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COME SUPERARE IL “CAPITALISMO RELAZIONALE” E-mail
Finanza
di Marcello Messori
27 marzo 2008

Borsa di milanoStruttura finanziaria e organizzazione societaria delle nostre imprese sono questioni percepite come lontane dai bisogni immediati dei comuni cittadini. In realtà, tali problemi hanno avuto e continueranno ad avere un impatto rilevante sulle capacità di innovazione e sulle potenzialità di sviluppo del sistema economico italiano e, di conseguenza, sul benessere relativo dei diversi aggregati sociali che in esso operano. Oltre ciò, altri due interventi di policy altrettanto cruciali, riguardano i processi di liberalizzazione e il sostegno delle iniziative realizzate dalle imprese ‘forti’, competitive.


La redazione di nelMerito.com ha mostrato un equilibrio davvero apprezzabile nel discutere vari e rilevanti aspetti del programma economico del Partito democratico: la manifesta sintonia con le linee di fondo di tale programma non ha impedito ai diversi contributi, apparsi negli ultimi due numeri della rivista, di avanzare critiche meditate e interessanti riguardo a proposte di policy talvolta fondamentali. Come dovrebbe essere buona regola per qualsiasi commentatore, non mi sentirei di sottoscrivere tutti i punti di condivisione e tutte le osservazioni critiche proposte in ciascuno di questi contributi rispetto al programma del Pd. Purtroppo, ciò non vale per lo specifico intervento che sono stato invitato a commentare, ossia Regole societarie: quali e quanti cambiamenti? di Concetta Brescia Morra (CBM). La mia eccessiva condivisione delle tesi generali, avanzate in quell’intervento, mi impedirà di assolvere adeguatamente al compito di commentatore critico.

Dopo una simile premessa, è quasi inevitabile prendere le mosse dai due punti del ragionamento di CBM che sono pronto a sottoscrivere: (1) la denuncia dello iato fra i progressi normativi, che negli ultimi venti anni hanno accompagnato – se non causato – la positiva evoluzione nel funzionamento del mercato finanziario italiano, e la persistenza delle forme di governo societario di gran parte delle nostre imprese, che rimangono impigliate in assetti proprietari ‘chiusi’ e distorti e riproducono così antichi vizi del capitalismo nazionale; (2) la conseguente necessità di iniziative di policy che, senza modificare nella sostanza il quadro legislativo, introducano novità regolamentari e disegnino meccanismi di incentivo capaci di migliorare la governance delle nostre imprese.

Questi due punti possono apparire un po’ esoterici e marginali in un programma di partito, perché rimandano a problemi (struttura finanziaria, organizzazione societaria) che sono percepiti come lontani dai bisogni immediati dei comuni cittadini. In realtà, tali problemi hanno avuto e continueranno ad avere un impatto rilevante sulle capacità di innovazione e sulle potenzialità di sviluppo del sistema economico italiano e, di conseguenza, sul benessere relativo dei diversi aggregati sociali che in esso operano. Per esempio: una quota troppo elevata delle nostre piccole imprese di successo non effettua il salto verso le medie dimensioni anche a causa di un assetto di controllo troppo ‘chiuso’ rispetto all’apporto finanziario di investitori esterni alla famiglia proprietaria; e una parte consistente del nostro scarno insieme di grandi imprese si sottrae alla concorrenza nei mercati internazionali, radicandosi in segmenti protetti del mercato nazionale, anche grazie a patti di sindacato, strutture proprietarie piramidali, incroci azionari e accordi azionari più informali. Protezione dalla concorrenza e proprietà famigliare ‘chiusa’ sono, poi, una combinazione tipica di larga parte dei nostri arretrati servizi non finanziari. Come dimostra - per differenza – la competitività internazionale del nucleo delle imprese manifatturiere italiane che hanno assunto una dimensione media e che si sono aperte al mercato, tutto ciò ha contribuito a lasciare una fetta eccessiva del nostro apparato industriale e – soprattutto – dei servizi ai margini delle epocali innovazioni tecniche degli anni Ottanta e Novanta e delle nuove regole del gioco imposte dall’unificazione monetaria europea e dalla prepotente ascesa economica di nuovi grandi paesi (Cina, India, Brasile, e così via).

Negli ultimi quindici anni il sistema italiano è stato, fra i paesi economicamente avanzati, quello a più basso tasso di crescita e a più pervasiva stagnazione sociale. Hanno trionfato le rendite, le appartenenze, i comportamenti routinari e l’estrazione privata dei benefici del controllo proprietario mentre non sono state premiate le competenze, i meriti e i comportamenti innovativi e non sono stati adeguatamente tutelati i diritti proprietari di minoranza. Non è sorprendente che in un quadro del genere, imputabile anche al punto (1) sopra richiamato e denominabile come capitalismo "relazionale", le disparità di reddito e di ricchezza fra imprenditori, manager e lavoratori autonomi in senso proprio, da un lato, e lavoratori dipendenti di livello medio e basso e lavoratori precari (spesso classificati come autonomi), dall’altro, siano aumentate; e che, pertanto, le condizioni di vita e le aspettative circa il futuro della maggioranza della popolazione italiana e – soprattutto – dei giovani siano peggiorate.

