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COMPETITIVITÀ E DIVARIO TERRITORIALE* E-mail
Mezzogiorno
di Federico Lucidi
30 aprile 2010
competitivitaTra le motivazioni addotte per spiegare la stagnazione della produttività di cui l’economia italiana ha sofferto nell’ultimo decennio, la questione territoriale è stata generalmente poco considerata.

Tra le motivazioni addotte per spiegare la stagnazione della produttività di cui l’economia italiana ha sofferto nell’ultimo decennio, la questione territoriale è stata generalmente poco considerata.
Tuttavia, il contributo dei differenziali geografici alla performance aggregata della produttività del lavoro appare rilevante: basti pensare che, nel 2008, il valore aggiunto per occupato in Italia oscillava (a prezzi del 2000) tra i 50mila euro circa nel Nord-Ovest e i 39 mila del Mezzogiorno, vale a dire circa il 20% in meno. Questo divario in termini di livelli pone due questioni rilevanti: la prima riguarda l’eventuale convergenza della produttività delle regioni del Sud verso quella delle regioni del Nord; la seconda riguarda l’opportunità, o meno, di reinserire salari differenziati per aree geografiche (le “gabbie salariali”, abolite nel 1972).
Prendendo come anno di riferimento il 1995 (il primo disponibile nella nuova serie storica dei conti economici regionali prodotta dall’Istat), fino al 2000 si è effettivamente verificato un fenomeno di catching up delle regioni meridionali: all’indomani della recessione dei primi anni Novanta, in una fase di ristrutturazione tecnologica caratterizzata da una discreta crescita del valore aggiunto per occupato a livello nazionale (+0,9% su base annua), la produttività del lavoro in quelle regioni cresceva infatti ad un ritmo superiore dello 0,4% annuo. Dal 2000 in poi, in corrispondenza del più marcato slowdown della produttività del lavoro verificatosi a livello nazionale, il processo di catching up del Mezzogiorno si è però arrestato; in particolare, negli anni compresi tra il 2000 e il 2003, il Mezzogiorno ha segnato un calo della produttività (-0,7% annuo) più marcato rispetto alla media nazionale (-0,5%).
Il rallentamento della produttività nel Mezzogiorno non è spiegato da un utilizzo del fattore lavoro più intenso rispetto alle regioni del Centro-Nord: se, infatti, dal 1995 al 2002 l’input di lavoro nel Sud è cresciuto allo stesso ritmo rispetto alla media nazionale, esso ha successivamente subito un marcato rallentamento, segnando una diminuzione dello 0,7% nel periodo 2002-2008 rispetto alla crescita del 5,3% sperimentata dal Centro-Nord.
A livello settoriale, il declino della produttività nel Mezzogiorno appare evidente soprattutto nei settori delle costruzioni e dei servizi, con l’eccezione del comparto “altre attività di servizi”, il quale, pur in espansione su tutto il territorio nazionale, registra nel Mezzogiorno l’incremento della produttività del lavoro più elevato (+0,8% annuo tra il 2000 e il 2006). Questa dinamica sottintende un processo di ristrutturazione in queste attività, soprattutto per quanto concerne la pubblica amministrazione − dove si è però registrato un calo dell’occupazione particolarmente acuto (-2,4%).
Più in generale, sembra che nelle regioni meridionali l’esistenza di un trade-off tra la maggiore occupazione (incentivata dall’accesso alle forme contrattuali atipiche, che in queste regioni hanno spesso costituito un succedaneo del lavoro irregolare) e la crescita della produttività del lavoro, pur visibile su scala nazionale, emerga in maniera più evidente. E’ anche utile ricordare come una composizione dell’occupazione ancora sbilanciata verso il settore primario (l’agricoltura impiegava nel 2006 il 9% dell’occupazione totale), a fronte di incrementi di produttività in questo settore più contenuti rispetto alla media nazionale, costituisca per il Mezzogiorno un importante vincolo ad un processo di catch-up.
Lo sbilanciamento della struttura economica del Sud verso settori “tradizionali” (e caratterizzati da livelli di produttività più contenuti) conduce a trattare la seconda questione, ovvero, l’opportunità di introdurre salari differenziati in termini geografici. In termini di valore aggiunto per unità di lavoro equivalente, un divario Nord-Sud in termini di produttività del lavoro è presente in tutti i settori, tranne che per le “altre attività di servizi” (la differenza tra il Mezzogiorno e la media nazionale oscilla tra il -16% nell’agricoltura e il +1% in quest’ultimo comparto). Il gap in termini di produttività è però compensato da un costo del lavoro inferiore rispetto alle regioni del Centro-Nord, come emerge dai dati di contabilità nazionale. Il costo del lavoro per unità di lavoro dipendente segue generalmente l’andamento territoriale della produttività, seppure in modo non sempre uniforme tra i diversi settori (nel realizzare il confronto, si effettua l’usuale ipotesi che la produttività degli autonomi sia la medesima dei dipendenti, poiché i dati non consentono di distinguere il valore aggiunto prodotto dalle due tipologie di occupati).
