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IL PROBLEMA LINGUISTICO DELLE AMM.NI EUROPEE: IL CASO DELL’AG. EUROPEA PER I DIRITTI FONDAMENTALI E-mail
Europa
di Ivana Kljakovic Gaspic
15 luglio 2010
europa diritti fondamentaliA partire dagli anni Novanta, l’Unione europea si è arricchita di un sistema amministrativo responsabile dell’attuazione delle diverse politiche e normative europee: è una rete a carattere  inter- e transnazionale, cioè un insieme di “sistemi comuni” settoriali, composti da autorità comunitarie, nazionali o miste.  In questa sede ci soffermeremo sulla politica linguistica europea e sul regime linguistico nella sua prassi comunicativa, prendendo in esame l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali.

L’Agenzia, fondata nel 2007, sostituisce il precedente Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia. Ha lo scopo di fornire alle istituzioni europee e alle autorità nazionali competenti l’assistenza e la consulenza sui diritti fondamentali nell’attuazione del diritto comunitario.
Le linee principali della politica linguistica europea si possono ricavare, oltre che dai Trattati, dai diversi documenti privi di valenza giuridica (p.e. la comunicazione della Commissione Europea: Nuovo quadro strategico per il multilinguismo, 2005). La  Carta dei diritti fondamentali dell’UE, adottata nel 2000, sancisce il rispetto del principio di non discriminazione fondata sulla lingua, ma anche il rispetto della diversità linguistica. Così oggi si sancisce il diritto di ogni cittadino dell’Unione di rivolgersi alle istituzioni europee in una delle ventitre lingue previste dal trattato comunitario.
I  documenti esistenti hanno come obiettivo il “plurilinguismo”, cioè l’uso di più lingue da parte di uno stesso individuo. Il plurilinguismo è diverso dal multilinguismo. Lo si può definire come la coesistenza di più lingue all’interno di un gruppo sociale. In breve, si può dire che la politica linguistica europea è guidata dal principio di multilinguismo e il modo essa in cui si attua è il plurilinguismo. L’esigenza del plurilinguismo sarà in futuro sicuramente accentuata sempre di più, per via della concorrenza di altre aree geopolitiche, giacché le economie emergenti, stanno acquisendo – e assai rapidamente – solide competenze linguistiche assieme ad altre competenze necessarie per competere nel mercato internazionale. Così la questione dell’apprendimento delle lingue non rimane confinata alle discussioni sui principi di democrazia e sulla non discriminazione ovvero ai discorsi sulla diversità culturale, ma è anche una questione che direttamente riguarda gli interessi economici dell’Unione europea. Dunque il tema – in origine – di natura linguistica, culturale, perfino etnologica, si presenta oggi con risvolti anche economici e politici.
Il regolamento 1/58 del Consiglio favorisce il multilinguismo elencando le lingue ufficiali e le lingue di lavoro, cioè determinando il regime linguistico nella prassi comunicativa delle istituzioni politiche e amministrative dell’Unione Europea. Tuttavia il regolamento 168/2007 del Consiglio, istitutivo dell’Agenzia per i diritti fondamentali, nomina solo un organo (cioè il consiglio di amministrazione) cui spetta di definire il regime linguistico interno, cioè di scegliere le lingue di lavoro nella prassi comunicativa dell’Agenzia. Esso non determina né il regime linguistico interno né  definisce esattamente quale genere di rapporti linguistici si comprendano con il sintagma “regime linguistico interno”. È chiaro che i rapporti linguistici nel sistema comune europeo per i diritti fondamentali avvengano al di là delle ipotesi disciplinate dalla normativa esistente.
Inoltre, nei rapporti linguistici all’interno dell’Agenzia non si può ignorare l’accentuazione della tendenza al monolinguismo inglese – è un dato oggettivo ormai abbastanza evidente. Un esame dei documenti disponibili sul sito dell’Agenzia ci rivela che i diversi apparati che compongono il sistema comune redigono i loro testi principalmente in inglese, ciò nondimeno si registra anche la tendenza a redigere ovvero a tradurre diversi riassunti in francese e in tedesco. I progetti e le ricerche sono pubblicati sul sito dell’Agenzia senza eccezione in lingua inglese e con rare traduzioni in francese. Quanto ai comunicati stampa, sono in prevalenza redatti in inglese, francese e tedesco.
Tuttavia nella concreta attività dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali appaiono se non disattesi, di certo incompiuti, gli obiettivi del multilinguismo e del plurilinguismo. La qual cosa non apparirebbe in sé allarmante se ciò non fosse in palese antinomia con il dettato delle carte fondamentali dell’Unione europea.
Questo “conflitto” , per così dire, tra la normativa e la prassi seguita viene ulteriormente confermato con la decisione dal 10 dicembre 2002 dell’Ufficio Europeo per la Selezione del Personale di bandire un concorso per selezionare i candidati dagli allora dieci nuovi paesi dell’Unione, stabilendo che le prove di esame fossero svolte in inglese, francese e tedesco. Per quanto anche prima vi fosse una prassi comune propria degli organismi dell’Unione, nella quale le cosiddette “lingue di lavoro” non erano superiori alle tre menzionate, ora con questa “scelta di fatto” si è determinato   un riscontro, al tempo stesso, normativo e operativo. Basterebbe allora essere onesti e dichiararlo apertis verbis – il monolinguismo inglese o eventualmente il trilinguismo inglese-francese-tedesco – nonché riconoscere le conseguenze che sul lungo periodo provocherebbe una tale scelta ai danni del prezioso patrimonio linguistico espresso dalle culture nazionali dell’Europa unita.
Ma il problema, di carattere extralinguistico, si pone soprattutto  in termini di politica  delle amministrazioni, le quali operano in flagrante contraddizione con i principi da cui sono nate. La mancanza di una coerente politica linguistica europea non potrà avere altro risultato oltre il  monolinguismo inglese.
Realizzare un’Europa plurilingue non è un sogno irragiungibile, però lo diventerà senza coordinate precise. Senza dubbio una ben definita disciplina generale e settoriale ed una chiara strategia dell’insegnamento delle lingue europee da parte delle politiche scolastiche dei singoli Stati membri dell’Unione aiuterebbero ad affrontare e vincere questa sfida.
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