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L'ULTIMO MESSAGGIO E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Gaiani
22 ottobre 2010
ultimo messaggioIl libro di Edmondo Berselli L’economia giusta arriva un po’ come un messaggio in bottiglia da parte dell’autore, scomparso, come è noto, nell’aprile scorso dopo una lunga e dolorosa malattia.

A quanto sembra le bozze di questo agile volumetto pubblicato da Einaudi nella collana “Le Vele” sono state licenziate dall’ ex Direttore del “Mulino” pochi giorni prima della sua morte.
Si  tratta quindi di un’ opera fortissimamente voluta, che sintetizza e chiude – purtroppo in via definitiva- una grande esperienza intellettuale ed umana e ci fa comprendere come fra gli interessi primari di questo eclettico studioso vi fosse l’economia intesa nella sua accezione più profonda di “scienza morale”. Una scienza, cioè, che avendo  a che fare con gli uomini, con i loro bisogni e con le loro passioni non può fingere di essere neutrale rispetto ad essi e, se lo fa, è perché in realtà vuole mascherare una precisa scelta di campo, in genere a favore degli interessi dei più forti (le famose “parti uguali fra diseguali” di cui parlavano i ragazzi della scuola di don Milani a Barbiana).

L’analisi di Berselli parte da solidi dati di fatto, che sono sotto gli occhi di tutti dopo la crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008, e che dicono dell’esaurirsi della spinta propulsiva di quel “turbo capitalismo” che perlomeno dall’inizio dell’era Thatcher – Reagan (quindi all’incirca dal 1980) , e ancor più dopo la caduta delle dittature comuniste dell’ Europa orientale, ha assunto il carattere non solo di modello economico vincente ma di paradigma unico ed inevitabile della cultura e della vita sociale e politica.
Rinunciando al suo abituale stile ironico per puntare all’essenziale, Berselli descrive con chiarezza i guasti economici ed umani di questo modello, che vantava successi inesistenti truccando i dati e che perseguiva in termini sistematici la distruzione dei tradizionali rapporti sociali, quando non arrivava a creare boom artificiosi, come quello irlandese o quello spagnolo, subito destinati ad affondare nel momento in cui un’economia priva di fondamentali vedeva improvvisamente venir meno la droga degli sgravi fiscali o della cosiddetta New Economy. Peraltro, ed era l’elemento che più premeva allo studioso modenese, l’effetto del turbo capitalismo era anche quello di corrodere la base morale delle società, disperdendo i legami di classe come pure quelli familiari ed amicali, al punto di mettere in discussione lo stesso spazio democratico, che da sempre è stato indicato come inscindibile dalla modernizzazione capitalistica.
Paradossalmente, ma fino ad un certo punto, Berselli invita ad andare oltre la semplice indignazione morale, che rischia di ridursi a brevi fiammate rabbiose, recuperando piuttosto la dimensione più profonda dell’ ideologia come base di un’azione politica e sociale più sistematica. E qui sintomaticamente si colloca il recupero dell’insegnamento sociale della Chiesa, con citazioni mirate da documenti quali la Centesimus annus di Giovanni Paolo II e la Caritas in veritate di Benedetto XVI, nelle quali i due Pontefici, pur riconoscendo il valore dell’economia di mercato come sistema economico, ne contestano le ricadute sociali nel momento in cui il mercato invade lo spazio della società civile e della politica, producendo un “aumento sistemico delle diseguaglianze” che “tende a erodere la coesione sociale e, per questa via, mette a rischio la democrazia”.
Ecco quindi profilarsi il problema dei problemi per la politica contemporanea, ossia quello di riportare ad un ordine accettabile il disordine immane creato dal capitalismo globalizzato, sapendo che le ricette più radicalmente alternative, a partire da quella marxiana nella sua versione sovietica, sono clamorosamente fallite, ma sapendo anche che il mercato stesso è, largamente, una costruzione di ordine politico, nel senso che sono le leggi dello Stato o le disposizioni delle autorità sovranazionali (che sono anch’essi organismi di tipo politico, per quanto in mano a burocrazie spersonalizzate ma non insensibili alle istanze del big business) a decidere lo spazio minore o maggiore del mercato nel contesto giuridico e sociale.
Naturalmente di fronte ad un quadro di grande complessità che interseca diverse dimensioni in una cornice schiettamente nessuno può pensare di avere in tasca la ricetta risolutiva, e tantomeno lo pensava Berselli, il quale tuttavia invitava a riscoprire la ricetta social cristiana e socialdemocratica dell’economia sociale d’impresa soprattutto ridefinendone i due cardini principali. Ossia, rispettivamente, che la dinamica economica è basata sulla libertà di mercato e che, contemporaneamente, non può essere lasciato solo al mercato la regolazione della vita sociale che invece deve correlarsi ad “elementi di politica sociale che sono determinati a priori e di cui è garante lo Stato”.
In buona sostanza, è lo stesso messaggio di fondo della nostra Costituzione, in particolare degli articoli 41, 42 e 43, che nulla hanno di sovietico e molto di liberale e democratico nella migliore accezione di tali parole. Solo un approccio di carattere ideologico – questa volta nell’accezione marxiana di “falsa coscienza”- può vedere in questi precisi confini fissati all’iniziativa economica dei vincoli insopportabili ed anzi le vere cause del malessere dell’economia e della società italiane.

Ma c’è un messaggio più profondo che Berselli lancia nelle pagine finali del suo pamphlet, e che probabilmente meriterebbe di essere meditato con attenzione dalle leadership sociali e politiche (posto che ve ne sia in giro qualcuna): quello per cui è probabile “che assisteremo allo svilupparsi di una società nevrotica, spaventata dalla crisi del welfare, incapace perciò di guardare con sicurezza al proprio avvenire e mossa da spinte autodistruttive”. Una società, potremmo aggiungere, in cui sarà facile (e di fatto lo è già) per demagoghi e mestatori indicare nello straniero, nel diverso, nel povero, il vero nemico da cui il ceto medio spaventato deve guardarsi. A cui le forze progressiste e democratiche potranno rispondere solo riadattando la tendenza storica alla redistribuzione del reddito in un contesto segnato da “meno ricchezza, meno prodotti, meno consumi”.
Un avvenire sociale simile può essere accettabile solo a condizione che vengano eliminate o ridotte le disparità più gravi fra i territori e le classi sociali: ma quale forza politica, quale leader sono attrezzati per dare corpo a questo discorso sobrio ed onesto?
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