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RIFORMA DEL DIRITTO FALLIMENTARE, “NUOVA FINANZA" E PMI E-mail
Finanza
di Francesco D'Angelo
28 maggio 2010
diritto fallimentareLa riforma del diritto fallimentare offre nuove opportunità per il risanamento delle PMI. Permangono molti problemi sia per la spesso tardiva emersione dello stato di crisi, sia per le difficoltà di apportare “nuova finanza” (soprattutto bancaria) alle PMI. Gli strumenti però ci sono e offrono sufficiente stabilità e tutela. La possibilità di risanare l’impresa, anziché liquidarne i beni può dunque trovare un ambito applicativo assai vasto, certamente sconosciuto al precedente sistema.   

È noto che il nuovo diritto fallimentare abbia valorizzato l’autonomia privata, circoscrivendo il ruolo dell’Autorità giudiziaria e valorizzando quello dei creditori. Essi, insieme al debitore, sono oggi i veri attori del risanamento dell’impresa. La legge fallimentare offre infatti alcuni strumenti che, correttamente impiegati, possono consentire una soluzione della crisi d’impresa attraverso il suo risanamento e non semplicemente attraverso la liquidazione dei beni.
Tali strumenti (che in estrema sintesi ricordiamo essere il “piano attestato” ex art. 67, comma 3, lett. d), l. fall., l’accordo stragiudiziale omologato ex art. 182-bis, l. fall. e il “rinnovato” concordato preventivo visto nella prospettiva del risanamento) consentono in particolare di valorizzare quegli assets, primo fra tutti l’avviamento, che tradizionalmente venivano bruciati dal ricorso ad una procedura concorsuale ed indipendentemente dal fatto che la procedura fosse aperta a seguito dell’insuccesso di tentativi stragiudiziali di risanamento. Anche la vecchia amministrazione controllata – procedura finalizzata al risanamento – non aveva dato alcuna prova di sé ed è stata abrogata dalla riforma.
Si tratta di temi cui sono ovviamente sensibili proprio le PMI, dal momento che la grande e grandissima imprese riesce sempre – o quasi – a trovare un cordone di salvataggio che (per le più varie e non sempre edificanti ragioni) impedisce la dissoluzione dell’impresa.
Per le PMI, invece, il risanamento è assai più complesso, sia per la tendenziale ritrosia dell’imprenditore ad ammettere la propria crisi (l’imprenditore, talora per nobili ragioni, tarda spesso a riconoscerlo e ad ammetterlo), sia per le naturali maggiori difficoltà di accedere ai canali di finanziamento.
La possibilità di utilizzare gli strumenti di risanamento offerti dal nuovo diritto fallimentare passa infatti quasi sempre attraverso:

  1. un tempestivo riconoscimento della crisi;
  2. la possibilità di negoziare con una qualche tranquillità con i creditori, in vista del superamento della crisi;
  3. la possibilità di accedere alle fonti di finanziamento.

Tuttavia:

  1. il tempestivo riconoscimento della crisi si scontra con il già ricordato atteggiamento “emotivo” dell’imprenditore (e la connaturata fiducia nelle proprie capacità e nel prodotto), nonché con una frequente insufficienza del sistema dei controlli interni alle imprese. Da quest’ultimo punto di vista, basti pensare che in moltissime PMI costituite in forma di s.r.l. il controllo interno è pressoché inesistente (e la situazione non mi sembra molto migliorata neppure con il recente d. lgs. n. 39/2010); manca quella “cultura” del controllo interno che si va affermando nelle imprese di maggiori dimensioni ma che (con gli ovvi adattamenti e limiti) dovrebbe trovare emersione anche nel mondo delle PMI;
  2. la possibilità di negoziare con una qualche tranquillità è confinata entro ambiti assai ridotti (la riforma non ha infatti contemplato ipotesi di “allerta” o comunque di protezione, se non nell’ambito del concordato preventivo (art. 168, l. fall.), ovvero entro un ristretto tempo, nell’ambito degli accordi di ristrutturazione ex art. 182-bis);
  3. l’accesso alle fonti di finanziamento è tutt’altro che semplice: i) per quanto riguarda il capitale di rischio, dal momento che le PMI spesso non sono in grado ai attirare investitori “istituzionali”, mentre possibili partners industriali o concorrenti possono avere maggiore interesse ad attendere una procedura concorsuale per acquistare a prezzi migliori; ii) per quanto riguarda il credito bancario, dal momento che le difficoltà di concedere credito ad un’impresa in difficoltà aumenta quando si tratti di PMI.
Quest’ultimo è un tema centrale perché l’impresa senza finanza non può sopravvivere. Per fare un esempio banale, l’impresa che non riesce ad anticipare più il proprio portafoglio clienti (ovviamente un portafoglio “buono”) presso il sistema bancario, rischia di non tenere fede agli ordini e per tale via rischia di perdere i clienti e con essi il proprio avviamento.
Intendiamoci, “credito all’impresa in crisi” è un’espressione che – letteralmente – reca con sé quasi un’antinomia. Per comprenderne il senso bisogna interpretarla ed intenderla quale “credito funzionale e necessario per il superamento dello stato di crisi dell’impresa”. Ed è proprio questo che oggi appare possibile, grazie alla stabilità che il nuovo diritto fallimentare tende a riconoscere alle operazioni (prime fra tutte quelle di finanziamento) effettuate in favore di un’impresa in crisi, anche nel caso in cui, poi, il superamento non riesca e l’impresa fallisca.
Per poter godere della stabilità, il legislatore chiede che le operazioni di finanziamento (al pari di ogni altro atto e/o pagamento) avvenga nell’ambito di un percorso “protetto” più o meno complesso, fra quelli sopra sommariamente ricordati.
Entro questi ambiti, la banca che concede credito in un contesto in cui sia ragionevole il ripristino dell’equilibrio economico-finanziario o il superamento della crisi, può dormire sonni più tranquilli rispetto al passato, sia sotto il profilo revocatorio che sotto il profilo risarcitorio. Quanto al fronte penale, vero è che la riforma del diritto fallimentare non ha toccato – purtroppo – tale aspetto, tuttavia è difficile pensare che un atto valido, efficace e stabile sul fronte civilistico possa poi essere tacciato di illiceità penale!
È dunque ben possibile oggi per la banca concedere credito all’impresa in difficoltà senza essere esposta a rischi ulteriori rispetto al “fisiologico” rischio di credito che ricorre in ogni operazione bancaria.
Va da sé, infatti, che la banca dovrà compiere un’adeguata istruttoria per valutare la meritevolezza del credito richiesto. E tale istruttoria dovrà essere svolta con ancora maggiore attenzione, sulla scorta delle risultanze dei “piani” e delle valutazioni degli esperti che accompagnano in modo più o meno diverso tutti i percorsi protetti sopra individuati.
Al contempo, tuttavia, la valutazione del merito creditizio dovrà essere rapida perché la perdita di tempo può essere fatale e gioca solo a sfavore dell’impresa.
Nell’ambito dei percorsi “protetti”, tuttavia, la ritrosia e diffidenza bancaria sembra oggi più il frutto dei retaggi del passato che non della presenza di reali cause ostative alla concessione di credito.
Questa credo possa essere una sfida per il domani, attrezzare le PMI ad una maggiore “cultura del controllo interno” che favorisca la tempestiva emersione della crisi, ed al contempo attrezzare le banche affinché le risposte possano essere altrettanto rapide; e consapevoli: l’inutile accanimento terapeutico brucia solo ricchezza.
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