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A PASSO DI GAMBERO: IL REFERENDUM SULL'ACQUA* E-mail
Regolazione
di Claudio De Vincenti
25 giugno 2010
referendum acquaDopo la frenata imposta dal governo Berlusconi 2001-2006 al processo di riforma dei servizi di pubblica utilità precedentemente avviato dal Centrosinistra e il tentativo di rivitalizzarlo compiuto dal governo Prodi 2006-2008, assistiamo oggi a un’offensiva per abrogare l’unico intervento di liberalizzazione attuato dal Centrodestra, la riforma dei servizi pubblici locali varata con il cosiddetto Decreto Ronchi del settembre 2009 (n. 135/2009, che all’art. 15 integra l’articolo 23bis del decreto legge 112/2008).

Mi riferisco all’iniziativa referendaria “per l’acqua pubblica”, su cui già Franco Osculati si è soffermato su nelMerito.com del 30 aprile scorso. A differenza della posizione problematica espressa da Osculati, le considerazioni che seguono sono radicalmente critiche.

Riassumo i quesiti referendari. Il primo propone di abrogare l’intera riforma dei servizi pubblici locali (art. 23bis come modificato dal Decreto Ronchi), accusata dalla relazione che accompagna i quesiti di privatizzare i servizi pubblici e la proprietà delle infrastrutture. Il secondo quesito abroga le norme del decreto legislativo 152/2006 (ambiente) per quanto concerne le forme di gestione del servizio idrico con l’obiettivo, dichiarato nella relazione, di tornare alla cosiddetta “azienda speciale”, ente pubblico di proprietà del comune. Il terzo abroga la previsione contenuta nel medesimo decreto legislativo e riguardante la “remunerazione del capitale investito” nel servizio idrico. 
Secondo e terzo quesito riguardano in specifico il settore idrico, accentuando una impostazione che però il primo quesito estende all’insieme dei servizi pubblici locali e che la relazione di accompagnamento teorizza: un vero e proprio ritorno indietro verso la gestione diretta dei servizi da parte dei comuni nei settori dei trasporti, dell’acqua e dei rifiuti. Dunque, niente confronto concorrenziale tra imprese che si candidano a offrire al comune le migliori condizioni di costo, tariffa e qualità del servizio, ma gestione attraverso enti pubblici sottratti alla verifica della concorrenza. Ma non si tratta solo di un ritorno indietro rispetto al Decreto Ronchi e ai tentativi di liberalizzazione compiuti dal Centrosinistra quand’era al governo: il rinvio all’azienda speciale prefigura infatti un ritorno indietro di vent’anni, a prima cioè delle riforme Bassanini, quando le aziende municipalizzate erano sottratte non solo al gioco concorrenziale ma alla stessa esigenza di una gestione imprenditoriale del servizio. E’ immaginabile l’esultanza dei vari gruppi di interesse interni alle aziende locali, che da una gestione imprenditoriale e dal confronto concorrenziale si sentono minacciati. In sintesi, dietro la bandiera dell’acqua pubblica il referendum propone di tornare a forme di gestione dei servizi che erano finite nel vicolo cieco di un drammatico fallimento, generando costi e carenze qualitative dei servizi che avevano disastrato i bilanci degli enti locali e contribuito all’accumularsi del debito pubblico italiano.
Il tutto dietro la copertura ideologica fornita all’inizio della relazione che accompagna i quesiti, laddove si afferma che il Decreto Ronchi disporrebbe la “dismissione della proprietà pubblica e delle relative infrastrutture”. Poco importa evidentemente agli estensori della relazione il fatto che la legge contestata chiarisca in modo inequivocabile “la proprietà pubblica delle reti” (comma 5) e che la riforma intervenga non sulla proprietà dell’infrastruttura ma sulle forme di gestione del servizio. Come poco importa che la legge non preveda affatto che l’impresa che gestisce il servizio debba essere privata ma solo che debba essere stata selezionata dal comune attraverso confronto concorrenziale, in base alle migliori condizioni offerte circa tariffe e qualità del servizio. Non solo, ma la legge lascia la possibilità ai comuni di affidare il servizio a società mista in cui il comune mantiene la maggioranza del capitale, purché il socio privato di minoranza sia stato selezionato tramite gara e svolga funzioni di efficientamento della gestione.
In realtà, quello che i promotori del referendum si ripromettono è di evitare la distinzione di ruoli prevista dalla legge tra il comune come soggetto di governo e l’impresa che gestisce il servizio. Una distinzione essenziale affinché ognuno dei due svolga al meglio i propri compiti: il comune, chiamato a rappresentare come regolatore del servizio gli interessi dei cittadini utenti; l’impresa che, sottoposta a regolazione da parte del comune, è chiamata a una gestione che riduca i costi e migliori la qualità. Si tratta di una distinzione che rafforza i comuni come soggetti di governo effettivo del territorio, sottraendoli ai condizionamenti oggi posti dagli interessi corporativi interni all’azienda. 

Ma veniamo alla questione specifica dell’acqua. Per prima cosa, sarà bene tenere a mente che in questo settore, al di là della stessa disposizione circa la proprietà pubblica delle reti contenuta nella legge, la risorsa idrica, gli impianti di captazione e le reti acquedottistiche sono di per sé beni demaniali. Insomma, ancora una volta sarebbe il caso di confrontarsi non su una pregiudiziale ideologica ma sulle forme di gestione del servizio più vantaggiose per la società. Il punto non è se l’impresa che gestisce il servizio è pubblica o privata, il punto è se è sottoposta a una qualche verifica concorrenziale. O si vuol forse sostenere che l’ideale di gestione del servizio idrico dovrebbe essere costituito dall’Acquedotto Pugliese, interamente a proprietà pubblica, che non è stato mai chiamato a rendere conto del fatto che lungo la sua rete viene dispersa fino al 50% dell’acqua immessa? Su quale metro di giudizio possiamo ritenere che l’Acquedotto Pugliese sia un esempio di gestione al servizio della collettività? Disperdere metà dell’acqua non aumenta forse i costi per i cittadini e non costituisce un danno ambientale enorme? Non sarebbe ora che la Regione Puglia, come rappresentante dei suoi cittadini, provasse a verificare se qualche altro gestore acquedottistico non sia per caso in grado di fare di meglio?

