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INCENTIVI ECONOMICI E DIRITTO DEL LAVORO UNICO E-mail
Lavoro
di Giuseppe Ciccarone
15 luglio 2010
incentivi diritto lavoroIl recente dibattito sul lavoro stimolato dal documento presentato all’Assemblea nazionale del Partito Democratico del 21-22 maggio 2010 si è sviluppato prevalentemente all’interno dello stesso PD. nelMerito.com intende favorire la comprensione da parte di una platea più ampia delle posizioni espresse finora, anche coinvolgendo nella discussione sul futuro del mercato del lavoro italiano economisti, scienziati sociali, giuristi, esponenti delle parti sociali, decisori e osservatori di diversa estrazione politica. Il nostro convincimento è che sarà in questo modo possibile chiarire meglio i diversi punti di vista emersi dal dibattito e individuare auspicabili convergenze possibili.

Il mio contributo a questo progetto si concentra su quello che mi appare come l’aspetto più controverso del documento elaborato dalla commissione coordinata da Stefano Fassina. La questione può essere descritta, per comodità espositiva, attraverso una contrapposizione forse troppo netta tra due posizioni che sono comunque ben distinte.
Da lato di Scilla si trovano i critici del documento in esame, sostenitori di un diritto del lavoro unico, esteso a tutti i lavoratori in posizione di “dipendenza economica” dall’impresa. Questa espressione,
più ampia di quella di “lavoro subordinato”, consentirebbe di includere le molte tipologie di lavoro “atipico” che caratterizzano il nostro mercato del lavoro, incluse le “partite Iva” in condizioni di mono-committenza. Secondo la tribù di Scilla, è necessario garantire ai lavoratori diritti universali introducendo subito un nuovo diritto del lavoro da applicare a tutti i futuri rapporti di lavoro economicamente dipendente. Il documento Fassina, proponendo un percorso diverso per conseguire quell’obiettivo condiviso, perpetuerebbe il regime di apartheid (nell’efficace espressione di Pietro Ichino) che caratterizza un mercato del lavoro dualistico, differenziato tra lavoratori protetti e lavoratori privi di tutele anche fondamentali.
Dal lato di Cariddi si trovano, ovviamente, i sostenitori del documento. Questi condividono la ricostruzione di uno scenario economico-sociale che recepisce numerose analisi, anche accademiche, proposte negli ultimi anni e ritengono che da questa premessa discendano in modo coerente le numerose proposte contenute nel documento, compreso un approccio “gradualista” alla realizzazione del diritto del lavoro unico.
Per i miei fini, è in questa sede sufficiente ricordare due elementi di questo scenario. In primo luogo, in presenza di una bassissima crescita della produttività e del reddito, non è pensabile migliorare le condizioni del mercato del lavoro senza attuare politiche in grado di accelerare la crescita economica. Il diritto del lavoro che si può effettivamente realizzare non è dunque indipendente dallo stato dell’economia e dagli interventi attuati per stimolare l’istruzione, la ricerca, l’innovazione, l’accumulazione di capitale innovativo. In secondo luogo, in presenza di contratti di lavoro “atipici” il cui utilizzo mostra una relazione inversa con la dimensione occupazionale dell’impresa, la costruzione di un diritto del lavoro unico deve fondarsi su una strategia volta ad aumentare il costo economico di quei contratti.
Questo è secondo me lo snodo cruciale sul quale concentrare l’attenzione. Il documento Fassina ci ricorda che sono le imprese di minore dimensione occupazionale, soprattutto quelle con meno di 9 occupati, a sfruttare maggiormente i contratti atipici. La loro diffusione è quindi, necessariamente, spiegata dalla convenienza in termini di costo relativo, piuttosto che dalla “libertà di licenziamento” che essi garantiscono. Aggiungerei che questi contratti non dovrebbero indebitamente garantire alle imprese minori costi, ma piuttosto consentire loro di fronteggiare le fluttuazioni della domanda (comprese le stagionalità). Non è un caso che l’Italia sia l’unico paese europeo dove il lavoro atipico costa meno di quello “tipico”. Per combattere il dualismo nel mercato del lavoro senza al contempo eliminare questo elemento di flessibilità occupazionale, si deve dunque intervenire sull’anomalia di contratti a tempo determinato (con minori garanzie) che costano al datore di lavoro meno di quelli a tempo indeterminato (con maggiori garanzie), sviluppando al contempo un percorso di flexicurity coerente con le migliori esperienze europee. Da qui discendono, coerentemente a mio avviso, le proposte della tribù di Cariddi di aumentare il costo unitario del lavoro associato ai primi rispetto a quello associato ai secondi, introducendo un salario minimo e parificando la contribuzione previdenziale, ma anche di introdurre con gradualità “una base di diritti di cittadinanza per tutte le forme di lavoro” (CIG, malattia, infortuni, riposo psicofisico, maternità, una indennità di disoccupazione ancorata alle politiche attive per il lavoro, ecc.).
