Home arrow Liberalizzazioni arrow LE PRIVATIZZAZIONI IN ITALIA: QUALCHE LEZIONE PER ALITALIA*
LE PRIVATIZZAZIONI IN ITALIA: QUALCHE LEZIONE PER ALITALIA* E-mail
Privatizzazioni
di Emilio Barucci

Alitalia - MalpensaNella polemica elettorale sulla trattativa Alitalia-Air France predominano le strumentalizzazioni legate al momento politico e alle specificità dell’azienda, ma emergono anche considerazioni più generali sul fenomeno delle privatizzazioni in Italia, come la diffidenza verso l’investitore straniero, gli effetti legati al passaggio dallo Stato al privato, il costo per i lavoratori. Il caso Alitalia mostra come il dibattito sulle privatizzazioni sia ricco di luoghi comuni ispirati qualche volta dall’ideologia e spesso dall’ignoranza combinata al tatticismo politico.

* Articolo pubblicato anche su il Riformista del 28 marzo 2008


Cerchiamo di fare un bilancio dell’esperienza Alitalia stabilendo qualche punto fermo.

Vi sono in primo luogo tre indubbi aspetti positivi a livello di sistema: le privatizzazioni hanno contribuito in una misura significativa a ridurre il debito pubblico (circa il 9% dello stock è stato ridotto tramite gli incassi da dismissioni) e ad ispessire la Borsa italiana (oltre il 50% della capitalizzazione è rappresentato da società privatizzate), ed hanno poi dato il via ad un processo intenso di ristrutturazione e consolidamento del sistema bancario.

 

L’impatto della privatizzazione sulla vita della singola impresa solleva due questioni: il privato ha fatto meglio dello Stato nel garantire l’efficienza della gestione e nel fornire un servizio ai cittadini? Quale è stato il costo sociale dei processi di ristrutturazione?

 

Cerchiamo di sintetizzare la storia. Le imprese pubbliche partivano da uno stato di cattiva gestione con una bassa redditività, un eccesso di forza lavoro e di capacità produttiva. A seguito della privatizzazione si assiste ad un aumento della redditività e ad un recupero di produttività. Il recupero passa tramite una sostituzione del fattore lavoro con il capitale. Vi è stata una riduzione dei posti di lavoro (anche se non in misura drammatica), il giro d’affari è aumentato in misura limitata, gli investimenti non sono aumentati, è cresciuto invece l’indebitamento.

 

Quindi luci ed ombre. Le imprese passate sotto il controllo dei privati sono state gestite meglio. I privati hanno mirato a sfruttare in misura più intensa il capitale disponibile, ad esempio aumentando l’indebitamento, piuttosto che a investire per sviluppare le aziende. I lavoratori hanno ‘‘pagato’’ questo processo di ristrutturazione? Sì ma solo in parte: i posti di lavoro sono diminuiti e il peso del monte salari è diminuito ma il costo del lavoro per dipendente è cresciuto: i lavoratori rimasti sono stati ben remunerati. Inoltre solo in misura limitata il recupero di redditività è andato a beneficio degli azionisti sotto forma di dividendi.

 

Dunque, in generale, le privatizzazioni in Italia hanno significato tre cose: maggiore efficienza produttiva, costi sociali limitati, non sono state un fattore di sviluppo. Ma la storia non finisce qui. Il destino delle privatizzazioni è dipeso da due punti critici: natura del mercato in cui opera l’impresa (competitivo o meno), assetto proprietario (ruolo residuo dello Stato come azionista).

 

C’è stato un trasferimento di rendita dallo Stato ai privati in settori non competitivi? Sì: in questi settori la remunerazione degli azionisti è aumentata in misura significativa e il processo di recupero di efficienza è stato meno intenso. Quanto agli assetti proprietari si assiste ad un fenomeno mai riaffermato a sufficienza: se lo Stato mantiene il controllo dell’impresa (come per ENI, ENEL, Finmeccanica) si assiste ad un forte aumento dei dividendi, probabilmente per soddisfare esigenze di riduzione del debito pubblico, non si verificano effetti significativi sul fronte della tutela dei posti di lavoro, l’unico aspetto positivo è rappresentato dagli investimenti che sono più elevati delle imprese controllate da privati.

 

Quando ha mantenuto il controllo delle imprese, lo Stato ha quindi seguito una politica assai simile a quella degli azionisti privati. Non ha svolto un compito ‘‘sociale’’, l’unico fattore positivo è stato quello di garantire un maggiore flusso di investimenti favorendo lo sviluppo delle imprese la cui gestione si è comunque adeguata ai canoni di efficienza del settore privato anche grazie al fatto che le imprese sono spesso quotate. Lo Stato e gli azionisti privati si sono trovati di fatto dalla stessa parte nel difendere rendite quasi monopolistiche.

 

In questo quadro come si colloca Alitalia? Il settore dei trasporti rappresenta sicuramente un mondo dove l’impresa di Stato non si regge con le sue gambe: da Tirrenia alle Ferrovie ai trasporti locali abbiamo che le imprese sono perlopiù a controllo pubblico e sono fortemente sussidiate, laddove il morso della concorrenza si è fatto sentire (come per Alitalia) lo Stato non è stato in grado di raccogliere la sfida. In questo caso una privatizzazione ben fatta poggiando sulle spalle di un partner industriale solido rappresenta l’unica strada praticabile. L’esperienza di Telecom ci indica l’errore che occorre evitare: vendere ad una cordata senza capacità industriale (una riproposizione del ‘‘nocciolino duro’’) e senza una solidità finanziaria adeguata. Se questa strada fosse battuta tra due anni saremo ancora a parlare di Alitalia.

 

Emilio Barucci

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >