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RIDIMENSIONARE LA CRISI? I NUOVI DATI SULL'ANDAMENTO DELLA POVERT└ IN ITALIA E-mail
Welfare
di Elena Granaglia
28 luglio 2010
poverta italiaI dati sulla povertà in Italia appena diffusi dall’Istat e dalla Commissione contro l’esclusione sociale (rispettivamente il 15 e il 21 luglio) rilevano la sostanziale stabilità del fenomeno. Nel 2009, risulta povero in termini relativi (sulla base della spesa media per consumi) il 10,8% delle famiglie e il 13,1% degli individui.

Risulta povero in termini assoluti (sulla base della spesa minima necessaria ad acquistare i beni e servizi considerati fondamentali al fine di raggiungere uno standard di vita accettabile) il 4,7% delle famiglie e il 5,2% degli individui.

La stabilità potrebbe stupire: rispetto al 2008, nel 2009, il PIL subisce un calo del 4,9%, ritornando ai livelli dell’inizio del decennio; l’occupazione diminuisce dell’1,6% e, secondo le stime della Banca d’Italia, il tasso di inutilizzo dell’offerta potenziale di lavoro, inclusivo del mancato lavoro degli scoraggiati oltre che di quello dei disoccupati, aumenta dell’1,8%, raggiungendo il 9,5%.

Una possibile spiegazione della stabilità della povertà potrebbe fare leva sull’efficacia delle risposte di contrasto. Come ha commentato il Ministro Sacconi, la stabilità sarebbe “dovuta a forme di protezione del reddito e di protezione sociale che hanno sostenuto soprattutto i capi famiglia, i lavoratori adulti che sono rimasti ancorati al lavoro nelle imprese”.

Ciò è sicuramente vero. Come rileva il Rapporto della Commissione contro l’esclusione sociale (d’ora in avanti, Cies), il calo dell’occupazione è concentrato (per circa l’80%) tra gli individui fra 20 e 34 anni (-6,3% e – 5% al netto della dinamica demografica), celibi e nubili, che vivono nella famiglia di origine. Per questi soggetti, il tasso di occupazione diminuisce, infatti, del 3,3%, mentre, per i genitori in età attiva, la caduta è inferiore all’1%. Data anche la natura del contratto di lavoro dei giovani (inseriti in larga parte in occupazioni a termine, penalizzate anche dal punto di vista remunerativo), sempre sulla base dei dati della Cies, la perdita di reddito imputabile all’uscita dei figli di 15-34 anni dal mercato del lavoro sarebbe pari solo al 28,3% del reddito familiare complessivo, contro un valore medio del 50,6% qualora a perdere il lavoro sia il padre (e del 37,1%, qualora sia la madre).

Al contempo, la Cig ordinaria ha interessato ben 1,5 milioni di lavoratori (in media, circa 320 ore di lavoro pro capite) e la Cig straordinaria circa 300.000, con una spesa, nel 2009, di 4,3 miliardi di euro. Di tali benefici, hanno goduto soprattutto gli appartenenti alle classi di età più elevate, inseriti nel mercato del lavoro da più tempo e con contratti di lavoro a tempo indeterminato. Famiglia e cassa integrazione hanno, dunque, svolto un ruolo cruciale di ammortizzatori sociali.

Il successo di questi ammortizzatori non deve, però, fare ignorare diversi elementi di preoccupazione. Primo, se è vero che in aggregato la povertà è rimasta stabile, altrettanto è vero che alcuni sotto-gruppi di soggetti hanno subito un impoverimento. Si sono impoveriti i giovani (e, di conseguenza, le loro famiglie) che hanno perso il lavoro, ma che sono essi stessi capo-famiglia con figli a carico1. Si sono, altresì, impoverite le famiglie con soggetto di riferimento un operaio esposte, in tutto il paese, ad un aumento della povertà assoluta (dal 5,9% al 6,9%). Nel Centro, aumenta anche la povertà relativa (dal 7,9% all’11,3%). Tale peggioramento si inserisce, peraltro, in un pre-esistente trend di peggioramento che ha comportato, fra il 1993 e il 2006, un aumento di 4 punti, dal 27% al 31%, dell’incidenza di povertà (relativa) per le famiglie con persona di riferimento operaio2. Ancora, il rischio di povertà è fortemente aumentato per i lavoratori in proprio impiegati in micro-imprese familiari, soprattutto se residenti al Sud. Il rischio è, altresì, aumentato per i lavoratori immigrati regolari.

D’altro canto, famiglia e Cig hanno un’efficacia inevitabilmente limitata. Servono ai giovani che perdono il lavoro, ma vivono ancora nella famiglia di origine, e a chi è impiegato in imprese per cui il calo della produzione è considerato temporaneo. Sono, tuttavia, impotenti nei confronti dei giovani che lasciano la famiglia di origine e in tutti i casi in cui il calo della produzione comporti la rescissione o il non rinnovo del contratto di lavoro. I sussidi di disoccupazione hanno, peraltro, giocato un ruolo compensativo assai limitato sia per la mancanza dei requisiti contributivi sia per l’esaurimento del periodo di godimento. Come rileva l’ultima relazione annuale della Banca d’Italia, “sulla base della Rilevazione sulle forze di lavoro, nel 2009 meno del 6 per cento dei non occupati disposti immediatamente a lavorare dichiarava di aver usufruito di qualche forma di sussidio nella settimana dell’intervista (anche escludendo i lavoratori alla ricerca di un primo impiego che non hanno maturato i requisiti); la quota sale al 15 per cento se si escludono tutti coloro che non cercano attivamente un impiego o che sono senza lavoro da più di 6 mesi” (p. 103).

