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LAVORO IRREGOLARE E POLITICHE PER LA RIEMERSIONE E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
28 maggio 2010
lavoro irregolareLa manovra presentata in questi giorni sembra ispirata a due linee di fondo: l’abbattimento del costo del lavoro nel settore pubblico e la necessità di correggere il trend di tolleranza dell’evasione. L’approccio al problema dell’economia sommersa appare però del tutto parziale, in quanto manca ogni riferimento alla riemersione del lavoro nero.

Eppure i dati Istat diffusi il 14 aprile scorso segnalano che nell’ultimo anno la percentuale totale di lavoratori irregolari è aumentata (10,5% contro il 10,2% del 2008) e non riesce a ridursi in modo sostanziale anche se raffrontata a dati di lungo periodo (i lavoratori in nero sono oggi 2 milioni e 600 mila, e sono calati – dal 1991 - di sole 400 mila unità).
Tra l’altro, non è detto che le stime Istat offrano un quadro completo del fenomeno. Infatti, il lavoro sommerso è “nascosto”, dato che la sua ampiezza può essere solo stimata, e ciò per una serie di ragioni: a) a volte il lavoro sommerso è solo in parte tale, perché è svolto da lavoratori che sono parzialmente impiegati nell’economia regolare e prestano “in nero” solo una parte della loro attività (a livello europeo sembra questa la forma di lavoro sommerso più diffusa);  b) quando il lavoro sommerso è il lavoro degli immigrati, è frequente che all’irregolarità della posizione lavorativa si affianchi un’irregolarità rispetto alla disciplina dell’immigrazione e del soggiorno, il che rende ancora più difficile la stima delle dimensioni del fenomeno (non a caso la lotta contro il lavoro nero degli immigrati è considerata questione di interesse comune agli Stati membri dell’Unione europea); c) a volte è sommerso anche il lavoro dello stesso imprenditore, il che accade spesso in quelle realtà imprenditoriali di piccole o piccolissime dimensioni che operano totalmente fuori dall’economia regolare, per cui l’aspetto sommerso del lavoro si mescola ad altri meccanismi di evasione; d) altre volte è sommerso il lavoro degli autonomi, e quando si tratta di liberi professionisti l’irregolarità fiscale e contributiva può accoppiarsi all’irregolarità rispetto alle condizioni di accesso alla professione.
Il lavoro sommerso è in realtà una spirale che si autoalimenta. Si pensi all’evasione fiscale e contributiva: essa induce lo Stato ad aumentare le relative imposizioni, dando luogo ad un circolo vizioso, in cui l’aumento di tasse e contributi può funzionare da ulteriore inventivo all’evasione. Lo stesso accade con la concorrenza tra le imprese: alcune imprese operano nel sommerso per “auto conservare” la propria competitività, soprattutto nei periodi di crisi, ma alla lunga è proprio l’esclusione dal mercato regolare che impedisce ad esse di competere sul piano internazionale.
Che la lotta al lavoro nero non rientri tra le priorità di questo governo si può desumere da alcune dichiarazioni dello stesso Ministro Sacconi, che in una recente audizione alla camera (29 aprile) ha ammesso che nel 2009 i controlli sul lavoro sommerso sono diminuiti del 7%. Ma i dati Istat – e la loro proiezione storica – mostrano, tuttavia, un radicamento profondo del lavoro irregolare nel tessuto sociale ed economico dell’Italia, che va oltre l’effettività delle politiche dell’attuale legislatura. Pertanto, al di là di ogni polemica sulle prassi governative in materia, occorre riflettere su quali politiche siano in grado di invertire questo circolo vizioso, magari guardando fuori dai confini nazionali.
In Europa, è opinione comune che la lotta al lavoro irregolare debba essere condotta ad ampio raggio (v. in particolare la Comunicazione della Commissione “Rafforzare la lotta contro il lavoro sommerso” del 24 ottobre 2007). Il che significa, in concreto, la necessità di affiancare alle tradizionali politiche di stampo sanzionatorio-repressivo, politiche promozionali. Oltre a potenziare l’apparato sanzionatorio, anche mediante l’implementazione dei controlli ispettivi, è necessario dunque mettere in campo politiche volte a favorire la riemersione.
Le politiche per la riemersione possono assumere le forme  più svariate: potenziamento del dialogo sociale per favorire un maggior controllo sindacale del fenomeno; campagne di sensibilizzazione (è rimasta famosa la campagna tedesca “illegal ist unsozial”, “illegale è asociale”); riduzione degli oneri burocratici connessi all’impiego del lavoro (è questo l’esempio dei vouchers, diffusi anche in Italia nella forma del lavoro occasionale, che non a caso hanno avuto grande successo nel settore agricolo, tradizionalmente ad alto rischio di evasione).
Tra le politiche per la riemersione, appaiono particolarmente efficaci quelle che mirano a creare una sorta di conflitto di interessi tra i protagonisti del sommerso. Si segnalano in proposito alcune misure, promosse inizialmente in nord Europa, che hanno introdotto forme di detrazione fiscale per alcuni servizi  particolarmente a rischio (lavoro nelle costruzioni, lavoro domestico). Perché non allargare allora la possibilità di detrarre determinati oneri dall’imposta o di dedurli dal reddito complessivo, sulla scia di quanto già è stato fatto per le ristrutturazioni residenziali, le spese mediche e le contribuzioni del lavoro domestico? Si potrebbe così incidere su varie spese, come quelle previste per i servizi alla persona e alla famiglia, o quelle relative a vari servizi offerti da lavoratori autonomi e liberi professionisti.
Sarebbero, questi, primi passi per interrompere il circolo vizioso del lavoro irregolare e innescare, al contrario, un circuito virtuoso in cui emersione e legalità vengano percepiti come soluzioni convenienti da imprese e lavoratori e l’accesso all’economia formale risulti facilitato.
E’ un peccato che il governo abbia perso l’occasione di introdurre, con questa manovra, politiche di riemersione del lavoro irregolare. Esse avrebbero giovato al paese, e al governo stesso, per vari motivi: anzitutto, perché, come è messo bene in evidenza dai documenti della Commissione europea, vi è uno stretto legame tra lavoro sommerso ed immigrazione clandestina. Come dimostrano i fatti di Rosarno, la questione è senza dubbio tra quelle di maggiore criticità sociale. Ed è noto che il tema sta molto a cuore all’attuale maggioranza parlamentare. In questa direzione si è mossa tra l’altro la recente legislazione dell’Unione europea che, con la direttiva 2009/52/CE, ha introdotto una disciplina sanzionatoria per i datori di lavoro che impiegano immigrati irregolari, tentando di incidere sull’intera catena di appalti e subforniture. Infine, adeguate politiche per la riemersione gioverebbero ai conti pubblici. Certo non si sa in che misura. Almeno però una loro introduzione avrebbe evitato la sensazione – subito segnalata, infatti, da alcuni esponenti del mondo sindacale – che il carico dei sacrifici  non risulti distribuito in modo omogeneo tra i diversi attori economici.
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