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STRUTTURA INDUSTRIALE, FATTORI TERRITORIALI ED EFFICIENZA ALLOCATIVA NEI DIVARI TERRITORIALI E-mail
Mezzogiorno
di Annamaria Nifo
21 maggio 2010
struttura industrialeQuanto contano le caratteristiche strutturali dell’industria italiana, rispetto ai fattori territoriali e allocativi, nella competitività complessiva dell’economia italiana e nei divari di produttività esistenti tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno?

L’economia italiana presenta ancor oggi una doppia anomalia rispetto ai paesi europei di vecchia industrializzazione: da un lato si caratterizza per un elevato grado di specializzazione nei settori manifatturieri tradizionali, dall’altro, per una struttura produttiva basata sulla forte prevalenza di imprese di piccola e piccolissima dimensione. Il cosiddetto Made in Italy costituisce un insieme di attività radicate nella tradizione e nelle competenze storiche del sistema produttivo italiano, che si rivela invece despecializzato nei settori scale intensive e hi-tech; d’altro canto la forte frammentazione produttiva, pur presentando gli indubbi vantaggi di costo e flessibilità tipici della piccola dimensione, mostra limiti evidenti in un contesto competitivo sempre più globalizzato e tecnologicamente avanzato.
Tali caratteristiche rendono il modello di specializzazione italiano molto più simile di qualsiasi altro paese europeo a quello dei paesi emergenti, con una sovrapposizione commerciale che di fatto è aumenta nel corso del tempo e che si fa sentire in modo particolare nel sistema moda (tessile, abbigliamento, calzature) e nel sistema casa (mobili, elettrodomestici, ceramica e altri beni per l’edilizia), esponendo la nostra economia alla concorrenza dei paesi emergenti con manodopera a basso costo.
A partire dai primi anni Novanta e fino all’inizio del nuovo millennio, l’Italia è stata protagonista di un pesante rallentamento economico, attribuito almeno in parte proprio alla inadeguatezza della struttura industriale del paese. Tale rallentamento si è caratterizzato per tassi di incremento del PIL non significativamente diversi da zero, tanto da far parlare di declino industriale, con flessione del reddito, calo di consumi e investimenti, caduta delle esportazioni, rallentamento della produttività del lavoro.
Tuttavia va rilevato come il modello italiano di specializzazione produttiva, ampiamente analizzato e spesso profondamente criticato, non abbia mancato di garantire all’Italia una crescita sostenuta per oltre un ventennio nei primi decenni del dopoguerra in cui l’economia è cresciuta con intensità e persistenza storicamente inedite anche grazie ai successi dell’export del Made in Italy.
Un trend positivo che si ripete anche a partire dal 2001, anno in cui si iniziano a registrare importanti segnali di cambiamento che inducono ad una visione meno declinista del nostro sistema industriale, tanto da far credere in una qualche evoluzione del modello di specializzazione che lascia intravedere una capacità del tessuto produttivo italiano di rispondere alla crescente pressione competitiva con il riposizionamento qualitativo dei beni esportati.
In un quadro così contraddittorio è estremamente arduo formulare ipotesi sul grado di adeguatezza del modello italiano di specializzazione produttiva che sembra rimasto sostanzialmente immutato nella sua struttura: ancora fortemente frammentato, caratterizzato da un elevato grado di specializzazione nel settore tradizionale, con una incidenza ancora troppo alta di imprese che registrano una bassa redditività ed una ancor più scarsa produttività del lavoro ed in cui si ripropone fortemente il dualismo della struttura industriale italiana. Nel Mezzogiorno è presente infatti la maggior concentrazione di imprese di piccola dimensione, il più alto numero di imprese specializzate nel settore tradizionale, la maggior rappresentanza di imprese che registrano livelli di redditività e produttività inferiori alla media.
La spiegazione dei differenziali della produttività tra le regioni italiane appare ancora una questione centrale nel dibattito sul relativo ritardo di sviluppo del Mezzogiorno.
Numerosi studi recenti si sono concentrati sull’analisi dei fattori alla base della persistenza di significative differenze territoriali particolarmente evidenti nella produttività aggregata per addetto, ed hanno tentato di valutare entità e ruolo delle componenti strutturali, territoriali e allocative per capire cioè se e quanto incidano specializzazione e frammentazione produttiva, che richiedono interventi di policy settoriali e quanto invece sia imputabile a differenze trasversali a tutti i settori industriali, riconducibili alla diversa dotazione di tecnologia, capitale fisico, umano e sociale tra le macroaree territoriali, che richiedono invece interventi di policy di carattere più generale.
L’analisi dei dati tratti dalla “Indagine sulle imprese manifatturiere” condotta periodicamente da Capitalia, con riferimento ai periodi 1995-97, 1998-2000 e 2001-2003 ed a complessive 12616 osservazioni, conferma infatti (tab.1) l’esistenza di un notevole gap di produttività delle regioni del Mezzogiorno rispetto alla media nazionale; inoltre la scomposizione di tale differenziale1 nelle componenti strutturale, territoriale e allocativa permette di rilevare come, in ciascun periodo, il divario esistente tra le regioni italiane sia da attribuire per oltre il 90% alla componente territoriale.
I risultati dell’analisi sono concordi nell’attribuire un ruolo centrale ai fattori territoriali che risultano, in tutti i periodi, alla base della maggior parte della variabilità del differenziale di produttività. Le regioni in ritardo registrano stabilmente livelli di produttività settoriali inferiori alla media nazionale in tutti i settori di attività economica, mentre i fattori strutturali e quelli allocativi non sembrano avere un peso significativo.
La lungimiranza delle politiche attuate a livello locale genera un “effetto territorio” in cui agiscono fattori istituzionali e di business environment che incidono pesantemente sulle performance di produttività e spiegano gran parte del differenziale esistente tra le regioni del Centro Nord e quelle del Mezzogiorno: un “effetto territorio” negativo, capace di deprimere produttività e competitività e scoraggiare l’insediamento di imprese sia locali che esterne all’area.
Tali considerazioni rimarcano con forza la necessità di politiche territoriali incisive volte a ridurre lo svantaggio indotto dalla localizzazione dell'industria nelle regioni meridionali, con implicazioni evidenti per il dibattito sulla competitività complessiva dell’industria italiana, sulla convergenza tra Nord e Sud e per il conseguente rilancio occupazionale del Mezzogiorno.



1 Effettuata con la tecnica shift-share analysis (Dunn, 1960; Esteban, 1972).

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