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IL TAB┘ DELL'ARTICOLO 18 E-mail
Lavoro
di Marco Leonardi, Massimo Pallini
15 luglio 2010
articolo 18Il documento Fassina ha rinnovato il dibattito nel PD e fuori dal PD sul dualismo del mercato del lavoro italiano e sulle soluzioni a quel che è diventata una situazione difficilmente tollerabile.
I fautori del contratto unico nelle sue diverse forme sostengono che la giusta soluzione sia una nuova definizione dell’ambito di applicazione delle tutele del lavoro subordinato (o attraverso il ricorso ad una nozione di “dipendenza economica” o, come sosteniamo noi, la riscrittura della stessa nozione - ormai datata - di subordinazione dettata dal codice civile del 1942) e il conseguente riassorbimento in un nuovo e inclusivo contratto di lavoro a tempo indeterminato delle molte partite IVA e dei molti contratti parasubordinati che non si trovano affatto in una effettiva posizione di autonomia sul mercato.

Poiché le aziende perderebbero un polmone di flessibilità, la contropartita sarebbe un contratto di lavoro indeterminato con un articolo 18 “indebolito”: le diverse proposte di contratto unico propongono “indebolimenti” diversi ma pur sempre “indebolimenti”. E questo è il primo mito da sfatare, poiché l’articolo 18 è considerato un tabù da quando il centrosinistra ha celebrato la sua ultima vittoria di popolo nel 2003 e il centrodestra ha subito una cocente sconfitta (sennonché ha recentemente provato a cancellare l’utilità pratica dell’articolo 18 con il collegato lavoro e la proposta di ricorso all’arbitrato invece che al giudice). Il mito da sfatare è che l’articolo 18 (che, non solo dà facoltà ma obbliga il giudice a decretare il reintegro nel caso di licenziamento economico ingiusto) come tale esiste solo in Italia. Tanto è vero che proprio una proposta di legge del centro sinistra a firma Treu, Morando Salvati e altri nell’anno 2000, prima delle vicende del 2003, proponeva la monetizzazione dell’articolo 18 a fronte di maggiori concessioni delle imprese sul fronte di ammortizzatori sociali e salario minimo.
E non è neanche vero, a nostro parere, che il problema non sarebbe l’articolo 18 perché i contratti parasubordinati sono concentrati nelle imprese sotto i 15 dipendenti dove comunque non esistono vincoli al licenziamento. E la ragione semplicissima è che il mercato del lavoro è come i vasi comunicanti per cui se si rendono più costosi i contratti parasubordinati (come propone il documento Fassina), le imprese semplicemente faranno maggior ricorso alle partite IVA ufficialmente esterne all’azienda, ma in realtà con in relazione di monocommittenza. Dai dati ISTAT i co.co.pro sarebbero meno di 500.000 mentre gli autonomi a vario titolo sono più di 5 milioni e 500mila pari al 25% degli occupati totali. Il processo di polverizzazione dell’impresa dura da tempo ed è comune in molti paesi ma in Italia ha delle dimensioni abnormi. Dai dati Eurostat si vede chiaramente che la quota del lavoro autonomo sul totale dei dipendenti l’Italia è seconda solo alla Grecia, mentre Spagna e Germania e UK stanno sul 15% e la Francia sul 10%. E non è che l’Italia ha tanti imprenditori, ha piuttosto tanti imprenditori individuali e tante partite IVA che in altri paesi vengono più correttamente chiamati lavoratori dipendenti, hanno ferie, malattia, salario minimo e qualche protezione avverso al licenziamento (ma non l’articolo 18!).
Alzare le aliquote contributive ai cocopro non serve quindi a molto, serve piuttosto riconoscere che le condizioni del lavoro sono cambiate e che il diritto del lavoro va adeguato al cambiamento a pena di acuire le disuguaglianze. E aggiungiamo noi, non convince neanche la posizione di chi sostenendo il contratto unico propone nuovi contratti solo per i nuovi entranti lasciando invariati i diritti dei lavoratori attuali. Proposte di contratto unico sono nate in Italia dopo le vicende dell’articolo 18, e sono presenti in Francia e Spagna dove la protezione al licenziamento degli insiders è forte e politicamente tabù. Non esiste in Germania dove non a caso il licenziamento individuale per ragioni economiche è stato di recente rivisto dalla leggi Hartz dal governo socialdemocratico.
Perché invece di creare nuove disuguaglianze generazionali non si affronta il problema e si rivede quell’articolo come si voleva fare nell’anno 2000? In questo modo si darebbe la flessibilità necessaria (come in Germania non come nel Far West) alle aziende e in cambio si eliminerebbero tutti quei contratti di lavoro a progetto o di lavoro autonomo con partite IVA che sono la regola tra i giovani per lavorare all’interno delle aziende e non certo per proporsi come automi operatori professionali sul mercato. Questa sarebbe una vera operazione di uguaglianza sul mercato del lavoro, dove certo i diritti sono ridistribuiti e non allargati, ma almeno non c’e’ la finzione di allargare diritti dove l’allargamento nominale finisce sempre per andare a vantaggio di pochi e penalizzare nei fatti i molti, ed in particolare i più giovani.
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