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LA TRISTE REALT└ DIETRO LE FERREE REGOLE DEL PATTO DI STABILIT└ E-mail
Europa
di Giuseppe Coco
08 ottobre 2010
patto stbilitàCome giudichereste una istituzione le cui ferree regole vengano violate il 60% delle volte? Si tratta, a vostro parere, di una istituzione credibile? E la regola violata tante volte è a sua volta una regola sensata? Le discussioni sul Patto di Stabilità e Crescita, il complesso di regole più violate della storia, si sta focalizzando sulla necessità di evitare in futuro l’emergenza di problemi come quello legato alla esplosione del debito e deficit greco. Alcuni commentatori invece legano il fallimento del patto alla crisi finanziaria. Ma in realtà il problema di credibilità del patto è molto più ampio e, se siamo adulti, dovemmo rigettare regole che vengono presentate come ferree ma che alla prova dei fatti si rivelano non credibili.

Il Patto di Stabilità e Crescita richiede agli stati membri due cose molto semplici: deficit annuali minori del 3% del PIL e debito minore del 60% del PIL. Questa seconda regola, stante l’assurdità di un suo rispetto da parte di alcuni membri (in particolare l’Italia), si declina nel caso di debito eccedente come la declinazione di programmi di convergenza credibili al target (il 60%) nel medio periodo. Negli ultimi 10 anni Francia e Germania hanno violato la prima regola 6 volte su 10, l’Italia 7 volte. Tra il 2001 ed il 2008 (ho volutamente tralasciato gli ultimi due anni in cui la dinamica dei conti pubblici dipende principalmente dalla crisi finanziaria per evitare di essere accusato di utilizzare dati distorti) il debito francese è cresciuto dal 57 al 67% circa del PIL, quello tedesco dal 58 al 66%. In entrambi i casi è avvenuto lo sforamento della mitica soglia del 60%. Il debito italiano invece è passato dal 108% al 106% (ed è oggi in crescita robusta nonostane le politiche di austerità del governo), difficilmente si può considerare questa una trattoria di convergenza al 60%. La Grecia invece ha violato la regola del 3% in ogni singolo anno. Nel 2009 a fronte di programmi di rientro, concordati con la Commissione, da un deficit eccessivo del 7.7% nel 2008, il deficit è risultato, dopo il cambio di governo, pari al 13,8% del PIL. Eppure in questi anni tutti questi governi hanno presentato regolarmente programmi di bilancio che o rispettavano i parametri del Patto o indicavano programmi di convergenza a medio termine. Carta straccia che è semplicemente servita a allenare tutti a risultare adempienti e a mentire in maniera istituzionale.

Ma quanto è lungo il medio termine a vostro parere? Le cifre di sopra dimostrano che il problema di credibilità del Patto va al di là dell’episodio isolato di un governo fuori controllo che decide di falsificare i propri dati di bilancio in vista di elezioni generali. Il patto di Stabilità è fallito. Ogni osservatore avveduto poteva rendersene conto già nella metà di questo decennio, quando, dopo le ripetute violazioni del Patto da parte dei maggiori paesi (con il compiacimento del nostro), il Patto fu di fatto sospeso per tre anni. Roboanti dichiarazioni seguirono per dimostrare la serietà degli impegni e la rigida applicazione delle regole del Patto dopo il 2005. Viene naturalmente alla mente il titolo del bel libro sulla crisi finanziaria: ‘This time is different’.

Oggi la Commissione presenta un revamping del Patto in 4 punti. In primis l’obiettivo di convergenza al 60% sul PIL del debito viene rafforzato, con la previsione di una possibile apertura di procedure di infrazione per chi non rispetti obiettivi di convergenza minimi. Poi viene prevista un rafforzamento della sorveglianza sui conti pubblici attraverso una maggiore uniformità di regole di contabilizzazione pubblica. La situazione dei diversi paesi verrà inoltre valutata in termini di sostenibilità complessiva dei conti pubblici anche in rapporto allo stato e alle prospettive delle economie, dipendenti a loro volta dalle c.d. riforme strutturali. Infine- terribile minaccia- vengono rafforzate le sanzioni, rese più semplici e tempestive nelle intenzioni della Commissione. In particolare gli stati sottoposti a procedura di infrazione possono essere condannati all’obbligo a detenere un deposito infruttifero fino al 2% del PIL, che può trasformarsi in caso di recidiva in una multa tout court. Molto del dibattito si focalizza impropriamente su questo aspetto. Lo spauracchio della sanzione finanziaria eccita giornalisti e politici forse perché cifre percentuali semplici attecchiscono più facilmente sulle menti labili.

Minacciare sanzioni più dure quando queste non saranno applicate è però inutile, anzi controproducente. Bisogna a questo proposito ricordare che sanzioni finanziarie, meno dettagliate, erano già possibili nel vecchio Patto, ma nessuno ha pensato seriamene di comminarle nei ripetuti casi di violazione. Esse possono essere comminate, proposte dalla Commissione, solo dopo un voto del Consiglio, ovvero dai capi di Governo. La Commissione ovviamente spera che allo stadio delle sanzioni non si arrivi mai, perché i governi terrorizzati da questa prospettiva dovrebbero essere adempienti. Tuttavia è proprio la scarsa credibilità delle sanzioni a rendere irrilevante la minaccia. E paradossalmente rendere più dure le sanzioni, le rende meno credibili. Ma vi immaginate un paese con i conti fuori controllo che si vede imporre anche una penalità finanziaria. La storia recente insegna che l’unico possibile (credibile) intervento in questi casi è a sostegno del paese (e da qui i veicoli di salvataggio disegnati dal Consiglio la scorsa primavera), non una misura che ne aumenti il deficit come il deposito forzoso.

Nel complesso le sole novità che possono determinare una differenza sul controllo dei conti pubblici sono quelle sugli aspetti contabili, che potrebbero rendere più facile la rilevazione di casi problematici in maniera tempestiva. Tuttavia ci si chiede in mancanza di un serio meccanismo di enforcement a cosa questo serva. E’ pertanto impossibile che le nuove regole determinino una differenza rispetto al passato. D’altro canto l’insistenza sulle stesse cifre del passato (3 e 60%) quando la stessa Commissione prevede l’anno prossimo nell’area euro un deficit medio del 6,1% (e si può star certi che sarà superiore) ed un debito medio dell’89% del PIL circa, è surreale. Tutti i paesi dell’Euro a 12 sforano ampiamente entrambi i criteri con l’eccezione del Lussemburgo (notevole!). Il re è nudo, e da 10 anni ormai.
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