Secondo, per quanto concerne l’indicatore di povertà relativa, occorre ricordarne la dipendenza dai valori medi (relativi alla variazione dei prezzi al consumo e ai comportamenti di consumo): quando l’economia cresce e la spesa per consumi aumenta, la soglia di povertà tende ad aumentare, così registrando più povertà, mentre l’opposto avviene nei momenti di recessione. Come sottolinea l’Istat, nel 2009, la soglia è stata pari a 983,01 euro, ossia, a 17 euro in meno rispetto alla soglia del 2008. Se i comportamenti di consumo fossero stati gli stessi del 2008 (e, dunque, la soglia 2009 fosse stata rivalutata solo sulla base dei prezzi al consumo), l’incidenza di povertà sarebbe salita all’11,7%. Detto in altri termini, se avessimo continuato ad usare la stessa misura di povertà utilizzata nel 2008 (con l’eccezione della sola rivalutazione monetaria), avremmo avuto circa 223.000 famiglie in più in condizioni di povertà. La diminuzione della soglia spiega, altresì, la diminuzione, seppure lieve, registrata nell’intensità della povertà relativa.
 
Terzo, anche dati apparentemente positivi si prestano a letture più problematiche. Si consideri, ad esempio, la diminuzione dell’incidenza di povertà presso le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione. Come rileva l’Istat, la diminuzione deriva dall’ingresso, in tale gruppo, di famiglie con al proprio interno almeno un percettore di reddito “proveniente, in oltre la metà dei casi, da occupazioni a medio-alto profilo professionale” (p. 2). Similmente, come di nuovo rileva l’Istat, il miglioramento registrato dalle famiglie con lavoratori in proprio dipende dall’uscita, dal campione, delle famiglie del Sud titolari di micro-imprese (come sopra indicato, penalizzate dalla crisi) e dall’incremento conseguente della concentrazione delle famiglie del Nord, mediamente più benestanti.

Quarto, a prescindere dagli effetti sul piano del contrasto alla povertà, un modello che fa leva sulla cassa integrazione dei padri e sulla famiglia per compensare il calo occupazionale dei figli desta più di una preoccupazione sotto il profilo dell’uguaglianza di opportunità dei giovani nonché delle madri. Rispetto ai giovani, risulta compromessa sia l’opportunità di formarsi essi stessi una famiglia o, più complessivamente, di formarsi in modo più autonomo il proprio piano di vita, sia quella di ottenere, nel tempo, un lavoro remunerante, data la correlazione esistente fra disoccupazione nelle fasi iniziali della carriera (in particolare, se associata a bassi livelli di istruzione) e basso profilo delle remunerazioni future (a causa sia del deperimento del capitale umano sia del segnale negativo, per i possibili datori di lavoro, costituito dalla disoccupazione stessa). Utile, al contrario, si rivelerebbe un sistema di ammortizzatori attivanti, accessibili anche ai titolari di contratti a tempo determinato. Rispetto alle madri, il modello del capofamiglia lavoratore tende a perpetuarne il ruolo nella cura domestica.
 
Quinto, sebbene l’incidenza della povertà in aggregato sia rimasta la stessa, il valore è, comunque, uno dei più elevati nell’Unione europea, anche a causa della più volte richiamata assenza di una rete universale di ultima istanza.
 
In conclusione, la stabilità in aggregato della povertà è solo un pezzo degli effetti della crisi, che non deve mascherare i peggioramenti selettivi a danno dei sottogruppi della popolazione esclusi dall’ausilio della Cig e della famiglia, e neppure l’elevatezza, nel nostro paese, dell’incidenza complessiva della povertà. I sottogruppi penalizzati rischiano, peraltro, di aumentare, dati i segnali in atto di incremento dei licenziamenti e di tagli nelle già limitate risorse destinate all’assistenza. Inoltre, a prescindere dagli effetti sul piano del contrasto alla povertà, Cig e famiglia rischiano di comportare una violazione dell’uguaglianza di opportunità che non avrebbe luogo in contesti in cui si sostiene il lavoro di tutti, inclusi i giovani e le loro madri, e a tutti è assicurata una rete di ultima istanza. La sfida di come contrastare la povertà resta, dunque, ancora largamente da affrontare.

Certamente, lo stato delle finanze pubbliche pone vincoli stringenti al fattibile. Dentro i vincoli macro, sono, però, possibili rimodulazioni di spese e entrate. Le finanze francesi saranno meno problematiche delle nostre, ma in Francia, il primo gennaio 2009, in piena crisi economica, è stato introdotto un reddito di solidarietà attiva che fornisce un minimo di 460 euro mensili ai singoli (con rivalutazioni secondo le dimensioni della famiglia) ed integra i redditi di lavoro fino ad un valore di 1210 euro, finanziato oltre che dalla sostituzione del precedente reddito minimo di inserimento, da un incremento dell’1,1% dell’imposta sui redditi da capitale.

1. Ciò ha riguardato, soprattutto, nuclei già relativamente svantaggiati prima della crisi e con un unico percettore di reddito. Il calo dell’occupazione dei giovani residenti nelle famiglie di origine ha, invece, interessato soprattutto famiglie in condizione economica intermedia.
2.  Cfr. le diverse indagini biennali della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane e la nostra newsletter del 12 marzo c.a.


  Commenti (1)
Scritto da massimo baldini, il 29-07-2010 10:53
Alle giuste osservazioni del testo si potrebbe aggiungere che molte famiglie fanno ricorso al risparmio per cercare di mantenere livelli di consumo stabili quando il loro reddito corrente subisce un calo, almeno nel breve periodo.  
Lo studio della povertÓ sulla base della spesa tende quindi a produrre risultati non particolarmente sensibili al ciclo economico.  
La povertÓ in termini di reddito probabilmente Ŕ aumentata di pi¨ a seguito della recessione.

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