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LAND GRABBING E (IN)SICUREZZA ALIMENTARE E-mail
Ambiente ed Energia
di Lorenza Paoloni
25 giugno 2010
sicurezza alimentareLa crisi globale economica e finanziaria, alimentare ed energetica, ambientale e climatica che ha riguardato pesantemente, come è ormai acclarato, anche il mondo dell’agricoltura, e che è giunta ad attribuire alle derrate alimentari il valore di una commodity, ha incrinato fortemente il sistema della food security mondiale, determinando incertezze e distorsioni non solo nei paesi del terzo mondo ma anche in quelli industrializzati.

Sempre più frequentemente si parla di “insicurezza alimentare”: “la silenziosa crisi alimentare”, secondo il Direttore generale della Fao, Jacques Diouf, attualmente colpisce, infatti, un sesto dell’umanità investendo ogni angolo della terra. Al riguardo occorre  precisare che stanno affiorando, peraltro,  emergenze nuove, di cui cominciano ad occuparsi timidamente l’opinione pubblica mondiale ed un numero crescente di governi nei vari ambiti del pianeta,  che includono una serie di fenomeni di diversa natura ma di analoga rilevante portata.

Da richiamare, innanzitutto, è  la diffusione del land grabbing, ovvero la predazione  o, c’è anche chi lo definisce più drasticamente, il “saccheggio” delle  terre agricole compiuto da soggetti (dapprima erano imprese private, quali investitori finanziari o società multinazionali, adesso intervengono direttamente i governi stranieri) che acquistano i terreni  - principalmente ma non esclusivamente - in paesi in via di sviluppo con meri fini speculativi,  congelandone le attività produttive oppure “vincolando” le aree agricole con contratti di lungo periodo (contract farming)  per destinarle a (mono)colture utili a soddisfare i bisogni alimentari degli abitanti dei loro paesi o alla coltivazione  degli agrocombustibili . Una delle conseguenze letali di tali operazioni, che involge le popolazioni locali,  è  la compressione dell’esercizio del “diritto a produrre cibo” in quanto viene limitato l’accesso alla terra: ciò comporta una minaccia per  l’autosufficienza alimentare.

Gli stati più attivi nell’investire, secondo le modalità appena illustrate, in territori extra-nazionali  sono Arabia Saudita, Corea del Nord, Giappone e Cina mentre tra i paesi che (s)vendono le loro terre troviamo Etiopia, Sudan, Mali, Mozambico, Filippine, Pakistan e già alcuni paesi dell’Europa quali Romania, Estonia, Bulgaria, etc.

Sul punto le posizioni delle istituzioni economiche mondiali e dei movimenti sociali non sono, ovviamente, coincidenti: secondo la Banca mondiale tali operazioni sono definite “agricultural investment” mentre le organizzazioni non governative le chiamano, appunto, “land grabbing”.

Proprio nell’ultimo Vertice FAO l’organismo dell’ONU ha, tuttavia, proposto una sorta di “codice di buone pratiche”, basato su principi e standards accettati a livello internazionale, diretto a  regolamentare gli affitti e gli acquisti di tali aree che vengono sottratte agli agricoltori locali e distratte dalla loro funzione primaria e fondamentale – soprattutto per alcune realtà geografiche più deprivate – ovvero la produzione di alimenti; a tal fine si prospetta l’adozione, da parte degli Stati interessati, di Linee Guida volontarie proprio per disciplinare, in modo rispettoso dei bisogni delle popolazioni, la  materia della proprietà delle terre e delle risorse naturali.

La Fao , più specificamente, ha intrapreso un processo di discussione , con la partecipazione dei rappresentanti  della società civile (CSO, IPC ed altri) che condurrà all’adozione delle “Voluntary Guidelines for Land and Natural Resource Tenure” i cui obiettivi principali consistono nell’assistere i paesi e le loro istituzioni al fine di migliorare la governance degli affitti della terra e delle risorse naturali e di espandere la capacità di amministrazione in modo da alleviare la fame e la povertà.

Tali Linee Guida costituiranno un sistema  di regole di buone pratiche per i singoli  Stati  che dovranno essere osservate ogni qual volta gli organismi pubblici ma anche quelli privati intenderanno promuovere azioni specifiche nel settore degli affitti e della vendita delle terre .   

Non trascurabile è, peraltro, il serio rischio di land grabbing che stanno correndo anche i paesi sviluppati. Le aziende italiane, ad esempio, a seguito della crisi  economica e della stretta creditizia, sono attualmente oggetto di uno specifico interesse da parte di investitori stranieri che si presentano agli agricoltori con proposte di contratti di affitto di lungo periodo (15-30 anni) offrendo allettanti pagamenti anticipati. Anche la vendita dei terreni ad imprenditori non agricoli esteri sta prendendo piede nel nostro paese  con una certa consistenza e sta causando una diminuzione delle superfici necessarie alla realizzazione di prodotti destinati all’alimentazione interna nonché un diffuso cambiamento di destinazione d’uso delle aree agricole che oltre ad essere utilizzate per la coltivazione di monocolture  vengono impiegate per l’ottenimento di agrocombustibili.
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