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UNA REALT└ NON SEMPRE PERCEPITA: LE DONNE A RISCHIO POVERT└ E-mail
Welfare
di Elena Morlicchio
26 novembre 2010
poverta donneQuante sono le donne povere in Italia e quante di queste donne sono le uniche responsabili della riproduzione familiare in quanto “madri sole”?

Difficile dirlo, dal momento che le statistiche ufficiali sulla povertà fanno riferimento principalmente a tipi di famiglie distinte per condizione socio-anagrafica (famiglie di anziani soli, famiglie con minori etc) piuttosto che per genere del capofamiglia. Per non parlare della difficoltà di stimare il reddito individuale partendo da quello familiare, problema che emerge in tutta la sua rilevanza quando, in caso di separazione o divorzio, si manifestano gli effetti della dipendenza delle donne dal reddito del marito in termini di rischi di impoverimento.
A questa carenza di informazioni ha posto un parziale rimedio un recente e utilissimo Rapporto di Save the Children su “Le condizioni di povertà tra le madri in Italia”, basato su elaborazioni secondarie dei dati dell’Istat. Esso documenta come in Italia, così come altrove,  le sole sperimentano in forme più acute la povertà in quanto uniche o principali procacciatrici di reddito e fornitrici di lavoro di cura. Più in dettaglio fra le madri in coppia con un bambino piccolo il 19% non ha soldi sufficienti per far fronte alle spese del mese, il 16% ha pagato in ritardo almeno una bolletta, il 10%  non è stato in grado di sostenere con regolarità le spese scolastiche dei figli; il 5% non ha potuto acquistare generi alimentari. Le difficoltà economiche aumentano quando si tratta di una madre sola con almeno un figlio minore: circa la metà arriva a fine mese “con molta difficoltà”, un terzo è in arretrato con le bollette, un quarto non ha avuto soldi per le spese mediche o scolastiche. Se poi alla condizione di madre sola si somma quella di immigrata il rischio di impoverimento è ancora più alto. Le madri sole immigrate infatti, a differenza di quelle italiane, possono contare su reti sociali meno diversificate, per il tipo di mansioni che svolgono (lavoro domestico “giorno e notte”, assistenza a anziani o bambini ecc.) non possono prendersi cura dei propri figli,  se perdono il lavoro hanno difficoltà a rinnovare il permesso di soggiorno poiché la condizione di regolarità è subordinata all’esistenza di un rapporto di lavoro. L’inasprimento della normativa, sempre più sbilanciata sul piano dell’ordine pubblico, rende infatti ancora più vulnerabili queste donne.
Fin qui per quel che riguarda le madri sole. Ma anche le donne che vivono in coppia vanno incontro a rischi elevati di impoverimento, soprattutto se risiedono nel Mezzogiorno, hanno tre o più figli, e/o condividono l’abitazione con altri soggetti (spesso figli adulti sposati o genitori anziani). Il già citato rapporto di Save the children osserva come l’incidenza della povertà delle madri che vivono in famiglie “con membri aggregati” (ovvero in famiglie dove oltre al nucleo centrale sono presenti anche altri componenti) nel Mezzogiorno  è pari al 35% (a fronte del 13% del Centro-nord): una percentuale sensibilmente più alta di quella fatta registrare dalle madri sole e dalle donne coniugate con figli, residenti nella stessa area. Le responsabilità derivanti dal sovraccarico familiare giocano dunque un ruolo specifico  nell’esporre le donne meridionali al rischio di povertà. Sono loro infatti che gestiscono magri bilanci familiari e che decidono cosa si compra al mercato e cosa no, quali bollette occorre pagare e quali posso aspettare, come si ridistribuiscono i soldi della pensione del nonno o il salario – quasi sempre al nero - del figlio maggiore. Ma questo potere di scelta e di azione circa la destinazione dei beni appare più come un effetto di un processo di interiorizzazione di obblighi familiari, che le porta “spontaneamente” a garantire stabilità e continuità ad una riproduzione quotidiana assolutamente difficoltosa, che come vero potere di decisione. Non a caso al termine “femminilizzazione della povertà” - nato negli Stati Uniti per indicare il processo di aumento della presenza di madri sole tra le famiglie povere -  la ricerca femminista tende oggi a preferire quello di “femminilizzazione della sopravvivenza” che designa un fenomeno alquanto diverso, rilevante soprattutto nei paesi del Sud del Mondo: la crescente responsabilità che ricade sulle donne nell’assicurare la sopravvivenza familiare nel quadro della mutate condizioni di riproduzione sociale sul piano globale.
