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IL CASO UNICREDIT: UN CASO DI BUONA GOVERNANCE O DI INCAPACITÀ DELLA NOSTRA CLASSE DIRIGENTE? E-mail
Finanza
di Emilio Barucci
24 settembre 2010
caso unicreditLo spettacolo dell’allontanamento dell’amministratore delegato di Unicredit lascia perplessi per più di un motivo. Per il modo in cui è maturato, per il fatto che si giunge a questo showdown senza avere pronto un successore, lascia poi sconcertati il cancan mediatico e delle dichiarazioni dei nostri politici che hanno spesso parlato senza cognizione di causa.

Nella faccenda si frappongono almeno tre piani che meritano di essere distinti: una vicenda tutta privata di una società per azioni quotata, il ruolo improprio della politica, il ruolo di Unicredit  nell’economia italiana. A differenza di quanto sostenuto da più parti sul primo punto c’è poco da dire, sugli altri invece il comportamento della classe dirigente del Paese merita qualche appunto.  

Andiamo per ordine. La vicenda riguarda i rapporti tra amministratore delegato, consiglio di amministrazione e azionisti. Le dimissioni di Profumo – come ricordato dal presidente di Unicredit – sono maturate per divergenze sul metodo di governo della banca. Il rapporto tra consiglio di amministrazione e amministratore delegato è fiduciario, se la fiducia viene meno il consiglio è del tutto legittimato ad allontanare l’amministratore delegato. Se questo avviene significa che la corporate governance di una società funziona bene evitando uno dei principali mali della public company: la ‘‘cattura’’ del cda da parte dell’amministratore delegato.

Nel caso specifico il cda lamentava la troppa autonomia del manager in tante vicende ed in particolare nell’ultimo episodio: il manager avrebbe tenuto all’oscuro gli azionisti - ed addirittura il presidente – in merito all’entrata dei libici nel capitale. Non c’è un dovere di informazione nei confronti dei primi sul punto ma è chiaro che il tenerlo nascosto è stato interpretato come un atto di ostilità nei loro confronti – e del loro potere - segnalando la volontà del manager di ritagliarsi degli azionisti amici dopo le turbolenze passate con gli azionisti storici. Questo ha causato la rottura del rapporto di fiducia. Rottura giustificata o meno? Non ha senso stare a discuterne, gli amministratori sono legittimati ad allontanarlo se lo ritengono.

Fin qui tutto bene e i commenti ricchi di dietrologie sarebbero terminati, siamo di fronte ad un caso di una governance che con qualche fatica funziona: uno scontro di potere tra amministratore delegato e cda in cui il primo sarebbe andato troppo oltre le sue prerogative. Ma le cose non si fermano qui e veniamo al secondo piano che riserva però più di un grado di complicazione: le interferenze della politica.

Le interferenze della politica ci sono sicuramente state ma non sono state la leva determinate nella fase finale (nella conta). E’ vero che la Lega da tempo voleva un Unicredit in salsa banca del territorio del triveneto ma è anche vero che Tremonti sembra aver fatto pressioni per evitare questo esito traumatico. Non dobbiamo poi scordare che le dimissioni non ci sarebbero state senza la spinta determinante degli azionisti tedeschi: nel fronte che ha invocato le dimissioni dell’amministratore delegato il presidente del consiglio di sorveglianza di Daimler è stato il più duro. Forse che questi teutonici si sono fatti influenzare dalle sirene leghiste?

Beh direi proprio no. La verità è che si è trattata di una resa dei conti di potere tutta interna alla dialettica societaria in cui ambedue gli attori hanno usato o sono stati usati dalla politica. Non è una sfida tra i buoni e cattivi o tra poteri forti e deboli. Una sfida tra uomini, ognuno con il loro potere. Quindi l’imputato numero uno indicato da molti – la Lega – convince poco. L’interferenza della politica è più sottile e insidiosa. Il problema è nella gestione dell’affaire libico. L’entrata di un azionista quale quello libico richiede una mediazione a livello politico. La domanda che attende una risposta è quali assicurazioni aveva avuto Profumo circa la digeribilità per il sistema Italia - e Unicredit in particolare - riguardo all’entrata dell’azionista libico. Non conviene scendere nella dietrologia – che rischia di essere pura fantasia - ma qualcosa non torna: possibile che Profumo cade nella trappola di accogliere un azionista scomodo senza vere avuto assicurazioni preventive sul fatto che sarebbe stato ben accolto dagli altri? Può essere che qualcuno abbia millantato qualcosa, che Profumo abbia giocato d’azzardo, qualcuno forse ha fatto il doppio gioco ma i conti comunque non tornano. Insomma trappola o errore di Profumo?
 
Difficile da dire, forse non lo sapremo mai. Quello che però emerge – soprattutto nella gestione traumatica degli ultimi giorni – sono i limiti della classe dirigente del Paese che ha esposto la prima banca italiana ad eventi indecorosi, ognuno con le proprie responsabilità.
 
Veniamo all’ultimo tema. Unicredit non è solo una banca, è un caso aziendale di grande successo, le cui ricadute per il sistema sono difficili da valutare ma che sicuramente ha rappresentato un tentativo di ristrutturare il sistema finanziario rendendo i ‘‘poteri forti’’ più articolati. Si badi bene anche Unicredit era ed è un ‘‘potere forte’’. Il vero problema è che l’uscita di scena di Profumo rischia di mettere in discussione un progetto di questo tipo, un progetto di ammodernamento - nel bene e nel male - del Paese. Non è tutto rose e fiori, è utile ricordare che nel 2009 Unicredit era in grave difficoltà, che tuttora ha tanti problemi al suo interno ma è indubbio che si tratta di una realtà unica nel sistema finanziario italiano. Orbene, adesso che succede? Se i singoli uomini sono troppo determinanti nelle istituzioni vuol dire che qualcosa non ha funzionato e questo è forse il caso ma è indubbio che senza Profumo il progetto rischia di saltare. Fatto fuori Profumo, che scavalcava il board, vediamo adesso di non rovinare questo progetto rendendo Unicredit una banca regionale o al servizio delle esigenze di un ceto politico a corto di risorse da spendere.

La classe dirigente tutta concentrata in questa lotta durissima ha forse perso di vista il vero rischio: rovinare questo asset del Paese. Qualcuno si illude che Unicredit senza Profumo si concentrerà sulle pmi del Veneto, non sarà più un controaltare ad altri centri finanziari o sarà pronto a servire le aspirazioni di qualche politico. Difficile che succeda ma la tentazione è comunque forte con un duplice rischio: che il progetto imploda o che ci venga ‘‘rubato’’ da mani straniere che si ritrovano a giocare adesso un ruolo ben al di sopra de loro peso. Niente di male ma non sarebbe sicuramente un successo per il Paese.

In questo scenario c’è poco da rallegrarsi e c’è poco da decretare vincitori e martiri, quanto piuttosto da riflettere su una classe dirigente non all’altezza.
  Commenti (1)
E' anche un problema di trasparenza
Scritto da Riccardo Colombo, il 25-09-2010 17:27
Condivido molte delle cose dette, ma mi sembra che anche dall'articolo emerga come il licenziamento di Profumo nascondi gravi problemi di governance e di trasparenza. Perché è stato dimesso Profumo ? Si fanno illazioni. Quale è stato il ruolo delle fondazioni bancarie ? Altre illazioni. E si potrebbe continuare senza tener conto di una società che resta senza Amministratore Delegato. Queste carenze sono molto gravi perché Unicredit non è un una società privata, ma una public company, quotata in borsa.

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