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Federalismo
di Franco Osculati
21 maggio 2010
service taxAd un anno dalla legge delega 42/2009 sul federalismo fiscale è stato scritto il capitolo sul decentramento demaniale. Per quanto riguarda le entrate autonome, al momento, disponiamo soltanto della seguente affermazione del Ministro Calderoli.

Ad un anno dalla legge delega 42/2009 sul federalismo fiscale è stato scritto il capitolo sul decentramento demaniale. Per quanto riguarda le entrate autonome, al momento, disponiamo soltanto della seguente affermazione del Ministro Calderoli: “La nostra idea è …quella di arrivare all’unificazione, ad una cosiddetta service tax, comunque legata a tutti i servizi che l’ente gestisce e offre al cittadino”.

1. E’ una dichiarazione contenuta nell’audizione del Ministro per la semplificazione amministrativa alle Commissioni Camera e Senato, svolta il 27 aprile, che, per semplificare anche noi le cose, possiamo intendere riferita al solo livello di governo comunale. Di che si tratta? La risposta non è semplice anzitutto perché, a dispetto degli anglicismi, nel panorama internazionale si fatica a rintracciare un tributo esplicitamente qualificato come imposta comunale sui servizi.  
Anzitutto,  quel “sui”, servizi, lascia supporre che si deve partire dalla spesa erogata dal Comune per individuare chi deve pagare. Lasciamo da parte i servizi alla persona, quali asili nido e assistenza  agli anziani, e consideriamo unicamente gli altri, dall’A di anagrafe alla Z di zoning (pianificazione urbanistica). L’idea è dunque quella di applicare un unico prelievo che paghi tutto questo.
Sarà anche semplificatorio, ma perché mai si deve puntare su un unico tributo? La semplificazione è benvenuta, ma non a discapito di altri più importanti obiettivi.
In particolare, l’anagrafe (che è un servizio utile allo Stato almeno tanto quanto ad ogni singolo Comune) può benissimo essere finanziata (o continuare ad essere finanziata) da una tassa richiesta a chi ha bisogno di un certificato.    
In secondo luogo, il ciclo integrato dell’acqua (sia gestito da soggetti pubblici o privati o misti) va erogato dietro corrispettivo per evidenti questioni di efficienza economica, costituite essenzialmente dall’esigenza di ridurre gli sprechi. E con il ciclo idrico già siamo a spese, in particolare per le famiglie, di qualche importanza. Per un consumo di 200 metri cubi annui, che sono relativamente tanti ma non infrequenti, vigono tariffe tra i 300 e il 400 euro. Ma in Toscana e Umbria ci si avvicina ai 600.
In terzo luogo, il ciclo integrato dei rifiuti attualmente poggia su un prelievo, la Tarsu o in sua vece la Tia, che dà un gettito sui 5 miliardi (l’Ici prima casa 3 abbondanti) e che è applicato in ragione della superficie dell’unità immobiliare. Tuttavia, l’importo viene ridotto per l’abitazioni con un solo fruitore e, per le attività produttive, viene modulato a seconda della capacità media a produrre rifiuti. Tra i costi coperti da tale prelievo rientrano solitamente la pulizia delle strade (che è in sé un bene pubblico) e lo smaltimento dei rifiuti. Nel Centro-Nord, per un appartamento tra i 100 e i 150 metri quadrati si pagano 400-500 euro annui. Nel caso del ciclo dei rifiuti la motivazione di operare attraverso pagamenti specifici, Tarsu o Tia, non è così forte come nel caso delle tariffe idriche. Tuttavia, in molti paesi, da 20-30 anni si agisce con prelievi il più possibile commisurati alla effettiva produzione di scarti solidi nel quadro della politica “chi inquina paga”. Diluire o annegare tale prelievo in un pagamento richiesto per finanziare molti e svariati servizi comunali porrebbe sostanzialmente fine alla politica ambientale di contrasto ai rifiuti (parliamo di rsu, non di rifiuti industriali) con particolare riguardo al comparto produttivo.
Una prima conclusione è che è razionale far pagare (salvo abbattimenti alla base per categorie in stato precario) direttamente gli utenti di alcuni servizi, separatamente considerati. A questa situazione già siamo vicini e non si vede perché dovremmo allontanarci.
