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CANI DA GUARDIA O CANI AL GUINZAGLIO? UNA NOTA SULL’ASSOCIAZIONISMO ANTICORRUZIONE IN ITALIA E-mail
Pubblica Amministrazione
di Alberto Vannucci
26 novembre 2010
anticorruzioneNella classifica internazionale di Transparency International sulla percezione della corruzione (CPI) c’è un dato costante da oltre un decennio: lo scivolamento dell’Italia sempre più in basso.

Se fino allo scorso anno in Italia il ricorso alla corruzione era considerato più frequente rispetto a paesi come Botswana, Arabia Saudita e Cuba, con la graduatoria del 2010, resa pubblica lo scorso 24 ottobre, il punteggio italiano sprofonda ulteriormente. Da quest’anno anche Ruanda, Ghana, Tunisia, Lettonia e Namibia ci sopravanzano per la maggiore trasparenza dei loro processi decisionali nel settore pubblico. Nel mondo l’Italia crolla al 67° posto, era al 41° nel 2006, è quart’ultima tra i paesi dell’Unione europea.
Sono noti alcuni limiti del CPI: si basa su percezioni, dunque non misura la diffusione effettiva della corruzione, della quale fornisce solo un indicatore. Le 13 fonti utilizzate (surveys sulle opinioni di imprenditori e uomini d’affari, e punteggi peer-reviewed assegnati da analisti/esperti) sono eterogenee nei loro contenuti, non sempre aggiornate annualmente, coprono ognuna un insieme circoscritto di paesi: la comparazione o l’analisi dei trend nazionali richiede dunque particolari cautele. Può inoltre succedere che variazioni nel punteggio riflettano semplici cambiamenti nella metodologia adottata.

Nonostante questi limiti, in più di dieci anni il CPI ha dimostrato anche diversi meriti, affermandosi come l’indicatore di gran lunga più conosciuto e maggiormente utilizzato nell’analisi comparata dei fattori che incidono sulla corruzione. Del resto la corruzione non è osservabile e quantificabile direttamente: chiunque cerchi di stimare quanto sia presente nel settore pubblico dovrà giocoforza utilizzare indicatori indiretti. Quello di Transparency si è dimostrato piuttosto robusto: le fonti impiegate presentano alti livelli di correlazione incrociata, a conferma della loro complessiva coerenza. Si può inoltre dimostrare un legame diretto tra la pratica effettiva della corruzione e le sensazioni diffuse nell’insieme di quegli osservatori privilegiati – esperti,  imprenditori, ecc. – impiegate per costruire il CPI. In particolare, un rapporto di Eurobarometro del novembre 2009 – Attitudes of Europeans towards Corruption– mostra come tra i paesi dell’Unione Europea la pratica effettiva della corruzione realmente consumata sia fortemente correlata – con una sovrapposizione quasi perfetta – con la percezione della diffusione stimata dal CPI: in entrambe le graduatorie i paesi scandinavi svettano nella classifica sulla trasparenza, in coda si trovano Bulgaria, Romania, Grecia e Italia.
Ma oltre che indicatore quantitativo a disposizione dell’analisi scientifica e segnale del “rischio corruzione” esistente in un certo paese, che dunque indirizza i flussi di investimenti internazionali, il CPI è da sempre impiegato come strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di stimolo sui governi affinché adottino efficaci strumenti di contrasto. Transparency International, infatti, è un’associazione non governativa internazionale che ha nella lotta alla corruzione, attraverso la pressione sui governi nazionali e locali, la propria missione istituzionale. Oltre a sviluppare un’attività di analisi, documentazione e definizione di strumenti utilizzabili nelle politiche statali e locali anti-corruzione, essa coordina e indirizza le attività di una rete di oltre 100 organizzazioni locali. Tra queste, naturalmente, c’è anche una sezione italiana.
Di fronte ai dati quantitativi del CPI, ai segnali di un ulteriore radicamento del fenomeno, ci si sarebbe potuti aspettare l’avvio di un’accesa campagna di sensibilizzazione e di denuncia della risorgente emergenza-corruzione in Italia. Associazioni non governative come Transparency, infatti, dovrebbero ricoprire precisamente questo ruolo di “controllori” del potere, sollecitando attenzione e impegno nel settore da sempre negletto delle politiche anti-corruzione.