CBM allude troppo timidamente a queste implicazioni di sistema e non sottolinea quindi a sufficienza che le iniziative di policy, evocate nel precedente punto (2), sono strumenti necessari – anche se non sufficienti - per il superamento di quel capitalismo "relazionale" che, ormai da troppo tempo, blocca lo sviluppo economico e sociale dell’Italia. La stessa accusa di timidezza non può essere rivolta al programma del Pd. L’ottava delle dodici azioni di governo, intitolata "Imprese più forti per competere meglio", si apre infatti con l’impegno a definire "nuove regole, per andare oltre il capitalismo ‘relazionale’". Diventa, perciò, essenziale chiedersi se le nuove regole, lì proposte, siano adeguate allo scopo. Il contributo di CBM offre un esame attento e convincente in merito alla praticabilità e all’efficacia di gran parte di queste nuove regole, tanto che sarebbe inutile riproporre qui l’esame delle molte parti condivise. Mi limito, perciò, ad avanzare due sole osservazioni.

La prima riguarda il giudizio positivo riservato alla riforma delle regole societarie, realizzata nel 2003. Nelle parole di CBM tale riforma avrebbe ridotto "il cosiddetto ‘scalino normativo’ fra società con titoli quotati e società che hanno titoli diffusi fra il pubblico dei risparmiatori, ma non quotati". Ritengo, invece, che il nuovo diritto societario non abbia inciso a sufficienza sullo scalino fra società per azioni (s.p.a.) quotate e s.p.a. non quotate ma dotate di tutti i requisiti per la quotazione; e che tale insufficienza sia una delle principali cause della mancata quotazione di molte imprese italiane grandi e medie. Di conseguenza, attribuisco importanza alle modifiche - almeno regolamentari - da apportare al funzionamento delle s.p.a. "aperte" rispetto a quello delle s.p.a. "chiuse".

La seconda osservazione riguarda, invece, la regola forse più impegnativa delineata nel programma del Pd sul punto in esame: l’applicazione di "alcuni meccanismi della cosiddetta legge Amato del 1990 [...] ai settori industriali e dei servizi non finanziari". Sono ancora più pessimista di CBM rispetto alla possibilità di utilizzare agevolazioni fiscali per incentivare la quotazione di imprese industriali e il consolidamento di imprese di servizi. Seppure con ritardo, l’Unione europea ha infatti bocciato gli analoghi incentivi fiscali disegnati dalla legge Ciampi; e, nel frattempo, essa ha rafforzato la propria casistica contro gli aiuti di Stato e ha reso più rapidi i tempi del giudizio. Il fatto che gli incentivi fiscali appaiono irrealizzabili non implica, però, che diventi impossibile disegnare meccanismi di incentivo di natura diversa. Anzi l’efficacia concreta dell’ottava azione di governo, prevista dal programma del Pd, si misurerà anche – se non soprattutto - sulla capacità di individuare significativi incentivi di tipo regolamentare o – comunque - di origine non fiscale.

A integrazione del contributo di CBM, vorrei infine ricordare la crucialità di altri due interventi di policy.

Il primo riguarda i processi di liberalizzazione per l’erosione degli ampi spazi di rendita, che si annidano nella maggior parte dei servizi non finanziari italiani. La stagnazione nell’andamento della produttività, che si è registrata in Italia nell’ultimo quindicennio, non è stata causata solo dalla piccola dimensione delle imprese industriali e dai connessi limiti negli investimenti in Ict ma anche – e soprattutto – dall’arretratezza dei servizi non finanziari che invece, negli Stati Uniti e in molti altri paesi economicamente avanzati, hanno trainato la crescita del Pil e quella della produttività. Nel comparto delle libere professioni e di molti servizi alla persona le liberalizzazioni richiedono interventi normativi; nei servizi a rete appare sufficiente una modifica delle competenze delle autorità di regolamentazione dei singoli settori.

Il secondo intervento di policy riguarda il sostegno delle iniziative realizzate dalle imprese ‘forti’. Oltre che nel settore bancario, negli anni più recenti il sistema economico italiano ha attuato parziali ma rilevanti processi di ristrutturazione anche in comparti industriali. Con la regola del pollice, pare lecito affermare che, oggi, circa 1/3 delle nostre imprese industriali ha completato il proprio riposizionamento competitivo nel mercato nazionale e in quello europeo, un altro terzo è ancora in mezzo al guado, il terzo rimanente non è più competitivo nel mercato e – presto o tardi – è destinato al fallimento. Si tratta di concentrare gli interventi di nuova politica industriale per la creazione di infrastrutture materiali e immateriali, di altre ‘esternalità’ positive e di forme di incentivazione (non solo fiscale) degli investimenti a beneficio della quota ‘forte’ delle imprese. Oltre a essere molto selettiva e a rispettare le regole europee, tale nuova politica industriale dovrebbe evitare un rischio: affidare l’identificazione delle imprese ‘forti’ alla discrezionalità del policy maker anziché a parametri oggettivi.

 

 

Marcello Messori

  Commenti (1)
Scritto da ernesto, il 05-03-2010 15:38
sul capitalismo relazionale provate a sentire cosa dice uno che da 40 anni affianca le principali aziende italiane... non certo un bolscevico... da non crederci!!! 
 
http://www.youtube.com/watch?v=Mdc8cEV35Zg

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