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DISOCCUPAZIONE E PRECARIET└: UN CONFRONTO TRA DUE PROPOSTE E-mail
Lavoro
di Antonella Stirati
08 ottobre 2010
disoccupazioneSi  è recentemente aperto su questa rivista un dibattito sulle proposte del Pd e del professor Ichino su come affrontare problemi quali l'elevata disoccupazione e precarizzazione dei giovani e delle donne, e le loro basse retribuzioni. Entrambe le proposte sono molto articolate e ciascun punto meriterebbe una valutazione approfondita. Qui mi limiterò solo a discutere le linee generali delle due proposte, che divergono in alcuni aspetti di rilievo.
 
Per quanto concerne il documento del Pd mi sembra che il  senso generale possa essere sintetizzato nel modo seguente. Il problema della disoccupazione dovrebbe essere affrontato principalmente attraverso politiche macroeconomiche e interventi strutturali (ricerca, politiche industriali, infrastrutture) favorevoli allo sviluppo e rese possibili anche attraverso la creazione di strumenti di finanziamento a livello europeo. Allo stesso tempo occorrerebbe ridurre, sia pure con gradualità, il ricorso ai contratti di lavoro atipici (cioè a termine, co.co.pro. e altri) da parte delle imprese, in primo luogo correggendo la situazione attuale di minor costo contributivo di questi contratti. Questa situazione determina infatti un forte incentivo al loro utilizzo improprio da parte delle imprese, a prescindere da esigenze di flessibilità legate all'organizzazione della produzione. Si propone inoltre di estendere ad una platea più ampia di lavoratori l'accesso a indennità di maternità, cassa integrazione, sussidi di disoccupazione, e di introdurre un salario minimo legale, la cui fissazione sia legata alla contrattazione tra le parti sociali, a tutela delle retribuzioni di tutti i lavoratori.

Per quanto concerne la proposta di Ichino, va innanzi tutto chiarito che contrariamente a quanto da più parti affermato, non si tratta affatto di una proposta di contratto unico, ma di una proposta di riforma del contratto a tempo indeterminato. Accanto a quest’ultimo, rimarrebbero in vigore tutte le diverse forme contrattuali oggi presenti. Il ddl firmato da Ichino (ddl n. 1873, disponibile sul suo sito web) ritiene di perseguire una riduzione della disoccupazione e della precarizzazione giovanili e femminili attraverso l'eliminazione delle tutele giuridiche dei lavoratori a tempo indeterminato, in particolare quelle previste dall'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che dovrebbero venir sostituite da una garanzia di continuità della retribuzione per un certo periodo di tempo, oltre che da un generale rafforzamento del welfare e delle politiche di sostegno nella ricerca di una occupazione.  Definirla come una  proposta “di contratto unico” è dunque assolutamente improprio e non aiuta a comprendere i termini della questione. Per le ragioni che cercherò di illustrare brevemente qui di seguito, mi sembra che la direzione dell'intervento prospettata nel documento del Pd, sebbene ancora a mio parere troppo cauta, sia comunque la più utile.

Una questione scottante, evidentemente, è quella della abrogazione delle tutele giuridiche previste dallo statuto dei lavoratori e in particolare dall'articolo 18. In che senso è possibile ritenere, come emerge dalle posizioni di Ichino, che la rimozione di questo vincolo potrebbe risolvere o comunque migliorare la situazione dei giovani sul mercato del lavoro? Una prima possibile risposta è che una riduzione dei costi di licenziamento porterebbe ad una riduzione generalizzata della disoccupazione, di cui beneficerebbero anche i giovani e le donne. Questa posizione, da sempre  messa in dubbio dagli economisti che si rifanno ad una impostazione economica diversa dal mainstream, oggi è messa in discussione anche da economisti e grandi istituzioni internazionali che in passato l'avevano sostenuta (come l’Ocse e Blanchard, tra gli altri). Questi studi hanno portato a concludere che non sussiste una relazione significativa tra grado di flessibilità del mercato del lavoro e riduzione della disoccupazione. Più recentemente, economisti mainstream e grandi istituzioni internazionali stanno convergendo anche su una interpretazione, già sostenuta dagli economisti di impostazione critica, secondo la quale la precarizzazione può causare un aumento della disoccupazione. La flessibilizzazione del lavoro ha contribuito al determinarsi di una distribuzione del reddito molto sfavorevole ai lavoratori dipendenti e ai redditi medio-bassi, favorendo anche la caduta dei consumi o determinando un aumento dell'indebitamento delle famiglie. Questa distribuzione del reddito è vista da un numero crescente di economisti (come Fitoussi e Saraceno, o il Rapporto congiunto di FMI e ILO del 2010, per una sintesi del quale si può vedere Devillanova, in www.economiaepolitica.it) come una causa di fondo della attuale gravissima crisi economica e conseguente disoccupazione. Ma se non è possibile ritenere che una maggiore flessibilità del mercato del lavoro (realizzata anche attraverso l'abrogazione dell'articolo 18) porterebbe ad una riduzione della disoccupazione complessiva, in che modo potrebbe favorire i giovani? Forse redistribuendo su tutti i lavoratori la disoccupazione esistente? Questo non sembra un obiettivo particolarmente interessante.