2. La semplificazione, di cui alla frase del Ministro Calderoli, potrebbe riferirsi anche all’insieme delle imposte di registro, ipotecaria e catastale. Questi sono tributi, patrimoniali erratici, da guardare con sfavore dal punto di vista economico. Ostacolano la fluidità del mercato. L’obiettivo di assorbirli in un’unica imposta ordinaria, ovvero ricorrente, è condivisibile. Tuttavia bisognerebbe operare sempre nel campo della tassazione patrimoniale (che comunque in Italia è troppo bassa) e non si vede come sarebbe possibile non coinvolgere la prima casa. Sarebbe, in ogni caso, un’operazione da svolgere con gradualità dato che si tratta di un gettito attorno ai 10 miliardi.     
3. La Tarsu ha il vantaggio di mettere sullo stesso piano gli inquilini e i proprietari di prima casa. Anche la taxe d’habitation francese non distingue tra gli uni e gli altri. In più i proprietari francesi pagano la taxe foncière. Le due imposte congiuntamente offrono un gettito circa doppio della nostra Ici. Ma non è finita, perché i Comuni francesi possono applicare una tassa separata per i rifiuti e, persino, un’ulteriore tributo a fronte delle spese di spazzamento. Taxe d’habitation e taxe foncière (al netto di qualche correttivo), però, hanno la medesima base imponibile costituita dal valore locativo.
In Italia sull’immobile abitato da inquilini si continua a versare l’Ici, sulla prima casa non si paga. Una soluzione apparentemente semplice potrebbe sembrare una “super Tarsu” da applicare limitatamente ai proprietari di prima casa, lasciando stabilmente sopravvivere l’Ici sull’altro patrimonio edilizio. Simile soluzione ha l’inconveniente politico di essere immediatamente letta come una scappatoia all’abolizione dell’Ici prima casa e di indebolire, come prima accennato, per l’80% delle famiglie il significato di gravame ambientale della Tarsu o della Tia.  In via di principio l’immobile sfitto non sarebbe soggetto a super Tarsu. Il sistema catastale di accertamento dei valori immobiliari rimarrebbe in piedi ma silente, fin tanto che un immobile è abitato dal proprietario, e ritornerebbe a dire la sua una volta che l’immobile fosse affittato. Può non essere un gran problema, ma rimane da decidere l’imponibile della super Tarsu, perché è dubbio che un tributo per famiglia pari a due o tre volte l’attuale Tarsu possa essere calibrato solo sui metri quadrati.  
Fin che dalla Tarsu si trae quanto serve per collocare dignitosamente i rifiuti e per pulire le strade, si può partire dalla metratura e fare uno sconto ai single. Questo significa, per converso, che la presenza in casa di bambini, coeteris paribus, aumenta il debito d’imposta. Può essere tollerabile per importi modesti, ma per somme consistenti sembrerebbero utili o necessari altri correttivi rispetto alla metratura. Nella ricerca di questi perfezionamenti si dovrebbe essere guidati dallo slogan “non sulle persone ma sulle cose”, che si è tornati a ripetere, peraltro senza applicazioni pratiche. A guardar bene le cose, un buon correttivo, ma sai che sorpresa, è il valore dell’immobile.
Dalla Gran Bretagna viene l’esempio della council tax (che è riservata al patrimonio residenziale). Talvolta essa viene indicata come un ibrido tra un’imposta patrimoniale e una service tax. Di fatto, però, il punto di partenza dell’accertamento è un valore patrimoniale che l’autorità locale colloca, mediante rivalutazioni e riclassificazioni  abbastanza frequenti, in una delle 8 classi di tariffa previstei1.
In conclusione, si reintroduca l’Ici prima casa sugli stessi valori che avrebbero dovuto essere applicati nel 2008. Si devono trovare 27 miliardi di manovra straordinaria: 3 abbondanti sono già pronti. Il Governo ci perde un po’ la faccia, ma si dice forte e sopravviverà. La crisi? Un assist al federalismo.

1 E’ tenuto al pagamento il conduttore dei locali, proprietario o inquilino. Nel caso i locali siano lasciati sfitti, paga il proprietario. Paga il proprietario anche quando i locali sono occupati da minori di 18 anni. 
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