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PREMIO NOBEL PER L'ECONOMIA A DIAMOND, MORTENSEN E PISSARIDES. E-mail
Lavoro
di Gabriele Cardullo
22 ottobre 2010
premio nobelPer poter comprendere cosa vuol dire un mercato con frizioni, bisogna prima guardare al paradigma neoclassico di mercato perfettamente concorrenziale.

Il premio Nobel per l'Economia è stato assegnato quest'anno a Peter Diamond, Dale Mortensen e Christopher Pissarides. L'Accademia svedese ha motivato la decisione alla luce della loro analisi di mercati in presenza di  frizioni.

In un mercato con un numero sufficientemente vasto di compratori e venditori, gli aggiustamenti del prezzo fanno sì che domanda ed offerta coincidano. In altri termini, non esistono venditori disposti ad offrire quel bene al prezzo di mercato che non riescano a trovare acquirenti e non esistono acquirenti disposti a comprare a quel  prezzo che non trovino venditori.
E' questo un risultato realistico? Si pensi al mercato del lavoro: come evidenziò l'economista William Beveridge all'inizio del secolo scorso, in ogni momento esistono sia posti di lavoro vacanti (cioé domanda di lavoro insoddisfatta) sia lavoratori in cerca di un impiego (offerta di lavoro non allocata).  E allora o si è convinti che tutte queste imprese e tutti questi lavoratori non sono disposti ad assumere e lavorare dato il salario o lo stipendio di mercato, oppure bisogna trovare un'altra spiegazione per questa coesistenza. Una delle più ovvie si basa sull’ipotesi che il salario abbia una qualche forma di rigidità e non sia quindi  libero di variare istantaneamente e far così coincidere domanda ed offerta.

La novità della teoria dei mercati con frizioni, di cui Diamond, Mortensen e Pissarides sono stati i pionieri, consiste nello spiegar la presenza di offerta invenduta e domanda insoddisfatta senza assumere alcuna rigidità salariale.  Il modello standard di mercato del lavoro con frizioni ipotizza che un'economia sia popolata da un certo numero di disoccupati ed un altro numero di imprese  che hanno posti vacanti. La possibilità che questi soggetti si incontrino non è però regolata dal salario  ma da una cosiddetta matching function, un “meccanismo” che genera posti di lavoro a seguito dell’incontro tra imprese e lavoratori disoccupati.  Nella loro formulazione più semplice, tali modelli prevedono che il salario venga contrattato successivamente, cioè dopo che il potenziale datore di lavoro ed il potenziale dipendente si sono incontrati. Il salario  perde così parte del cruciale ruolo allocativo che aveva nel paradigma neoclassico di mercato in concorrenza perfetta.
Il modello, anche nella sua impostazione di base, non è esente da critiche. A solo titolo d'esempio, si pensi alla matching function. Che struttura ha? Quali eventi, istituzioni, vincoli geografici e tecnologici possono influenzare tale meccanismo? Molto bisogna ancora studiare per comprenderne il funzionamento.
Tale struttura teorica si applica in maniera piuttosto naturale al mercato del lavoro, ma può essere utilizzata anche per spiegare il funzionamento di altri settori. Da qui il proliferare negli ultimi anni di numerosi articoli che ipotizzano l'esistenza di frizioni nel mercato immobiliare, dei beni di consumo, del credito o della moneta. In riferimento a questa letteratura, gli accademici svedesi hanno attribuito il premio ai tre studiosi per il loro contributo alla comprensione di generici mercati in cui esistono frizioni, anche al di là del mercato del lavoro.
Qual è la rilevanza concreta di questi studi alla luce della situazione economica attuale? Negli Stati Uniti ancor più che in Europa, numerosi economisti dibattono sulla natura dell'elevato tasso di disoccupazione che sta affliggendo il loro Paese. E' di natura strutturale, causata quindi da rigidità istituzionali, vincoli geografici, disallineamenti tra capitale umano in circolazione e richieste da parte delle imprese ? Oppure ha una natura ciclica, indotta da un deficit di domanda aggregata?

Sulla base di un articolo di Blanchard e Diamond del 1989, il Premio Nobel Paul Krugman sostiene che i modelli con frizioni quali quelli qui sinteticamente descritti diano ragione alla seconda ipotesi. In realtà è molto difficile utilizzare i risultati dei lavori di Diamond, Mortensen e Pissarides per sostenere  uno dei due fronti. Lo si può capire osservando il numero di posti di lavoro vacanti ed il numero di disoccupati in un certo periodo. Di solito, quando la disoccupazione è bassa, il numero di posti vacanti preso le imprese è alto, e viceversa. Da quando si è entrati in recessione, si è osservato un aumento della disoccupazione ed una diminuzione dei posti di lavoro vacanti; negli ultimi trimestri però, il numero di disoccupati è rimasto sostanzialmente stabile, mentre il numero di posti vacanti è aumentato. La prima dinamica può essere ben spiegata da uno shock negativo sulla domanda aggregata che induce le imprese a richiedere meno lavoratori; al contrario, la dinamica più recente è coerente con un aumento delle frizioni nel mercato del lavoro. 
Una delle implicazioni è che per cercare di ridurre il tasso di disoccupazione sono necessarie non solo politiche macroeconomiche di sostegno alla domanda, ma anche misure che facilitino l'incontro tra domanda ed offerta di lavoro e favoriscano la riqualificazione del capitale umano dei lavoratori.
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