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LA PARTITA DELL'ACQUA E-mail
Enti locali
di Antonio Massarutto
01 ottobre 2010
partita acquaNon ingannino i toni usati dai supporter dell’Acqua Pubblica e da quelli del Mercato: quella che si gioca intorno all’acqua, più che ad una “guerra”, somiglia a una partita di calcio, e le polemiche che l’accompagnano ricordano il bar sport. A beneficio di quanti si mettono in ascolto solo ora, riassumiamo le fasi di gioco principali.

Il Mercato si schiera con un solido e tradizionale 4-4-2. In formazione ha stelle dai nomi altisonanti, ma ormai appassite, anche a causa degli infortuni patiti in passato e delle crescenti difficoltà di bilancio. I suoi schemi si basano sulla ripetizione ossessiva dell’idea che il privato è più efficiente, ma in realtà rumina un calcio lento e prevedibile, affidato al possesso palla, sperando nelle occasioni su calcio piazzato.
L’Acqua Pubblica adotta un catenaccio con pressing a tutto campo. Fa ricorso sistematico al fallo tattico e alla simulazione (bugie dispensate senza pudore pur di raccogliere consenso). Ha meno risorse economiche, ma compensa con un vivaio di giovani promettenti e con l’entusiasmo.
La vigilia è stata dominata dalla pretattica. Entrambe le squadre hanno rilasciato bellicose dichiarazioni, lanciandosi reciproche accuse di malafede, corruzione e favori arbitrali. Entrambi hanno chiesto la vittoria a tavolino per squalifica della squadra avversaria, gli uni attraverso leggi volte a impedire gli affidamenti diretti, gli altri attraverso referendum abrogativi, o chiedendo di limitare il numero degli stranieri (le temute multinazionali).
La federazione, invece di far giocare la partita, cambia in continuazione le regole o introduce innovazioni finalizzate allo spettacolo, ma tecnicamente discutibili (le gare, come il pallone Jabulani, potrebbero assumere traiettorie imprevedibili). Il pubblico degli esperti reclama da tempo la moviola in campo (un’autorità di regolazione), ma la federazione si è sempre rifiutata, anche per conservare il potere che deriva dall’opacità del sistema.
Si gioca quindi in un clima surreale. Il gioco è spezzettato, l’arbitro fischia in continuazione, non certo agevolato dal comportamento dei giocatori. Il Mercato, più accreditato alla vigilia, arriva a stento a tirare in porta; il possesso palla la vede in vantaggio, ma per ora la sua pressione è stata sterile, il gioco lento e imbrigliato, la squadra, nervosa, inizia anche a sbagliare passaggi elementari o a fare qualche fallo di troppo. L’Acqua Pubblica, pur avendo concesso agli avversari solo un paio di occasioni da rete, si difende alla meglio, rimane bloccata indietro e fatica ad uscire dalla propria metà campo. La sua punta centrale, il keniota Zan-oh-tel, ha lamentato di aver ricevuto una gomitata e si è accasciato al suolo (il replay mostra che in realtà il contatto è stato fortuito, il fatto è stato platealmente accentuato). In compenso, non si contano entrate a gamba tesa, falli da dietro, trattenute per la maglia e rinvii in tribuna.
Le squadre pensano poco a giocare, e molto invece a protestare, aizzando la folla dei supporter. Dagli spalti piovono perfino dei “buuu” razzisti che denigrano i giocatori della squadra avversaria; in particolare il pubblico ha preso di mira Acqualatina, per un paio di atteggiamenti provocatori a inizio partita: il giocatore francese viene fischiato ogni volta che tocca palla. I supporter dell’Acqua Pubblica fanno un gran baccano con le vuvuzelas, distraendo giocatori e pubblico dalla partita che si gioca sul campo. Gli spettatori neutrali hanno finora parteggiato per l’Acqua Pubblica, per la simpatia dell’outsider, ma stanno iniziando a spazientirsi per il gioco spezzettato e inconcludente. Molti spettatori sono entrati senza pagare, o seguono la partita da casa con decoder taroccati. Altri espongono striscioni contro il caro-biglietti.