Un altro argomento che Ichino e altri sembrano suggerire è che, in una economia globalizzata e incerta, le imprese hanno bisogno di una certa flessibilità della manodopera per far fronte alle fluttuazioni della domanda ed è ingiusto che l'onere di tale flessibilità ricada interamente su una parte dei lavoratori. A questo mi sembra si possano muovere due obiezioni. La prima è in sostanza la stessa di prima: redistribuire la precarietà anche sui lavoratori adulti non sembra un risultato particolarmente attraente, a maggior ragione se si tiene conto che le famiglie di lavoratori dipendenti (anche a tempo indeterminato) con figli minori a carico sono già oggi, a causa delle basse retribuzioni, a forte rischio di povertà. Il risarcimento economico, in un contesto di elevata disoccupazione come quello attuale, soprattutto nel Sud, non fornirebbe comunque garanzie sufficienti ai lavoratori licenziati, che potrebbero non trovare più un'occupazione o trovarla solo dopo periodi molto lunghi. La seconda obiezione è che se il problema sono le fluttuazioni della domanda e le esigenze di ristrutturazione che le imprese devono fronteggiare, questo problema ha attinenza con la regolamentazione dei licenziamenti collettivi, e non con quella dei licenziamenti individuali. Ma per quanto riguarda i licenziamenti collettivi l'Italia ha già una normativa meno restrittiva ed onerosa per le imprese di altri paesi europei, ed inoltre l'istituto della cassa integrazione - che potrebbe essere esteso, come nella proposta del PD -  fornisce alle imprese un notevole elemento di flessibilità.

D'altra parte, mi sembra evidente che l'intento dell'art 18 è quello di fornire un correttivo al carattere estremamente asimmetrico del rapporto di lavoro, dovuto alla vulnerabilità di chi ha bisogno di lavorare per vivere. Pensiamo davvero che lavoratori esposti al rischio di licenziamento individuale anche senza giusta causa sarebbero pronti ad avere un ruolo attivo nella contrattazione di salario e condizioni di lavoro? Che potrebbero opporsi a condizioni di produzione rischiose o denunciare le prevaricazioni o molestie di qualche dirigente o datore di lavoro? Di fatto tutti i lavoratori si troverebbero nelle stesse condizioni vigenti nelle piccole imprese nelle quali non si applica lo statuto dei lavoratori e dove le retribuzioni sono in media più basse e non si è mai sviluppata alcuna forma di contrattazione aziendale.
Alcuni degli interventi nel dibattito parlano di situazione di "apartheid" tra lavoratori con contratto a tempo indeterminato nelle medie e grandi imprese da un lato e tutti gli altri: ma qui credo serva chiarezza. Certamente è vero che i lavoratori vivono spesso condizioni molto diverse tra loro e che le nuove generazioni stanno pagando un prezzo elevatissimo. Tuttavia non vedo come questo possa far considerare questi due gruppi come portatori di interessi contrapposti. Se stiamo ai fatti e alla storia in realtà non lo sono affatto. Finché la contrattazione nazionale è stata forte di essa hanno beneficiato, sebbene in misura diversa, direttamente e indirettamente tutti i lavoratori, anche quelli nelle piccole imprese: direttamente perché al salario fissato dai contratti nazionali è riconosciuta in Italia la funzione di salario minimo legale per tutti i lavoratori; indirettamente perché un aumento dei salari reali di una parte significativa di lavoratori ha un effetto di traino anche in altri rami dell'economia (fenomeno questo che emerge con chiarezza anche dai dati sugli andamenti delle retribuzioni). Quando, dal 1992 in poi, la contrattazione nazionale si è indebolita e si è progressivamente allargato il ricorso al lavoro atipico entrambi i gruppi di lavoratori sono stati penalizzati da retribuzioni reali stagnanti o in diminuzione, sebbene i giovani e i precari lo siano stati di più. La contrapposizione tra lavoratori giovani e adulti, precari e a tempo indeterminato è particolarmente fuorviante perché non si vede come la riduzione dei diritti e tutele dei cosiddetti "garantiti" possa aiutare i lavoratori giovani e precari a migliorare la loro condizione.  Vi sono invece molti modi in cui potrebbe danneggiarli ulteriormente, portando ad  un collasso ancora più grave e definitivo la difesa delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro.

Non credo che ci siano scorciatoie: se si vogliono migliorare le condizioni di lavoro bisogna riuscire a promuovere lo sviluppo del paese da un lato, e dall’altro avere il coraggio di ridurre la pletora di forme contrattuali oggi possibili e gli incentivi economici ad utilizzarle, cioè bisogna tornare indietro sulla via della flessibilizzazione del lavoro, come del resto oggi ci consiglia di fare persino il fondo monetario internazionale.
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