Sorprendentemente, invece, il comunicato di Transparency International Italia che accompagna la pubblicazione del CPI 2010 sembra voler mettere la sordina al problema, attraverso una serie di precisazioni, puntualizzazioni, integrazioni. Si sottolinea, in primo luogo, come il peggioramento italiano non rifletta la crescita della corruzione praticata, ma solo “una maggior presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica”. Nessun argomento è addotto a sostegno di questa tesi piuttosto curiosa, visto che sono le opinioni degli osservatori internazionali, e non dell’opinione pubblica nazionale, a determinare l’assegnazione dei punteggi. Inoltre, si sostiene, “l’indice non è in alcun modo funzionale a stilare una classifica tra Paesi o valutare il rischio paese”. Cosa sia il CPI allora sfugge, trattandosi precisamente di un ranking, peraltro utilizzato in questa chiave da una consistente mole di analisi cross-national. Ancora, senza che venga fornita alcuna giustificazione o fonte documentaria, si sostiene che la performance “non positiva” dell’Italia riflette “con tutta probabilità” solo situazioni straordinarie, come il dramma dei rifiuti in Campania o il terremoto in Abruzzo; e che il peggioramento italiano dipende dal malgoverno “in larghissima misura a livello locale”, e soprattutto nella sanità “gestita dalle Regioni”.
Una particolare enfasi accompagna invece la pars costruens del comunicato, dedicata alla performance “non negativa, o addirittura positiva” di altri indicatori economici, in particolare il balzo dell’Italia dal 50° al 40° posto del World Competitiveness Report, che purtroppo però con la corruzione ha a che vedere solo in misura limitata. Si prosegue sottolineando le buone ragioni per essere ottimisti. Da un lato l’istituzione presso il Ministero per la PA di un soggetto anticorruzione – il SAeT – cui sono state destinati 2 milioni di euro “per poter avviare efficaci azioni di contrasto con periodici report alle Camere”. La somma stanziata avrebbe magari potuto colpire per lo scarso ammontare, circa un terzo del bilancio del Commissario anticorruzione abrogato nel 2008; qualche dubbio sarebbe potuto sorgere sull’efficacia dissuasiva di “report alle Camere”; si sarebbe potuto rilevare l’intrinseca debolezza di un organismo che non è un’autorità, ma solo un “dipartimento” posto alle dipendenze del potere politico, privo di garanzie di autonomia e indipendenza. Nulla di tutto questo: al contrario, il comunicato si conclude sottolineando altri aspetti positivi delle politiche in corso di realizzazione, tra cui il prossimo debutto del federalismo fiscale e il Ddl anticorruzione “in dirittura d’arrivo” (forse si pecca un po’ di ottimismo); o già realizzate, come la riforma complessiva della pubblica amministrazione “premessa ‘rivoluzionaria’ e indispensabile ai fini di una effettiva azione di prevenzione e contrasto dei fenomeni corruttivi”. I toni, a questo punto, somigliano a quelli di un bollettino ministeriale.

In definitiva, il comunicato di Transparency Italia che commenta il peggior risultato italiano di sempre sembra sminuire l’attendibilità del CPI quale indicatore dell’estensione effettiva della corruzione; imputa il crollo italiano a percezioni legate a situazioni eccezionali e non a una sua diffusione; sposta il fuoco delle responsabilità verso le amministrazioni locali; pone grande enfasi sulle “cose fatte” – nonostante queste, a giudicare dai risultati, siano state presumibilmente insufficienti o sbagliate. Non è molto, per un’associazione che nel campo della lotta alla corruzione dovrebbe restare alla larga dai giochi di palazzo, come “cane da guardia” della società civile nei confronti di abusi e malversazioni di un potere politico mai così corrotto, almeno agli occhi del mondo. Forse occorre annoverare anche questa tra le molteplici ragioni che ogni anno fanno precipitare sempre più in basso la reputazione internazionale della “trasparenza” italiana.
  Commenti (1)
Transparency, classifiche e OCSE
Scritto da Roberto A, il 26-11-2010 19:09
ma anche l'OCSE ha dichiarato che queste classifiche non sono attendibili e potrebbero essere pericolose...

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