I lettori di nelMerito.com conoscono la posizione da me espressa, insieme a Enrico Saltari, relativamente alla prima delle due proposte. In numerosi interventi su questa rivista abbiamo infatti messo in luce il ruolo disincentivante svolto dalla diminuzione del costo del lavoro “al margine” (oltre che dalle modificazioni nella composizione della forza lavoro) sulle variabili che governano la dinamica della produttività del lavoro, soprattutto in quei comparti dove essa è maggiormente dipendente dal progresso tecnico. La riduzione di quel costo, relativamente a quello del capitale, ha infatti scoraggiato l’investimento e spinto le imprese a rimanere nei settori “tradizionali”, rallentando in tal modo la dinamica del capitale per addetto, l’accumulazione di capitale innovativo (quello legato alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e, più in generale, l’attività innovativa e la riorganizzazione dei luoghi di lavoro. Non posso dunque che plaudere a una proposta volta a eliminare incentivi che giudico distorti, sottolineando che il tema non è quello di aumentare il costo del lavoro per unità di prodotto, ma di eliminare contratti atipici indebitamente “convenienti” dal punto di vista del costo relativo. Se le retribuzioni devono variare, ciò deve accadere indipendentemente dalla tipologia contrattuale utilizzata. Se esse debbano poi diminuire per favorire la competitività delle imprese è altra questione, indipendente da quella qui in esame.
La tribù di Scilla sottolinea, però, come la seconda proposta sintetizzata sopra mantenga in vita una inaccettabile differenziazione in molti comparti del diritto del lavoro, a partire dalle norme sul licenziamento. Ciò avverrebbe nonostante le molte previsioni “restrittive” contenute nel documento Fassina: eliminare il contratto di lavoro accessorio e l’associazione in partecipazione con solo apporto di lavoro; delimitare l’applicazione dei contratti a progetto e a chiamata, dello staff leasing e dei voucher; restringere la durata e le causali dei contratti a tempo determinato, introducendo nelle singole imprese quote massime del rapporto tra lavoratori con contratto a tempo determinato e lavoratori totali.
In una visione statica, questa affermazione è ovviamente corretta: all’interno delle singole imprese sarebbe possibile continuare ad occupare lavoratori con contratti differenti per svolgere le medesime mansioni. Tuttavia, in una visione dinamica, il meccanismo incentivante rappresentato dall’aumento di costo (se ben trasformato in norma dal legislatore) dovrebbe rapidamente limitare queste differenze ai casi motivati, soprattutto, dalle necessità produttive di fronteggiare le fluttuazioni della domanda. Perché le piccole imprese esenti da vincoli sui licenziamenti, che sono le maggiori utilizzatrici dei contratti atipici, dovrebbero continuare ad utilizzarli se essi costassero più di quelli tipici? Cosa impedirebbe a questo incentivo economico di produrre, di conseguenza, una significativa contrazione del dualismo contrattuale nel mercato del lavoro?
Essendo questa, in modo assai schematico, la mia interpretazione della questione, credo che i critici del documento Fassina potrebbero contribuire a una migliore comprensione della loro posizione rispondendo a due domande. (1) E’ opportuno, soprattutto in un contesto di bassissima crescita economica, continuare a garantire alle imprese l’utilizzo di strumenti in grado di fronteggiare le fluttuazioni della domanda? (2) Nel caso di risposta affermativa, in che modo il “diritto del lavoro unico” sarebbe in grado di soddisfare questa esigenza?
A loro volta, i sostenitori del documento Fassina potrebbero utilmente chiarire perché, a loro avviso: (i) l’introduzione immediata di un “diritto del lavoro unico” impedirebbe di soddisfare le attuali  esigenze economiche delle imprese; (ii) il mantenimento di differenziazioni relativamente a orari di lavoro, licenziamento, malattia e altre cause di sospensione della prestazione non rappresenterebbe per le imprese un incentivo sufficiente a continuare nell’attuale pratica di assumere nuovi lavoratori con contratti atipici.
  Commenti (1)
TUTELE NORMATIVE E TUTELE ECONOMICHE
Scritto da paolo borghi website, il 02-09-2010 15:30
Tra scilla e cariddi ci stanno anche la tradizionale pratica delle tutele normative (evidentemente procedono per diritti acquisiti col finalismo dell'ottimizzazione sociale... oggi in via crescente indebolimento e in forte restringimento in quanto all'area di lavoratori "coperta") e ci stanno le nuove riflessioni sui costi relativi dei singoli rapporti di lavoro (se l'atipicitÓ costasse di piu' in salario e in previdenza e assicurazione contro la disoccupazione avremmo un riequilibrio di mercato piu' forte di qualsiasi norma di tutela). Occore pero' anche definire una logica salariale e negoziale che "paghi" di piu' gli atipici e "paghi" di meno i fissi, garantiti e a tempo indeterminato. Direi una rivoluzione, che modifica alla radice le transizioni tra lavori marginali e precarietÓ e l'area piu' forte dei lavoratori..con stipendi bassi come in Italia anche per i piu' garantiti e i redditi ancora piu' bassi degli atipici sarÓ veramente dura.

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