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LA RICOMPOSIZIONE DEL PRELIEVO (DOVE METTERE LE MANI). IDEE DAL FMI E-mail
Fisco
di Franco Osculati
11 giugno 2010
prelievo fiscaleIl Governo tende a fare credere che la manovra sia obbligata nei tempi, quantità e contenuti da autorità internazionali. A leggere studi, meno noti,  del Fondo Monetario Internazionale risulta solo in parte.
  • 1.  Se è vero che in Europa molti paesi sono impegnati in manovre correttive dei bilanci pubblici, le dimensioni e i contenuti delle medesime non sembrano così scontati come si vorrebbe far credere. Anzitutto, il clima da ultima spiaggia che il Governo ha improvvisamente inaugurato (con, in particolare, l’accostamento del caso italiano a quello greco nella dichiarazione del sottosegretario Letta del 24 maggio) non sempre si rintraccia nel copioso materiale di analisi della situazione economica  post crisi preparato dagli organismi internazionali. In secondo luogo, in tali analisi, non viene indicata una sola via per fronteggiare la situazione. Il Fmi, soprattutto, negli ultimi tempi ha dedicato numerosi studi a conseguenze e rimedi di finanza pubblica relativi alla crisi prodottasi nella finanza privata, per responsabilità del sovraindebitamento privato, a partire dalla tarda estate del 2007i. Secondo il Fmi, nella strategia di rientro verso livelli pre crisi del debito pubblico la manovra sulle entrate può/deve avere un ruolo importante.
Il Fmi elabora una simulazione su un campione di 29 paesi “avanzati” che in media alla fine del 2010 dovrebbero trovarsi con un debito nazionale pari al 98% del Pil, l’Italia  pari al 119%. Gli studiosi del Fondo pongono un obiettivo al 2030, in particolare il 60% di debito/Pil, percentuale pari al valore mediano pre crisi e calcolano di quanto in ogni paese va aggiustato il saldo primario, depurato dal ciclo, nel decennio 2011 – 2020, tenendo costante il livello del 2020 nei successivi dieci anni. Il tutto è impostato con la cruciale assunzione di una differenza tra tasso di remunerazione dei titoli pubblici e saggio di crescita dell’economia di un solo punto.
In media, l’aggiustamento richiesto del saldo primario è di 8,7 punti di Pil (da -4,9 del 2010 a +3,8 del 2020). All’Italia toccherebbe un impegno stimato in 4,1 punti, ma, per esempio, Regno Unito e Stati Uniti si dovrebbero applicare, rispettivamente, per 9 e per 12 punti. La Germania per 4. Tuttavia, quasi tutti gli altri paesi dovrebbero giungere al 2020 con un saldo primario positivo, da mantenere successivamente, inferiore ai 5 punti di Pil che sono il target italiano.
Le assunzioni di questo esercizio sono tutte plausibile e discutibili. In particolare per i livello del 60% per lo stock di debito pubblico valgono le obiezioni formulate a suo tempo per l’analogo valore scelto al momento del trattato di Maastricht. In più, alla luce di quanto avvenuto negli ultimi due o tre anni, aggiungiamo che un determinato stock di debito pubblico può essere giudicato alto o basso anche in relazione alla quantità di risparmio privato esistente in un’economia. Nel complesso, comunque, risulta che, per l’Italia specificamente, c’è spazio e necessità per una manovra di lunga lena, senza drammatizzazioni delle quantità ma caratterizzata dalla qualità. In altre parole, occorre tenere a bada il saldo primario e favorire lo sviluppo. E’ il solito ballo sul filo dell’economia italiana, un numero riuscito, solo in parte, più negli anni ’90 che nel primo decennio dei 2000.

2. Riguardo alla strada da percorrere, sempre secondo il Fmi, l’enfasi va posta sul lato delle spese, ma con particolare riguardo a due elementi: le spese contenute nei pacchetti di sostegno alle economie che si sono resi necessari durante la crisi e le spese collegate all’invecchiamento della popolazione. Quanto a quelle del primo tipo, per l’Italia, brutale calo del Pil e drammatico aumento della disoccupazione  segnalano che non c’è problema, in quanto non ce ne sono state. Quanto alle spese connesse con l’invecchiamento della popolazione, pensioni e sanità, i confronti internazionali quanto meno non segnalano un “caso” Italia. Tra il 2010 e il 2030 le pensioni italiane aumentano l’incidenza sul Pil di 0,8 punti, partendo peraltro da un valore elevato, 14%. La Germania, per esempio, dovrà aumentare di 1,3, la Gran Bretagna di 0,9 e gli Stati Uniti di 1.1.  Come è noto, tuttavia, i dati sulle pensioni dei diversi paesi vanno avvicinati gli uni agli altri con cautela perché, a tacer d’altro, è diversa la composizione tra sistemi pubblici e privati. In particolare, il dato inglese e americano riguarda le pensioni pubbliche che sono solo una parte limitata del sistema dei relativi paesi. Non si sa se e quanto, soprattutto nei paesi anglosassoni, aumenteranno le pensioni private. Discorso sostanzialmente analogo vale per la spesa sanitaria, prevista in crescita dal 2010 al 2030 di 2,6 punti di Pil in Italia, ma di 3,6; 3,3 e 4,7 punti rispettivamente in Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, paesi che nel 2010 partono da livelli superiori a quello italiano.
Dunque, in una visione prospettica, in Italia l’attenzione che deve essere rivolta a correggere la spesa è, a dir poco, non inferiore all’attenzione da riservare al prelievo.

