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PIONIERI EQUOSOLIDALI NELLE FILIERE ALIMENTARI: IL CASO DELLE BANANE* E-mail
Ambiente ed Energia
di Leonardo Becchetti, Marco Costantino
02 luglio 2010
consumatoriNell’aprile 2007, Sainsbury diventa la prima catena di supermercati britannica a proporre nei propri banchi-frutta, banane (biologiche e non) esclusivamente provenienti dal circuito del commercio equo e solidale.

L’interesse dei consumatori per questo prodotto è confermato dai dati: in seguito all’annuncio, Sainsbury ha registrato un incremento del 5% nelle vendite di banane equo-solidali. Gli incrementi nelle vendite si traducono integralmente in vantaggi per i produttori marginalizzati del sud del mondo. Sainsbury è in grado, infatti, di vendere 150.000 confezioni di banane alla settimana (700 milioni di pezzi all’anno) che consentono di trasferire ai produttori in Costa Rica, Ecuador, Colombia, Repubblica Dominicana e Antille Olandesi un premio pari a quattro milioni di sterline solo nel 2007.
L’operazione di Sainsbury, che nel 1994 è stato il primo supermercato inglese a introdurre sui propri scaffali prodotti del commercio equo, non è isolata. Tra gli altri operatori della grande distribuzione inglese, Marks & Spencer ha già effettuato la conversione all’equo-solidale dell’intera gamma di tè e caffè, e lo stesso ha fatto Co-op con la cioccolata.
Il caso descritto riveste un particolare interesse, poiché mostra il potere d’incidenza dei consumatori su un mercato, come quello delle banane, simbolico rispetto a problematiche tipiche del commercio internazionale di alimenti e materie prime:
- Difficili condizioni di lavoro e di vita dei produttori (lavoratori e piccoli proprietari);
- Scarsa presenza dei sindacati;
- Devastazione ambientale causata da pratiche agricole intensive e dall’uso di pesticidi chimici, tossici;
- Strapotere economico e politico esercitato dalle multinazionali produttrici e dalle catene di distribuzione nei confronti dei piccoli produttori e dei lavoratori.

Molti dei problemi descritti possono essere ricondotti alla grande questione dello squilibrio tra i poteri contrattuali dei diversi attori che intervengono nella catena del valore, che determina a sua volta una composizione ineguale del prezzo finale a vantaggio dei soggetti più forti e più vicini al consumatore finale e a netto svantaggio dei piccoli produttori e dei lavoratori. E’ quindi necessario affrontare la questione della composizione del prezzo, studiando soluzioni che incorporino obiettivi di giustizia sociale improntati alla redistribuzione.
Laddove hanno fallito gli Stati e gli Organismi Internazionali, possono intervenire più efficacemente i consumatori, esercitando in maniera consapevole il potere che detengono attraverso il proprio “voto con il portafoglio”. Le scelte strategiche orientate alla sostenibilità da parte di distributori e produttori seguono infatti le preferenze espresse dai consumatori. Contemporaneamente alle iniziative di lobby e boicottaggio, infatti, negli anni è cresciuta in misura consistente la quota di mercato delle banane equo-solidali. Nel Regno Unito dal 2000 al 2008 si è passati da 5.500 a 193.000 tonnellate vendute all’anno per un incremento del 3500% circa e per una quota pari al 25% del mercato complessivo.
Il sistema di certificazione equo-solidale proposto da FLO (l’Organizzazione Internazionale di certificazione del commercio equo) si applica oggi al 2% del mercato mondiale delle banane. Questo sistema fissa i prezzi minimi in ciascun paese internalizzando i costi dell’adeguamento a standard sociali ed ambientali sostenibili e lasciando un profitto ragionevole ai produttori che consenta loro di investire nella stabilità di lungo termine della loro attività. Questi calcoli vengono fatti in consultazione con gli stessi produttori e utilizzando tutti i dati di settore disponibili.
FLO fissa oggi prezzi al produttore e prezzi FOB in otto paesi in America centrale e meridionale, Caraibi e Africa Occidentale, distinguendo anche tra banane biologiche e convenzionali. Oltre a questo, gli importatori pagano un sovrapprezzo di un dollaro alle organizzazioni di produttori o di lavoratori da investire in progetti sociali, ambientali o di sviluppo produttivo e come reddito aggiuntivo.
Nonostante le inevitabili imperfezioni nel processo di calcolo dei costi di adeguamento agli standard di sostenibilità, questo modello di formazione del prezzo può certamente rappresentare un riferimento interessante nel ragionamento sul problema.
Oltre al prezzo equo, ulteriori criteri vengono definiti con riferimento alla situazione particolare dei piccoli produttori e dei lavoratori nelle piantagioni: i primi devono dividere i profitti in maniera equa tra i membri della cooperativa/associazione e devono garantire a ciascuno l’accesso al sistema democratico di decision-making e di organizzazione; i lavoratori devono essere rappresentati negli organismi che decidono la destinazione del sovrapprezzo, che comunque non può mai essere utilizzato a copertura di spese di produzione ma solo per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, hanno diritto di aderire a organizzazioni sindacali e devono ricevere un salario pari almeno a quello minimo; il lavoro minorile è proibito al di sotto dei 15 anni e comunque non deve mai interferire con l’educazione né mettere a rischio la salute.
La rivoluzione dell’economia solidale è la proposta che di queste cose ci si occupi prima e durante e non solo dopo il momento della produzione (utilizzando ove possibile attraverso la filantropia o il prelievo fiscale la ricchezza creata per curare le ferite sociali e ambientali generate). Da questo cambio di prospettiva può nascere un progresso importante nell’orientamento sempre maggiore dell’economia al bene comune.

* Anticipazione da Consumatori, Diritti e Mercato n° 2/2010


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