Le trasmissioni TV si distinguono per rissosità e partigianeria. Gli opinionisti strepitano discutendo di moduli di gioco e commentando le azioni alla moviola, spesso travisando platealmente i fatti. Come in un film di Nanni Moretti al contrario, giornalisti e opinionisti che normalmente si occupano di altri temi si improvvisano esperti di sport, fanno a gara a chi la spara più grossa, diffondendo ignobili castronerie in cui il tifo fa aggio sulla competenza tecnica.
Il giorno che si comincerà a giocare a pallone invece che discutere al bar, potremo scoprire alcune cose.
La prima: non è lo schema di gioco (il modello gestionale) a fare la differenza, ma l’atteggiamento in campo. Nessuno al mondo ha mai vietato le gestioni pubbliche, tutti adottano un amplissimo spettro di soluzioni. Il mister (ossia, il soggetto politicamente responsabile) sceglie il modulo che ritiene più adatto ai giocatori di cui dispone e alla sua idea di calcio, ma il sistema delle regole è inflessibile nel garantire il fatto che si gioca in 11, e il gol è solo quando la palla supera la linea di porta (non si bara su qualità e copertura dei costi).
La seconda: un buon arbitraggio è fondamentale. Il regolamento deve essere chiaro e stabile. L’arbitro non deve applicarlo meccanicamente, ma deve avere sensibilità e tatto soprattutto nell’uso dei cartellini e nell’interpretare le situazioni. Quando il gioco è leale e a viso aperto, un arbitraggio “all’inglese” è preferibile, ma quando in campo ci sono simulatori e tagliagambe ci vuole severità. Regole troppo complicate sul fuorigioco non possono che creare situazioni ambigue, col risultato che si passa più tempo a discutere alla moviola (ricorsi al TAR) che a giocare.
La terza: l’impresa privata può senz’altro essere utile a questo settore, ma non è sempre indispensabile che giochi nel ruolo di regista-trequartista (ossia, chi organizza il sistema, ne definisce le soluzioni tecniche, si assume il rischio di sostenere i costi e manda le bollette ai cittadini). Anzi, l’esperienza internazionale mostra che spesso il privato non è in grado di reggere allo stress di un ruolo così impegnativo, specie in trasferta; può però giocare utilmente anche in altri ruoli, sulle fasce, in difesa o anche in porta (PPP strumentali, management contracts, outsourcing).
La quarta: il calcio moderno è un’azienda, e come tale va gestita. Servono i vivai. Si gioca a tutto campo, le squadre migliori schierano oriundi e naturalizzati, e serve uno staff adeguato per reclutare i giocatori più promettenti sui mercati stranieri. Per andare in campo al meglio, non basta il talento: ci vuole preparazione atletica, psicologia, studio tattico, organizzazione di gioco. Il mister deve essere un bravo tecnico, ma anche un selezionatore e un motivatore. Non si vince con la giocata del singolo, ci vuole disciplina tattica e gioco di squadra. Ci vuole attenzione al bilancio: non sono più i tempi del presidente - patron che caccia i soldi per fare squadre miliardarie. I maggiori ricavi provengono dalle TV (ossia, dalla soddisfazione degli utenti).
La quinta: finché la curva sarà in mano agli ultras, lo spettacolo resterà quello, penoso, che vediamo in campo. Il voto di scambio (biglietti a poco prezzo per stadi fatiscenti) non paga. Le società devono poter investire negli stadi.
La sesta: per fare belle partite e divertire il pubblico, occorre che l’atteggiamento delle squadre sia di reciproco rispetto. Anziché combattere per strapparsi la gestione, pubblico e privato potrebbero trovare un modo di dividersi compiti e rischi. I 60 miliardi di euro di investimenti che il settore idrico deve realizzare sono altrettanti lavori che i gestori dovranno acquistare e che, se spesi per tempo con una strategia intelligente, possono mettere in moto un volano prezioso per la ripartenza dell’economia nazionale, con un costo che, se pagato attraverso la tariffa, corrisponde a un paio di decine di euro all’anno pro capite. Ha senso accapigliarsi su chi decide come spenderli? Non sarebbe meglio cominciare a spenderli?
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