3. Il sistema tributario italiano presenta aree di profonda inefficienza che, una volta sanate o ridotte, offrirebbero importanti occasioni per migliorare le condizioni dello sviluppo, senza punire le ragioni dell’equità. Tra queste la principale questione da sanare è costituita dall’Iva.
In proposito, il Fmi ripropone l’indice di “efficienza dell’Iva”, indice che sostanzialmente raggiungerebbe il valore 1 se tutto l’imponibile potenziale, i consumi, fosse effettivamente tassato all’aliquota normale (in Italia il 20%) senza spazi per evasione e elusione. La relativa situazione internazionale è riassunta dalla tab.1.

Tab. 1. Guadagni potenziali di gettito Iva da incrementi di efficienza o di aliquota normale.
Indice di efficienza  (2006)
tab 1
La tabella: contiene una classifica che, come avviene purtroppo per diverse altre materie (per esempio, correttezza e non corruzione), ci vede nelle ultime posizioni; indica nell’eventuale incremento dell’aliquota normale (20%) una non soluzione; sottolinea i benefici di un miglioramento dell’efficienza. Quanto a questa, se soltanto imitassimo Franciaii o Argentina (passando da 0,39 a 0,45/46) otterremmo un comodo punto di Pil.      
La modestia del dato italiano dipende sia da un difetto di “compliance”, ovvero mancato rispetto delle norme, sia da un “policy gap”, ovvero attribuzione legale e discrezionale di regimi di favore e di aliquote ridotte. Ovviamente la buona compliance è sconfitta soprattutto dall’evasione, che si stima in 30 miliardi e che, come sottolinea Roberto Convenevole nel suo recente e penetrante La materia oscura dell’Iva, ha un moltiplicatore superiore a 2. Cioè, se si recupera dall’evasione Iva un euro, si assoggetta a tassazione via Irpef, Irap e addizionali almeno un altro euro.
La complessa problematica dell’evasione richiede di agire non solo a valle, nel controllo delle dichiarazioni, ma anche a monte, nel controllo sulle pratiche di contabilizzazione dei contribuentiiii. Si potrebbe dire che occorre una vigilanza “dal basso”, riscoprendo il contrasto d’interessi che è nella natura dell’Iva. In quest’ottica ha significato la partecipazione dei Comuni al contrasto all’evasione. Tuttavia, come accerta la Relazione tecnica del Senato al ddl 2228, di conversione del dpr 78/2010, le maggiori imposte (erariali) accertate con il contributo dei Comuni nel 2009 e nei primi mesi del 2010 ammontano a non più di 448.000 euro. E’ noto invece che i Comuni possono essere molto efficaci nell’accertamento dei tributi di propria competenza. E qui entra in gioco la norma, al momento negletta, della legge 42/2009 (art. 12) sul federalismo che prevede che ai Comuni si possa assegnare una compartecipazione, anche totale,  dell’Iva di determinati settori. Per esempio, si potrebbe assegnare ai Comuni (iniziando dai maggiori) l’intero gettito Iva sulle vendite di materiale edilizio di un determinato anno. Se negli anni successivi il gettito cresce, il vantaggio va totalmente al Comune.

4. Un quadro più ampio, su come converrebbe muoversi in materia di tributi nei principali paesi, è contenuto nella tab. 2 (sempre reperibile nei lavori Fmi citati).

Tab. 2.  Potenziali incrementi di gettito in punti di Pil.  Iva e altre imposte.
tab 2
*Gli Stati Uniti non applicano Iva. Si stima che l’introduzione di un’Iva al 10% determinerebbe in quel paese un gettito di 4,5 punti di Pil. 

Il senso della tab. 2 è che Francia e Italia, più degli altri paesi indicati, con operazioni di manutenzione straordinaria del sistema già esistente potrebbero realizzare incrementi di gettito risolutivi. In Italia, per esempio si tratterebbe di ripristinare l’Ici prima casa e di portare finalmente al 20% il prelievo sulle attività finanziarie. Riguardo all’Iva, a parte quanto già sottolineato sul tema cruciale dell’evasione, si dovrebbe riconsiderare se tutti i regimi di aliquota inferiore alla normale siano ancora giustificati e, ove possibile, provvedere ad una ridefinizione. Una simile manovra presenta costi politici elevati perché le aliquote scontate sono in genere ritenute necessarie per ragioni di equità. Bisogna tenere presente, tuttavia, che alcuni beni ad aliquota bassa sono sì consumati da titolari di redditi modesti, ma sono consumati, e in quantità più elevate, altresì dai titolari di redditi elevati. In questi casi, l’ideale sarebbe accompagnare l’Iva con aliquota normale a sussidi per gli incapienti Irpef e a sgravi per i redditi bassi tassati in sede Irpef.
In sostanza, la sostenibilità del debito pubblico dipende da diversi e concatenati fattori. Un sistema tributario in grado di reperire, se occorre, risorse aggiuntive è uno di questi. Il medesimo saldo primario può incidere diversamente sul saggio di crescita e, quindi, sul denominatore del rapporto stock/Pil.  Se il saldo deriva, come avviene oggi, da una tassazione troppo severa sul lavoro e sui profitti, la crescita soffre. C’è però ampio spazio per una ricomposizione del gettito.
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