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FONDAZIONI E SISTEMA FINANZIARIO: UNA RISORSA DA GESTIRE CON CURA E-mail
Finanza
di Marcello Messori
19 novembre 2010
fondazioni sistema finanziarioFra l’inizio degli anni Novanta e il 2006, il settore bancario è stato uno dei pochi comparti economici italiani ad attuare profondi e positivi processi di consolidamento e di riassetto proprietario.

In particolare, fra la seconda metà del 1997 e il 2002 si è verificata la dismissione delle rilevanti quote azionarie, che lo Stato deteneva nel settore, e si sono formati quei grandi gruppi bancari che - negli anni successivi – avrebbero trovato spazi significativi nel mercato europeo o si sarebbero affermati nel mercato nazionale. In quel quinquennio, grazie anche alle importanti innovazioni normative in materia finanziaria e all’emergere di un nuovo management di nuove forme organizzative, il settore bancario italiano ha superato la crisi del periodo 1993-‘96 e ha vissuto una fase di crescita e di elevata redditività. Senza ridefinire la loro specializzazione tradizionale e il loro forte radicamento territoriale, i nostri maggiori gruppi bancari hanno ampliato la gamma dei prodotti offerti alle imprese non finanziarie e hanno più che compensato la maggiore pressione concorrenziale sui margini di interesse mediante incrementi nei ricavi da servizi e recuperi di efficienza gestionale.

Questa positiva evoluzione del settore bancario italiano non è stata esente da pecche. In particolare, i miglioramenti nei rapporti con le imprese non si sono estesi ai rapporti con i risparmiatori; prova ne sia che l’allocazione della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, ampiamente intermediata dalle banche grazie al risparmio amministrato e a quello gestito, non è stata guidata da criteri di efficienza ma dall’estrazione di rendite elevate sui servizi offerti. Nonostante tali limiti, i cambiamenti bancari aprivano la possibilità di rafforzare alcuni segmenti dell’asfittico mercato finanziario nazionale – e di migliorare, così, il rapporto con le famiglie - e di costruire un ‘mercato dei diritti proprietari’ capace di allentare quei fitti intrecci azionari fra imprese concorrenti, che costituiscono un fattore negativo di fondo del nostro capitalismo relazionale. La traduzione pratica di quest’ultima possibilità richiedeva, però, che i maggiori gruppi bancari italiani si sottraessero alla logica degli intrecci azionari.
L’impresa era difficile ma non impossibile. La ragnatela proprietaria, che in quegli anni collegava una larghissima parte dei nostri primi dieci gruppi bancari per dimensione dell’attivo e Mediobanca e che era presidiata da una dozzina di fondazioni di origine bancaria, era ancora più intricata e soffocante di quella presente in altre parti del sistema economico. Eppure l’elevata profittabilità delle banche italiane, la loro permanente centralità nel mercato finanziario e il loro ruolo cruciale per la crescita del sistema produttivo rendevano appetibile l’acquisto di significative quote azionarie del settore bancario da parte degli investitori istituzionali internazionali e di un’ampia platea di risparmiatori. La trasformazione dei principali gruppi bancari italiani in public companypresupponeva però che le fondazioni di origine bancaria, che alla fine degli anni Novanta detenevano – individualmente o congiuntamente – la maggioranza assoluta o relativa nei primi cinque gruppi bancari per dimensione dell’attivo e che - fino all’approvazione della cosiddetta “Legge Ciampi” (metà 1999) - erano enti di diritto pubblico, dismettessero le loro posizioni di azionisti di controllo o rilevanti.

Alcuni economisti, fra cui il sottoscritto, offrirono varie argomentazioni per sottolineare che una soluzione del genere avrebbe accresciuto l’efficienza degli assetti proprietari del nostro settore bancario e giovato all’apertura del mercato finanziario; essi delinearono anche le iniziative normative e regolamentari idonee a incentivare il raggiungimento di tali obiettivi. Le cose non sono andate in quella direzione. La “Legge Ciampi” ha previsto per le fondazioni di origine bancaria una perdita progressiva del controllo proprietario sulle banche e ha vietato l’acquisizione di qualsiasi nuova posizione di controllo in imprese non strumentali alle loro attività istituzionali nel non profit; essa si è però fondata su una definizione di controllo che era troppo debole, specie perché non riconduceva a unità le quote proprietarie detenute da fondazioni diverse in una stessa società. Il risultato è stato che, nel primo decennio del Duemila, le fondazioni hanno ridotto le loro quote azionarie complessive nel settore bancario ma hanno infittito gli intrecci fra le loro partecipazioni in modo da riprodurre controlli di fatto. Le fondazioni di minore dimensione hanno ottenuto deroghe normative, cosicché molte di esse hanno continuato a detenere la maggioranza proprietaria nelle banche originarie; e le fondazioni di dimensione più grande hanno continuato a fungere da azionisti preminenti nei nostri maggiori gruppi bancari e hanno acquisito posizioni proprietarie rilevanti in altre imprese for profit di comparti finanziari e non finanziari.

