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TUTTI AL TAVOLO DELLA PRODUTTIVITÀ: BANCHETTO DI NOZZE O FAST FOOD? E-mail
Lavoro
di Giuseppe Ciccarone, Enrico Saltari
08 ottobre 2010
produttivitaSosteniamo da tempo, su questa rivista e altrove, che il tema della bassa crescita della produttività debba essere posto al centro del dibattito di politica economica italiana. Salutiamo dunque con soddisfazione l’avvio del confronto tra imprese e organizzazioni sindacali, purché esso abbia un orizzonte ampio e di respiro lungo, e non voglia invece limitarsi alla considerazione delle “deroghe” al contratto collettivo nazionale.

Il fatto che l’accelerazione del processo sia venuta da Confindustria dimostra che la nostra posizione “pessimista” sui risultati conseguiti dal complesso delle nostre imprese non era così errata come l’enfasi da altri posta sui miglioramenti dei valori medi unitari delle imprese esportatrici mirava a sostenere. Non abbiamo mai negato che i miglioramenti della qualità dei prodotti di un insieme limitato di imprese esposte alla concorrenza internazionale avessero rafforzato la loro posizione competitiva. Abbiamo però suggerito che questi non fossero sufficienti per garantire una crescita apprezzabile del reddito per il complesso della nostra economia.
Registriamo con piacere anche il recepimento, da parte di alcuni autorevoli partecipanti alla discussione in corso, di alcuni elementi di analisi e di policy da noi ribaditi più volte negli ultimi anni. In primo luogo, il nostro convincimento che la dinamica della produttività non dipenda soltanto dall’impegno dei lavoratori ma anche dalle scelte di investimento delle imprese, con particolare riferimento a quelle di tipo “innovativo”, sembra trovare finalmente cittadinanza nei media. La sperimentata diminuzione del prezzo relativo del lavoro rispetto al capitale, frutto delle modificazioni occorse nel mercato del lavoro, hanno scoraggiato quel tipo di investimento, comportando una progressiva riduzione del tasso di crescita della dotazione di capitale innovativo per addetto, che è diventato negativo a partire dal 2003. I bassi investimenti in innovazione e ricerca hanno gli effetti negativi sintetizzati da Lina Palmieri sul Sole 24 Ore del 3 ottobre: “frenano lo spostamento dei fattori produttivi dai settori in declino a quelli in espansione”. Insomma, siamo rimasti nei settori tradizionali ad alta intensità di lavoro, maggiormente esposti alla crescente concorrenza di prezzo proveniente dai paesi a basso costo unitario del lavoro. Nel corso del presente decennio, l’insoddisfacente dinamica della produttività ha fatto aumentare in Italia questo costo di 5 punti percentuali a fronte di una crescita dei salari simile a quella la occorsa in Germania, dove però il costo del lavoro per unità di prodotto si è ridotto di quasi 5 punti percentuali.
Siamo anche felici di vedere rilanciata da Marcello Messori, sulla prima pagina del Corriere della Sera del 5 ottobre, la proposta di legare la contrattazione salariale a un tasso programmato di crescita della produttività, proposta nota ai lettori di nelMerito in quanto avanzata su questa rivista, con modalità applicative differenti, da uno di noi e da Sebastiano Fadda. La “vicenda FIAT” ha dimostrato in modo evidente l’insufficienza dell’ultimo accordo sulla contrattazione salariale, non firmato dalla CGIL. La disponibilità delle parti sociali a rimettere in discussione anche questo accordo completa gli aspetti positivi del dibattito in corso che vogliamo mettere in luce in questa sede. La nostra speranza è che a questa disponibilità si associ quella di esaminare in dettaglio la proposta di introdurre un tasso programmato di crescita della produttività (tasso che forse sarebbe meglio chiamare contrattato, per evitare possibili fraintendimenti evocabili dalla generica nozione di programmazione), perché siamo convinti che ciò favorirebbe la ripresa della produttività attraverso gli investimenti, anche di tipo innovativo.
Gli sviluppi della vicenda FIAT ci portano all’ultimo punto che ci preme discutere. Si parla ormai da tempo dei “contratti tedeschi” e del ruolo positivo che essi avrebbero svolto nel miglioramento competitivo dell’industria tedesca, e Marco Leonardi ha recentemente aiutato i nostri lettori a conoscere meglio il sistema di contrattazione tedesco, basato su contratti nazionali di settore, contratti aziendali e contratti individuali. La domanda che crediamo sia ora necessario porre è molto semplice. In che modo, attraverso quale meccanismo economico, la maggiore flessibilità del sistema di contrattazione tedesco, perseguita con le riforme attuate a partire dal 2003, ha favorito il miglioramento competitivo delle imprese? Inoltre, da un punto di vista comparativo, perché la maggiore flessibilità contrattuale realizzata in Italia con una pletora di contratti “atipici” non ha prodotto gli stessi risultati?
Le risposte a queste domande devono passare per una analisi approfondita della struttura industriale, della dimensione d’impresa, del modello di specializzazione produttiva e così via. Riteniamo corretto riesaminare i confini dei diritti da garantire con il contratto nazionale alla luce delle dinamiche innovative e competitive in atto, ma vogliamo augurarci che la propensione della politica economica italiana al provincialismo masochista non induca parti sociali e decisori pubblici a by-passare quell’analisi necessaria, per sposare acriticamente l’idea che i contratti aziendali (la deroga al contratto nazionale) siano la soluzione di tutti i mali. Pochi dati aiuteranno a capire quanto fallace sarebbe questa scorciatoia.
Ad esempio, per guardare al periodo precedente la crisi finanziaria ed economica, vogliamo osservare che dal 2003 al 2007 il tasso di crescita della dotazione di capitale innovativo per addetto cresce in Germania ad un tasso medio del 3,2%, mentre diminuisce in Italia dell0 0,8%. Ciò suggerisce che le modificazioni salariali possono avere effetti diversi sulla competitività delle imprese a seconda della struttura produttiva e delle scelte di investimento operate dalle imprese. Le deroghe al contratto nazionale potrebbero dunque non bastare per aumentare la competitività delle nostre imprese se ad esse non si associassero mutati comportamenti volti a favorire l’innovazione, la riorganizzazione dei luoghi di lavoro e lo spostamento dai settori in declino a quelli in espansione. Raramente si può usare la stessa medicina per curare malattie diverse.
  Commenti (1)
UNA TESTIMONIANZA, PERCHE’ ?
Scritto da Antonio Greco, il 22-10-2010 07:58
Cari Ciccarone e Saltari,  
 
