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POSSIBILI PROSPETTIVE PER UN SISTEMA DI PRELIEVO FISCALE A BASE REALE E-mail
Fisco
di Giuseppe Vitaletti
18 giugno 2010
prelievo fiscaleCi sono due ragioni di fondo per la ricerca su una possibile nuova attualità del prelievo tributario a base reale. La prima ragione dipende dalle difficoltà sempre più evidenti del prelievo a base personale, che pretende di tassare i residenti sul territorio di uno Stato facendo riferimento ai redditi di cui essi sono titolari nel mondo, in un contesto in cui la frazione dei redditi posseduti a livello internazionale è sempre più alta rispetto a quelli posseduti all’interno, e cresce sempre di più la sofisticazione delle tecniche di schermatura tra cespiti e loro “proprietari ultimi”.

La tassazione reale, invece, richiede solo l’individuazione dei cespiti che si formano nel territorio dello Stato. Richiede inoltre in tendenza una buona armonizzazione internazionale delle aliquote, problema che finora l’ha esclusa dal novero della realizzabilità. In materia si assiste però ad un certo recupero di possibilità, data la crescita di importanza degli organismi di coordinamento (istituzioni europee, G8, G20, ecc.).

La seconda ragione è collegata alla recente crisi economica, tuttora in atto. Essa è caratterizzata da una cascata di fenomeni, quali: la crescita a dismisura dei profitti, per il dominio degli oligopoli e per il bassissimo costo del lavoro nei paesi emergenti; il rischio che lo stop ai debiti pubblici generi crisi da domanda ma che la loro ulteriore espansione sia autodistruttiva in caso di crescita dei saggi di interesse; gli squilibri strutturali delle bilance commerciali di alcuni paesi di primaria importanza nell’economia mondiale; un’esponenziale crescita prospettica del prezzo delle fonti energetiche non rinnovabili, il cui esaurimento diventa sempre più vicino. Un contrasto efficace di tali fenomeni sembra assai difficile da perseguire. Un tentativo può consistere nell’implementazione di un sistema reale di tassazione dei redditi accanto al potenziamento dell’imposizione indiretta, con il fine di produrre un assetto di prelievo più flessibile e più articolabile come strumento di governo dell’economia a confronto sia dell’attuale fiscalità sia degli altri strumenti di politica economica (in primis quelli monetari).

In un lavoro in corso di pubblicazione presso la Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze, dal titolo “Principi fiscali ed economia globale”, mi sono proposto di verificare a fondo le potenzialità e i limiti di questa impostazione. Ho proceduto al riguardo senza il timore di distaccarmi dagli schemi prevalenti, cercando però sempre di collocare l’analisi nel solco della riferibilità ad assetti presenti o passati: un po’ come è avvenuto nella riforma del 1995 del sistema previdenziale italiano, in cui è stata formulata una difficile sintesi tra opposti, ovvero tra il sistema a ripartizione allora vigente e il precedente sistema a capitalizzazione. In particolare mi sono proposto di delineare nel campo delle imposte dirette un sistema reale che tenesse conto di importanti aspetti del prelievo personale. Ho proceduto poi ad esaminare possibili cambiamenti nel campo delle imposte indirette (già caratterizzato dalla realità), nel segno di un mix tra i modelli sperimentati che fosse in grado di rapportarsi positivamente alle criticità menzionate in premessa. Espongo concisamente di seguito l’architettura delle proposte che è emersa da questo approccio.

Imposte dirette. L’impianto reale ipotizzato prevede una doppia discriminazione delle aliquote (proporzionali). La prima discriminazione corrisponde a quella classica di tale sistema, con una graduatoria ascendente dai redditi di puro lavoro ai redditi misti ai redditi di puro capitale (interessi, profitti delle società di capitali - comprensivi di ogni capital gain maturato, incluso l’incremento di valore dell’impresa). La seconda discriminazione è più innovativa, essendo basata su un trattamento più sfavorevole degli utili distribuiti alle persone giuridiche e sull’introduzione di prelievi di tipo particolare su tutti i sovra redditi: su quelli da impresa al di sopra di un rendimento di base; su quelli da interesse, con aliquota molto elevata al di sopra di minimali non alti; su quelli da lavoro dipendente, tramite un’aliquota differenziale a carico dell’impresa in caso di erogazione di compensi assai elevati. Oltre questa configurazione reale di base, si prevedono due specificità che richiamano il modello personale. La prima è la tracciabilità del prelievo: questo infatti dovrebbe venire effettuato per la gran parte presso le unità produttrici di Pil (compreso quello relativo agli interessi e ai capital gain), ma dovrebbe essere in ogni caso comunicato ai titolari dei redditi, con scorrimento delle informazioni a valle lungo la catena degli intermediari quando presenti, fino al raggiungimento delle persone fisiche. La seconda specificità consiste nella trasformazione dell’attuale contribuzione sociale proporzionale dapprima in reddito del lavoratore per la parte ora a carico del datore di lavoro, poi, al netto della tassazione reale, in contribuzione progressiva al sistema pensionistico, in modo da coprirne in forma solidaristica gran parte delle spese (ma non tutte). Una contribuzione specifica “progressiva”, in potenza incisiva ma mediamente favorevole ai lavoratori rispetto agli altri redditi, viene ipotizzata anche per il finanziamento della sanità.

