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I NOBEL PER L’ECONOMIA E IL DIBATTITO SULLE POLITICHE DEL LAVORO IN ITALIA E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
28 ottobre 2010
nobel economiaNell’ultimo numero di nelmerito.com è stata illustrata l’opera dei Nobel per l’economia Diamond, Mortensen e Pissarides e le sue possibili ricadute sulla politica economica in materia di lavoro.

Quali spunti sono, invece, gli spunti offerti da quest’opera al dibattito sulla c.d. “ modernizzazione” del  diritto del lavoro italiano?
Da ormai più di un ventennio, l’idea che si possa procedere a riformare le regole del lavoro senza tenere conto del fattore occupazionale è stata archiviata tra le utopie. Tuttavia, il dibattito che si è sviluppato intorno alle riforme del lavoro in Italia a partire dall’inizio degli anni novanta appare polarizzato intorno a due posizioni, che, con estrema semplificazione, possono essere riassunte come segue:
a) Dal lato dell’ “economia” si sono schierati i fautori di un lavoro meno rigido e meno costoso, sostenuti dall’argomento per cui l’accesso a questo tipo di lavoro (più flessibile ed economico)  avrebbe facilitato l’incontro tra domanda e offerta e avrebbe quindi aumentato le occasioni di occupazione;
b) Dal lato dei “diritti” si sono schierati invece i “difensori del posto e del salario”. I sostenitori di questa impostazione non hanno posto, per la verità, al centro delle proprie preoccupazioni gli effetti che determinate discipline del rapporto di lavoro possono produrre sull’occupazione, quanto, piuttosto, la necessità di mantenere determinati standard di tutela, quali elementi essenziali del nostro patto sociale.
Per la verità, questa contrapposizione è stata nel tempo arricchita e in parte messa in discussione da diversi spunti critici. Si pensi,  ad esempio, alla posizione di Pietro Ichino, che avvalendosi della Insider-Outsider Theory di Lindbeck e Snower da più di quindici anni segnala come la prospettiva sopra indicata quale prospettiva dei “diritti” in realtà abbia a cuore i “diritti” di una sola parte dei protagonisti del mercato del lavoro (i c.d. insiders), disinteressandosi di un’altra grande parte di essi (i c.d. outsiders). Oppure, ancora, agli spunti provenienti dall’Europa sul modello di flexicurity, che imporrebbe una compensazione tra  flessibilizzazione del rapporto lavoro e determinate garanzie di sicurezza (a carico magari del sistema di welfare), il che stempera l’equazione lavoro flessibile/meno costoso e induce, anzi a ragionare sui costi del lavoro flessibile.
Ma, a prescindere dai limiti che caratterizzano tutte le semplificazioni eccessive, ciò che preme sottolineare è che, negli ultimi anni, sotto la lente di ingrandimento delle riforme del lavoro vi è stato un unico grande tema: la flessibilità. Ciò ha indotto il legislatore a concentrare gran parte dei propri sforzi per forgiare forme di lavoro flessibile, delle quali  risulta difficile misurare il successo – oltre al reale impatto sulle dinamiche occupazionali –a causa dell’ampio ricorso, nel nostro paese, alla “valvola” del lavoro autonomo, che accede a tutele e dinamiche di costo del tutto diverse da quelle che caratterizzano il lavoro subordinato c.d. “flessibile”.

In termini culturali, non è difficile da spiegare il “vento” che ha fatto prevalere, negli ultimi venti anni, il paradigma classico della domanda e dell’offerta nel dibattito sulle politiche del lavoro, relegando le diverse e più complesse impostazioni di economisti quali Diamond Mortensen e Pissarides (ma chissà di quanti altri) nei sofisticati recinti dell’economia accademica.
Ora, il conferimento del Nobel ai teorici del mercato frizionale è importante non solo perché, nel puntare i fari su questo contributo scientifico, consente di arricchire di importanti elementi problematici un dibattito che è stato semplificato all’eccesso, ma anche perchè consente mettere a fuoco schemi preconcetti ed influssi ideologici che hanno condizionato, da una parte e dall’altra, il dibattito degli ultimi anni. Nella prospettiva di Diamond Mortensen e Pissarides  non è affatto scontato che l’introduzione di elementi di flessibilità (flessibilità del salario, dell’orario di lavoro, della durata del rapporto) conduca a far coincidere domanda e offerta di lavoro, perché il meccanismo di incontro tra domanda e offerta di lavoro è regolato soprattutto dalla matching function, mentre gli eventuali elementi di flessibilità entrano in gioco solo successivamente, quando le parti si sono già incontrate.  Ma allora, qual è il potenziale allocativo della flessibilità?
Provando, allora, a porre le riforme del lavoro degli ultimi anni sotto la lente della teoria dei mercati con frizioni, si possono sollevare alcuni interrogativi:

1) E’ stata dedicata sufficiente attenzione a misure che facilitano l’incontro tra domanda e offerta di lavoro? Certo, lo smantellamento del monopolio pubblico del collocamento e l’ingresso di nuovi soggetti (privati) nell’ambito dei servizi per l’impiego può aver aumentato le chances d’incontro di compratori e venditori. Ma è sufficiente? E, soprattutto, quanto è stato fatto, sul versante del servizio pubblico, dopo questo storico passaggio?

2) Il lavoro c.d. flessibile si inserisce in un adeguato circuito di meccanismi di informazione? Se non è detto che compratori eterogenei e venditori eterogenei si incontrino anche per difetto di informazioni, ciò sarà vero soprattutto quando una delle due parti è un soggetto che continuamente entra ed esce dal mercato, quale è il lavoratore precario; e, inoltre, quale ruolo può svolgere il sindacato in proposito?

3) Viene dedicata sufficiente attenzione al problema della formazione? Il tema riveste un’importanza cruciale, anche perché in un’economia globalizzata, dove il mercato del lavoro è privo di frontiere nazionali, proprio la formazione può risultare la chiave di competitività dell’offerta di lavoro italiana. Si tratta di un problema che, com’è noto, può essere guardato da diverse prospettive: la formazione scolastica e universitaria ed il suo collegamento con il mondo del lavoro; la ricerca; la formazione continua; la riqualificazione degli espulsi dal mercato del lavoro, etc.

4) Se si studia il mercato del lavoro guardando ai flussi, come hanno suggerito Diamond Mortensen e Pissarides, quali sono gli effetti delle politiche del lavoro e previdenziali degli ultimi anni? In altre parole, chi ha sopportato, in termini generazionali, il costo della flessibilità? Quali effetti ha avuto, sul patto intergenerazionale che giustifica lo stesso concetto di previdenza sociale, l’allocazione degli amortizzatori sociali, il finanziamento al sistema pensionistico, etc.?

5) Nella prospettiva dei flussi e di fronte alle “frizioni” come è possibile risolvere il problema che da tempo è stato definito come “dualismo” del mercato del lavoro? Gli “esclusi” dalla cittadella sono sempre gli stessi? In che modo possono uscire da questo schema?
Sono, questi, solo alcuni interrogativi minimi. Certo è che l’uscita dell’opera di Diamond Mortensen e Pissarides dai confini dell’economia accademica  non potrà che schiudere nuovi orizzonti al dibattito sulle politiche del lavoro in Italia.
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