresa”.

1. Lo ricordano anche G. Bianchi/M. Bianchi, L’azionariato dei dipendenti come strumento di democrazia economica: una sfida per le parti sociali , in www.nelmerito.com (5novembre 2010).
2. G. Bianchi/M. Bianchi, L’azionariato dei dipendenti come strumento di democrazia economica: una sfida per le parti sociali, cit..
3. Sul punto ricco di spunti è ancora il saggio di R. Dore, Capitalismo di borsa o capitalismo di welfare?, Bologna, 2001.

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