Ma torniamo all’Italia e alle condizioni di inserimento – o di mancato inserimento –nel mercato del lavoro che sono all’origine della incapacità delle donne di produrre reddito per sé e per gli altri.  L’Italia ha, come è noto, il tasso di occupazione femminile più basso in Europa dopo Malta: 46,4%. Tra le donne meridionali con il solo titolo di studio dell’obbligo esso risulta appena di poco superiore al 20%. La crisi non ha fatto altro che accentuare questa caratteristica del mercato del lavoro italiano: quasi metà del calo nazionale delle occupate registrato nell’ultimo anno ha riguardato il Mezzogiorno, mentre dal 1993 al 2009 solo poco più del 10% dell’incremento dell’occupazione femminile aveva riguardato quest’area del paese. Parlare di “tetto di cristallo” in una situazione così lontana dagli obiettivi di Lisbona suona quasi ridicolo: qui siamo al piano ammezzato. Ma il modo in cui si esprime massimamente ciò che Enrico Pugliese ha definito il “carattere patriarcale” del mercato del lavoro italiano è nei bassi tassi di attività femminile. Nel 2009, secondo le rilevazioni trimestrali dell’Istat sulle forze di lavoro, una donna in età di lavoro su due in Italia ha cessato o non ha mai incominciato a cercare attivamente lavoro: circa due su tre in gran parte delle regioni meridionali. Queste donne non si percepiscono neanche più – e non sono percepite - come disoccupate. E cosi restano fuori dal mercato del lavoro e da ogni intervento di politica sociale e occupazionale, ma non dall’orizzonte delle aspettative familiari. 
Le difficoltà che incontrano le donne italiane sul mercato del lavoro sono legate al fatto che il processo di defamilizzazione delle attività di cura è limitato e non si diffondono servizi pubblici e privati di welfare  che in altri contesti europei occupano una quota rilevante di donne. La presenza di figli continua a rappresentare un forte elemento di deterrenza: assumendo come base le donne di età 25-54 anni senza figli i tassi di occupazione sono inferiori di 4 punti percentuali per le donne con un figlio, di 10 per quelle con due figli e di 22 punti per quelle con tre o più figli.
Accanto a questa situazione di scarsa partecipazione nel mercato del lavoro si determina anche una maggiore presenza di donne tra i working poor (persone il cui reddito da lavoro è al di sotto della linea di povertà) o comune tra i lavoratori a bassa qualificazione e bassa remunerazione. Secondo i dati contenuti nell’ultima Relazione Annuale della Banca d’Italia, la quota di lavoratori a bassa retribuzione tra le donne è quasi il doppio di quella che si registra tra gli uomini (rispettivamente 13 e 7%).
Alla luce di tutto ciò non sorprende che la povertà in Italia non solo si concentri nel Mezzogiorno  ma riguardi in modo consistente tre tipi di famiglie e di donne: le madri sole, le donne anziane che non hanno mai lavorato o con carriere contributive discontinue, casalinghe proletarie di nuclei familiari numerosi. Rispetto al quadro delineato il sostegno alla occupazione femminile rappresenta il principale  strumento di riduzione della povertà. Esso tuttavia da solo non basta da un lato a causa come si è visto della  situazione di forte segregazione e sottoremunerazione delle donne occupate, dall’altro perché non può essere affidato ai soli redditi da lavoro il compito di sostenere le famiglie con figli, soprattutto se in esse è presente soltanto la madre. Inoltre vi sono difficoltà specifiche delle donne immigrate nel conseguire livelli adeguati di reddito e di accesso ai servizi,  soprattutto se sono sprovviste del permesso di soggiorno, che vanno affrontate con politiche calibrate sui loro bisogni.
  Commenti (1)
notitia damni
Scritto da lidia, il 26-11-2010 19:08
A chi interessa, una donna sola che deve mantenere figli studenti? il futuro dei figli? Pertemettetemi, tutti agiscono nella tragedia. 
In pi¨ si pretende, quando avranno se, il lavoro, il contributo all'esistenza di questo Stato, alla stessa stregua di quelli che evadono le tasse. grazie

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