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LAVORO AUTONOMO, PICCOLE IMPRESE E NUOVE FORME DI RAPPRESENTANZA E-mail
Lavoro
di Armando Tursi
11 giugno 2010
lavoro autonomoIn questo intervento, che segue quello pubblicato sul numero precedente di nelmerito.com, si affronta il tema delle nuove forme di rappresentanza collettiva del mondo della piccola impresa e del lavoro autonomo.
E’ di questi giorni la costituzione di un “nuovo soggetto di rappresentanza unitaria del mondo delle piccole e medie imprese e dell’impresa diffusa”, promosso dalle cinque maggiori organizzazioni dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Confesercenti, Casartigiani), denominato “Rete Imprese Italia”. Si tratta di un aggregato di cui ancora non sono del tutto chiari, non tanto le proposte di policy, quanto gli strumenti per perseguirle (azione di lobby politica; collateralismo politico; collateralismo sindacale; protagonismo diretto nelle relazioni industriali ?).
Quel che è più agevolmente intuibile, però, è che esso si basa sull’idea di un superamento del conflitto tra impresa e lavoro, e delle stesse relazioni industriali tradizionalmente intese. Non a caso, da questo nuovo soggetto (sindacale ?) risulta, per il momento, esclusa una confederazione datoriale che, per definizione, dovrebbe rappresentare, nell’agone delle relazioni industriali, le piccole imprese, quale la Confapi.
Si registra - mi pare - , una convergenza con il protagonismo associativo dei nuovi soggetti, sopra evocato: il focus riformatore è spostato, infatti, dalla protezione rispetto ad una controparte “datoriale” (o committente “forte”), alla promozione di condizioni di autosufficienza; il tutto, attraverso un nuovo e in larga parte inedito protagonismo collettivo.  Con la non secondaria differenza, però, che in un caso si guarda alle relazioni industriali e alla contrattazione collettiva, e nell’altro,  e all’influenza nell’agone politico.
Nei contenuti, comunque, la comune strategia di “sostegno all’autonomia” piuttosto che di “assimilazione alla subordinazione”, richiede misure quasi mai incidenti sui rapporti interprivati, se non sul piano del divieto di discriminazioni e su quello, molto più prosaico ma concreto, del contingentamento dei termini di pagamento (soprattutto da parte delle pubbliche amministrazioni). Si invocano, piuttosto, misure collocate sul duplice versante del sostegno e dell’incentivazione economica, e del welfare: soprattutto per la tutela del reddito in caso di inattività temporanea o di cessazione di attività per crisi di mercato, attraverso fondi mutualistici fiscalmente incentivati.
Ed è proprio su questo secondo terreno - quello del welfare negoziale e della previdenza e assistenza integrativa - che il protagonismo trasversale e meta-sindacale dei nuovi lavoratori autonomi e dei micro-imprenditori può trovare un terreno d’incontro con le forme tradizionali della rappresentanza sindacale e della contrattazione collettiva. 
 E infatti, si registra una forte assonanza con proposte provenienti proprio dal fronte sindacale. Una delle novità più interessanti che si registrano su questo fronte è l’accorpamento, avvenuto nel maggio 2009  in ambito CISL, tra il ”Coordinamento Lavoratori Autonomi Commercio e Servizi” e l’”Associazione Lavoratori Atipici e Interinali”: il nuovo aggregato costituito dalla “Federazione Lavoratori Somministrati Autonomi Atipici” (FeLSA) guarda a una platea parzialmente coincidente con quella di Rete Imprese Italia (il mondo delle cd.”partite IVA”, confinante, da un lato, con la parasubordinazione, e per l’altro con la piccola impresa artigiana o commerciale).
Ebbene, il nucleo forte delle proposte che questo nuovo soggetto (questa volta, sicuramente) sindacale avanza, è costituito dal sostegno a forme di previdenza e assistenza integrative, imperniate sulla bilateralità e quindi sulla contrattazione  collettiva, agevolate fiscalmente, ed estese al lavoro autonomo (v. Documento FeLSA CISL su “Obiettivi e politiche per una nuova rappresentanza nel lavoro autonomo, parasubordinato e somministrato).

 Peraltro, la previdenza complementare e integrativa presuppone una previdenza di base, che per i lavoratori iscritti alla gestione separata INPS è poco più che virtuale, a fronte della forte discontinuità contributiva. Si spiega in questa logica, la proposta legislativa bipartisan, tendente a  unificare ad un livello intermedio le aliquote contributive dei lavoratori autonomi, contestualmente introducendo una pensione non contributiva di base (ddl AC 3035/2009, primi firmatari Cazzola e Treu); come pure la proposta di consentire agli iscritti alla gestione separata INPS di destinare parte della contribuzione - e comunque quella parte che risulti inutilizzabile ai fini della pensione di base - , alla previdenza complementare (ddl AC n. 1540/2009, primo firmatario Pietro Ichino).

 In conclusione, i più recenti sviluppi del dibattito sui nuovi lavori, sulla loro tutela, sulla loro rappresentanza, relegano in secondo piano la presunta inattualità della distinzione tra lavoro subordinato a lavoro autonomo, sdrammatizzando e banalizzando l’idea di isolare a fini disciplinari una zona del lavoro autonomo intrinsecamente fraudolenta, e quindi da penalizzare e disincentivare.
Si delinea, invece, un nuovo paradigma regolativo, ispirato all’esigenza di ridisegnare la disciplina giuridica del lavoro autonomo personale (quello, per intenderci, che si spinge fino alle soglie della piccola impresa) nel segno della sicurezza sociale, più che del diritto del (rapporto di) lavoro.

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