 
vi propongo la testimonianza di un espatriato che ha paragonato Italia a Europa per almeno un decennio. 
 
Quello che ho fatto nell’ ultimo decennio: un’inchiesta in lungo e in largo per capire perché non si sa più fare nell’ Italia sociale tante cose che si fanno benissimo in tutta l’ Europa occidentale. 
 
 
La Situazione 
 
- l politici litigano, si accusano, fanno la solita Commedia dell' Arte politica. Discutono su scenari fittizi e cangianti. Ma non parlano della vera realtà della società italiana ; cio’ è ovvio, il realismo è molto raro nella vita sociale italiana ! 
- Tre punti rilevanti : a) la notevole perdita di competitività della ns economia risulta da parecchie incapacità sociali, notevoli; b) recentemente, ultimi 10 anni circa, c' è stato un incremento di: fallimenti sociali, servizi non efficienti, mancato progetto del futuro, ritardate infrastutture, aumenti di pantani melmosi nelle istituzioni; visibile serpenteggiare in crescendo della corruzione nelle istituzioni ; c) incremento spaventoso delle irresponsabiltà pubbl., diminuito impegno in alcuni settori istituzionali dediti alle lotte di potere... Tutta roba che ha fatto aumentare a ritmi vertiginosi le inefficienze. Non è una situazione sostenibile...nel mercato globale...E voi vedete di conseguenza, quale è stato l' aumento delle spesa pubblica da un anno all' altro, per effetto di tanti sprechi...... ! 
 