Va riconosciuto che questi assetti proprietari ‘chiusi’ hanno dato stabilità al settore bancario italiano e non hanno ostacolato il completamento dei suoi processi di consolidamento. Inoltre, posto che le nostre banche hanno fronteggiato al meglio la recente crisi finanziaria grazie alla specializzazione tradizionale e – in subordine – a un’attenta vigilanza, la presenza delle fondazioni come azionisti di lungo termine è stato un ulteriore fattore di equilibrio. Fra il 2008 e il 2009 nessuna banca italiana ha dovuto essere salvata dallo Stato e solo quattro di esse hanno fatto ricorso ai cosiddetti “Tremonti bond”. Nonostante ciò, la crisi finanziaria e - soprattutto - la successiva crisi ‘reale’ hanno duramente intaccato il potenziale di profittabilità del settore. Nel dopo-crisi le banche italiane, che sono specializzate nelle attività retail corporate e che hanno una forte eccedenza dei prestiti rispetto ai depositi, si trovano a operare in un ambiente sfavorevole. Dal lato della raccolta, esse devono fronteggiare la concorrenza delle ingenti emissioni di titoli del debito pubblico e devono misurarsi con investitori che hanno accresciuto la loro avversione al rischio e che privilegiano – per ciò – titoli molto liquidi o ad adeguato rendimento. Dal lato degli impieghi, esse operano in mercati con bassi tassi attivi dell’interesse e intrattengono rapporti con imprese debitrici in fase di stagnazione e – quindi – con elevati rischi medi di insolvenza. Infine, dal lato della regolamentazione, esse si preparano a soddisfare più esigenti vincoli di patrimonializzazione. Non è quindi sorprendente che le analisi di vari centri di ricerca e di molte banche internazionali prevedano, nel medio periodo, bassi rendimenti e necessità di ricapitalizzazioni per il settore bancario italiano.

Quanto detto porta a ritenere che, diversamente da una decina di anni fa, oggi vi siano pochi investitori internazionali di mercato e pochi risparmiatori ansiosi di entrare massicciamente nel capitale azionario delle banche italiane. Se a ciò si aggiunge che gli investitori istituzionali nazionali sono sempre più deboli, appare difficile prescindere dalla presenza proprietaria delle fondazioni nel nostro settore bancario. La tesi oggi diffusa, secondo cui le fondazioni disporrebbero di un patrimonio insufficiente per coprire le prossime ricapitalizzazioni bancarie, non inficia tale affermazione. Anzi, se ciò fosse vero, la quota proprietaria delle fondazioni subirebbe una progressiva diluizione di mercato ma la loro presenza eviterebbe almeno alle banche di dover individuare ulteriori azionisti e di trovarsi impigliati in ragnatele proprietarie ancora più fitte e opache delle attuali. Resta nondimeno la preoccupazione che, deluse dalla futura penuria di dividendi bancari e limitate nelle loro funzioni di erogazione nel non profit, le fondazioni cerchino di ‘capitalizzare’ il loro peso azionario nel settore bancario in termini di potere. In questa prospettiva, le fondazioni diventerebbero proprietari intrusivi rispetto alle scelte manageriali e accrescerebbero la loro permeabilità verso condizionamenti politici con grave nocumento per il già precario futuro del settore bancario italiano.

Alla 86a Giornata mondiale del risparmio il Presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, ha respinto con forza tali preoccupazioni. Eppure le recenti vicende, relative ai due maggiori gruppi bancari nazionali, mostrano che le fondazioni proprietarie hanno calpestato ogni regola di governance e si sono abbandonate a lotte di potere. Al di là della profonda stima che nutro per alcuni dei nuovi componenti degli organi di sorveglianza e di gestione di Intesa-San Paolo, basti ricordare le modalità attraverso cui una delle fondazioni è pervenuta alle relative nomine; e, al di là del diritto degli amministratori di una società di sfiduciare il top management, basti pensare alle procedure seguite dalle fondazioni coinvolte per sostituire l’amministratore delegato in Unicredit. Queste vicende mostrano che, per diventare credibili come azionisti di lungo termine del settore bancario italiano nel dopo-crisi, le fondazioni devono modellare i loro comportamenti su quelli propri agli investitori istituzionali. Le fondazioni non sono veri investitori istituzionali perché non rendono conto ad alcun risparmiatore dei loro portafogli finanziari e delle loro erogazioni. Esse devono, quindi, ricorrere all’autoregolamentazione per sottoporre le loro scelte a rigorosi criteri di trasparenza e di verificabilità (accountability). Al riguardo, vi sono almeno tre principi che dovrebbero caratterizzare l’operato delle fondazioni: (i) la redazione di bilanci e la definizione di indici di redditività basate su prezzi di mercato invece che su una commistione di prezzi di mercato e costi storici; (ii) l’adozione di espliciti benchmark che rendano pubblicamente valutabile l’efficacia dei loro interventi nel non profit; (iii) l’istituzione di clausole di incompatibilità fra chi svolge o ha appena svolto ruoli di direzione o di gestione e chi siede negli organi amministrativi delle partecipate, nonché di limiti nel cumulo e nelle reiterazioni dei mandati consigliari nelle partecipate.

Il Presidente Guzzetti ha mostrato di condividere, almeno in parte, tali presidi di governance. Al 20° Congresso nazionale delle fondazioni di origine bancaria svoltosi a Bolzano nel giugno del 2006, egli aveva infatti impegnato l’Acri a promuovere il primo principio sopra enunciato; per quanto è possibile giudicare dall’analisi dei Rapporti annuali, questo impegno non si è però finora tradotto in una pratica di sistema. Inoltre, alla recente e già ricordata Giornata del risparmio, egli ha affermato: “la normativa vigente dispone la totale … incompatibilità tra gli amministratori delle Fondazioni e gli amministratori delle banche. Presidenti, consiglieri, sindaci, direttori e segretari generali delle Fondazioni non possono sedere negli organi delle banche, né delle società controllate e partecipate ... Ribadisco che questa incompatibilità è condivisa dall’Acri, dai Colleghi e da me …”. Purtroppo, tale passaggio trova riscontro nella realtà solo se le partecipazioni prescindono dagli intrecci proprietari del nostro sistema finanziario. E’ da intendersi come partecipata di una fondazione la società A, controllata o partecipata dalla società B che è controllata o partecipata da questa fondazione? In caso di risposta affermativa, un controllo casuale su internet mostra che non tutte le fondazioni rispettano le incompatibilità.
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