Imposte indirette. Si propone in primo luogo la tracciabilità dell’Iva effettiva, ovvero l’introduzione di uno strumento dichiarativo nuovo in grado di evidenziare la vera base imponibile dell’imposta, producendo al riguardo un’analogia con la Retail Sales Tax americana. Si propone poi un prelievo che per alcuni aspetti richiama la vecchia Ige (e qui sta il tentativo di sintesi con il passato). Mentre l’Ige colpiva tutte le vendite, con l’eccezione delle esportazioni e degli scambi a monte ad esse connessi, il prelievo ipotizzato colpirebbe con bassa aliquota tutti gli acquisti (interni, intracomunitari, importazioni), senza eccezioni e con agevolazioni minime. Anzi esso potrebbe costituire la base di maggiorazioni importanti in alcuni segmenti della sua operatività: le importazioni da paesi con avanzi enormi e strutturali della bilancia commerciale, fino a quando l’avanzo resta rilevante; i prodotti energetici sulla via dell’esaurimento, con destinazione del gettito all’accelerazione della ricerca e della sperimentazione di fonti alternative; la pubblicità (se si riescono a superare alcuni problemi tecnici), con destinazione del gettito alla promozione della piccola impresa.
Tutte le proposte hanno bisogno di approfondimenti, calcoli, verifiche, e, in caso di eventuale decollo, di larghe intese internazionali per l’attuazione, data la realità di fondo del modello. Si può tuttavia affermare che molti degli obiettivi esposti all’inizio sembrano conseguibili. Per esempio, sul terreno più strettamente fiscale, si pongono le condizioni per un forte recupero dell’autonomia amministrativa dei singoli Stati, non più costretti ad inseguire gli imponibili a livello planetario. E’ altresì prospettabile un deciso ritorno su nuove basi del tema dell’equità tributaria, in profonda sofferenza da quando la mobilità dei redditi “ricchi” ha innescato il movimento verso il basso delle aliquote ad essi relative.

Sul terreno più generale del contributo agli strumenti di governo dell’economia, si possono svolgere le considerazioni che seguono. L’insieme delle discriminazioni qualitative potrebbe portare ad una ripresa della quota sul Pil dei redditi netti da lavoro, con benefici anche sul livello dei consumi e quindi sulla produzione. Le aliquote specifiche sugli interessi superiori a certi minimi appaiono in grado di contenere l’onere netto del debito pubblico anche nelle fasi di sostenuta crescita economica, evitando così che queste vengano messe a rischio. Le aliquote “congiunturali” sulle importazioni, al fine di contenere altrui avanzi eccessivi, riporterebbero ordine in una situazione in cui la tentazione di singoli importanti paesi di promuovere uno sviluppo export led rischia di portare a gravi tensioni. Infine, una tassazione specifica dei prodotti energetici non rinnovabili, attuata su larga scala (a partire dall’Europa, il continente in prospettiva più vulnerabile),  potrebbe costituire uno shock salutare per lo sviluppo di nuove tecnologie e per sgombrare l’orizzonte temporale dalle nubi di nuovi millenarismi che l’attuale immobilismo vi sta facendo addensare.

Certamente nell’insieme si configura un ruolo assai attivo per l’intervento pubblico. Ma l’attività sarebbe soprattutto di tipo strategico e non amministrativo. Inoltre da un lato l’affidamento al mercato della dinamica economica sta sempre più rivelandosi fonte di disastri, e dall’altro lato la crescita degli organismi di regolazione a livello internazionale, pure in atto, rischia di non produrre risultati significativi e stabili se essi non vengono dotati di efficaci strumenti di governo.

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