- nonostante queste evoluzioni notevolmente negative, che si vedono a confronto coll' Europa (come si vedono anche le incapacità di gestione, (alcuni esempi sono nell' all. "Barca va"), il sistema Italia non ha fatto l' analisi degli sprechi. I quali sono tanti, sono assurdi e dovrebbero essere affrontati. Perchè ? 
- quando Prodi, che considero una persona un po' capace, diceva "stiamo pensando al futuro" diceva cavolate. Perché se fosse stato vero, avrebbe dovuto fare queste analisi : 
 
a) individuare le cause delle incapacità italiane aumentate, a confronto coll' Europa; b) cercare i motivi per cui il tasso di decisioni politiche concordate, applicate , finalizzate e ben riuscite, è BASSISIMO... (tutto per incapacità e irresponsabilità aumentate, ma già c' erano prima). c) cercare i motivi per cui la legge e la costituz. non sono applicati nei riguardi di tutti. Di conseguenza è una puttanata dire che siamo in democrazia, ci sono due categorie di persone: i plutocrati; gli altri, che sopportano sopraffazioni. I politici lo impongono; continuiamo ad accettare ? 
 
Tutto questo succede perché tanti fallimenti contemporanei hanno tolto la fiducia a troppa gente. Gli inprenditori non sono intenzionati a investire, in questo casino. I cervelli se ne vanno. Ben presto Brux si accorgerà che l’Italia non ha gli strumenti per fare cio' che ha imprudentemente promesso (il deficit al massimo al 3 %).  
 
Per finire il lato più grave, eccolo: 
 
- le più di venti cause di inefficienze che io ho analizzato, non saranno discusse, se non sono presentate; dunque esse rimangono....(ma sarei disponibile se mi chiamate) ; 
- i politici continuano a parlare con doppio scenario (“fingo di lavorare per il Paese/lavoro per il mio clan”) ; ossia prendono decisioni basate su situazioni fittizie che non tengon conto della realtà vera.., demagogia aiutando. Sul tavolo su cui discutono ci sono una massa di dati approssimativi , talvolta falsi. Di conseguenza le decisioni che prendono non daranno gli effetti immaginati...; purtroppo questa è cosa che sempre succede nell' Italia sociale, vista la bassa qualità del lavoro nelle istituzioni. Solo che adesso il ritmo dei fallimenti aumenta.. 
 
Insisto a dire che, se un servizio in Europa costa, per certe quantità e circostanze, 100 ; se lo stesso scenario in Italia costa 160 (vi posso dare degli esempi terribili), noi siamo fuori del mercato globale. Tutto per colpa degli sprechi. Pero' degli sprechi non si parla, forse fan paura perché sono troppi ? 
 
Per ultimo, la testa dell'Italiano sociale è un po’ distruttiva, incapace talvolta, non sa costruire, perchè non gli hanno insegnato niente di buono nel sociale. Tanto é vero che, mentre la corruzione avanza, nessuno propone una strategia di lotta alla stessa... Stiamo, forse, in una situazione che rischia di divenire argentina ..... Se non si interviene SUBITO, il Paese va oltre il punto di non ritorno. Ma questo, i ministri non lo sanno. Loro preferiscono i litigi di dstr e snstr.... del fittizio mondo politico !  
 
Il Paese sta sulla china discendente, perché non guarda alla realtà effettiva. Per fermare il ruzzolone, una sola possibilità : iniziare dalle testimonianza di espatriati. Attenzione, quello che vi dico, sembra allarmante. Ma se lo nascondiamo, entro pochi mesi le agenzie di rating, che vanno alle cifre, non ascontano i politici, daranno dei risultati negativi... E allora sarà troppo tardi. 
Mi fermo qui, Datemi un ritorno. 
 
Antonio Greco

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