Riguardo poi alla questione della remunerazione del capitale investito, sarebbe il caso di ricordarsi che la rendita di monopolio può essere usufruita in tanti modi, non solo come profitto. La storia dei monopoli pubblici sottratti alla concorrenza è ricca di esempi: sono forme di rendita di monopolio anche il sovradimensionamento degli organici, l’organizzazione del lavoro permissiva, i livelli salariali superiori a quelli in vigore nei settori dell’economia esposti alla concorrenza. Il ricorso alle gare e il rafforzamento del ruolo degli enti locali come regolatori dei servizi ha appunto l’obiettivo di erodere le rendite di monopolio in tutte le loro forme. In questo quadro il profitto, pressato verso il basso dalla concorrenza e dalla regolazione, svolge un ruolo di incentivo per l’impresa a guadagnare efficienza. Piuttosto, la riforma ha bisogno di essere completata sul versante dell’assetto istituzionale di regolazione del settore, attraverso la creazione di un’Autorità indipendente o l’assegnazione delle relative funzioni all’Autorità dell’energia elettrica e del gas. E’ questo un passaggio ormai indilazionabile.

Infine, nella relazione ai quesiti si paventa l’ingresso di imprese multinazionali nel settore. Sarò sintetico, a questo riguardo. Trovo singolare che da più parti ci si lamenti del fatto che il nostro paese non riesce ad attrarre investimenti esteri che rafforzino le capacità di crescita dell’economia italiana e poi, con riferimento a un settore come quello idrico che ha bisogno di raggiungere standard industriali adeguati e nel quale imprese italiane e internazionali sarebbero pronte a investire se ci fosse un assetto di regole adeguato, l’investimento dall’estero venga demonizzato come fosse una sciagura. Promuovere questo settore nell’interesse della collettività vuol dire non aver paura dell’innovazione ma al contrario sollecitarla e governarla.

* articolo uscito anche su Ilriformista
  Commenti (2)
Verifica della gestione non vuol dire co
Scritto da Antonio Ruda, il 16-08-2010 10:20
De Vincenti confonde la verifica ex post di una gestione con la concorrenza. E' evidente questa confusione, in una situazione di monopolio naturale, quando chiede alla Regione Puglia di farsi da parte per poter verificare se qualche altro gestore può fare di di meglio. Mi sembra una posizione basata su un un pregiudizio e su una scelta di tipo ideologico per il semplice fatto che De Vincenti non si chiede quale fosse nel passato la quota di dispersione idrica nella rete. Ciò che conta non è quanto acqua si disperde oggi, ma come è cambiata negli anni la situazione, quale è stata la quota di evasione nel pagamento delle tariffe ieri e come è oggi. Un discorso corretto dovrebbe prendere in considerazione questi elementi.
acqua:bene pubblico o privato?
Scritto da alberto ferrari, il 28-06-2010 09:25
Primo punto: Il referendum è "ideologico". O meglio esso vuole smascherare l'idea che affidare sempre e tutto al mercato sia la soluzione "tecnica" sempre migliore, mentre in realtà è scelta altrettanto "ideologica". Il premio Nobel per l'economia assegnato ad Elinor Ostrom e a Oliver Williamson, dovrebbero essere sufficienti a mostrare la limitatezza di un tale pensiero. Vi sono beni che per ragioni di "assoluta indispensabilità" per ragioni di asimmetria di poteri non possono essere affidati, nella loro commercializzazione al privato senza che il "pubblico" ne diventi "schiavo", non disponendo più di alcun potere contrattuale. (Tutto ciò vale ovviamente, come nel caso dell’acqua, quando l’utilizzatore finale è il singolo cittadino che utilizza il bene per se stesso, e non quando questo bene entra come fattore intermedio in un processo produttivo, e che come tale è doveroso che sia gestito dal mercato). Poi, come ha dimostrato la Ostrom, non vi sono ragioni per sostenere che per tali beni il "mercato" - peraltro fasullo trattandosi,data la lunga durata contrattuale, di un vero e proprio monopolio privato - sia migliore e più efficiente. 
Secondo punto: l'idea che il mercato sia sempre più efficiente in termini di costi della merce venduta si è mostrata più volte una balla: le tariffe diminuiscono solo quando il mercato è in forte espansione. Quando va in contrazione i venditori fanno rapidamente cartello per ovvio spirito di autoconservazione. 
Terzo punto. non si vede perché le buone norme delle culture aziendali che sono applicabili per il privato non debbano essere altrettanto applicabili per il pubblico; pubblico che, per altro, non è gravato da quell'obbligo di guadagno comunque del 7% che è un contraddizione in termini sulla tanto declamata filosofia del rischio d'impresa. 
Quarto punto: al consumo delle risorse idriche, per la loro finitezza, dovrebbe essere applicata una politica di risparmio, mentre il mercato vive sull'incentivazione al consumo e dunque un gestore privato non è affatto interessato a vendere meno prodotto: e di fatti garantendo il 7% si ha come risultato che se i consumi diminuiscono le tariffe devono necessariamente aumentare.

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