La discrepanza tra produttività e costo del lavoro per dipendente è concentrata quasi esclusivamente nell’agricoltura, mentre in altri settori la situazione si capovolge. Ad esempio, nel settore dell’“intermediazione finanziaria e monetaria, attività immobiliari e imprenditoriali”, a fronte di un divario di produttività pari all’11%, il costo del lavoro per dipendente nel Mezzogiorno è inferiore del 17% rispetto alla media nazionale. Un vantaggio di competitività, pur se inferiore in termini assoluti (circa l’1% di differenza), è evidente anche nell’industria in senso stretto e nelle costruzioni, mentre uno svantaggio (di circa quattro punti percentuali) si registra nel settore del commercio, degli alberghi e dei ristoranti.
L’analisi del differenziale salariale del Mezzogiorno può essere arricchita guardando a dati individuali sui redditi da lavoro. Tenendo conto delle caratteristiche osservabili dei lavoratori (quali il genere, l’età, l’esperienza lavorativa, il titolo di studio, il settore, la tipologia contrattuale e la dimensione di impresa), è possibile stimare un differenziale salariale netto pari a circa l’8% rispetto alle regioni settentrionali e al 7% rispetto alle regioni centrali (Lucidi e Raitano, Economia & Lavoro, 2009). Allo stesso modo, utilizzando micro-dati a livello di impresa (per controllare l’effetto delle caratteristiche individuali delle singole imprese), il differenziale di produttività per dipendente è pari al 6% rispetto alle regioni del Nord e circa al 7% rispetto a quelle del Centro (Aquino et al., Economia Italiana, 2008). Tali valori appaiono in linea con il differenziale retributivo stimato a livello individuale.
Questa evidenza mostra in maniera eloquente come le “gabbie salariali” siano di fatto già in vigore: una differenziazione territoriale dei salari, sebbene non uniforme nei diversi settori, è già esistente nel nostro paese ed essa appare nel complesso in linea con lo scarto di produttività riscontrabile tra le diverse macro-aree. Sostenere la tesi di uno sviluppo bloccato al Sud a causa di un problema di eccessivo costo del lavoro appare dunque fuorviante. Né, d’altro canto, appare opportuno sostenere un modello basato sulla cosiddetta via bassa alla competitività (ovvero sul mero contenimento dei costi di produzione, piuttosto che sull’innovazione di processo e di prodotto), dal momento che esso difficilmente potrebbe risultare sostenibile nel lungo periodo. La diffusione di tale modello su scala nazionale, all’indomani dell’ingresso nell’euro e dell’addio alle svalutazioni competitive (con l’ausilio delle riforme del mercato del lavoro e della prolungata fase di moderazione salariale, che hanno favorito un processo di risk shift nei confronti del fattore lavoro) è stata con ogni probabilità una delle concause del productivity slowdown. Occorre piuttosto identificare i vincoli sociali, economici ed infrastrutturali a una sostenuta e prolungata crescita della produttività nel Mezzogiorno, e agire su di essi con politiche mirate e di ampio respiro temporale per favorire la transizione della struttura produttiva verso attività a più elevato valore aggiunto e contenuto innovativo.
La fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, nel 1992, e l’avvio di una nuova politica regionale basata sulla combinazione di interventi ordinari ed aggiuntivi (finanziati prevalentemente mediante i Fondi Strutturali europei e altre risorse, come il FAS) non ha condotto ai risultati sperati. Un rilancio della strategia per lo sviluppo del Mezzogiorno deve fondarsi su una migliore governance dei fondi, su una minore parcellizzazione degli interventi, su una valutazione sistematica dei risultati ottenuti. Ancor più rilevante è osservare che, parlando di productivity slowdown, le problematiche del Mezzogiorno non fanno altro che amplificare (a causa del ritardo di partenza) una situazione diffusa nell’intero Paese. Investire in politiche integrate per il rilancio della produttività a livello nazionale (sul mercato del lavoro, l’istruzione, la concorrenza, etc.) potrebbe produrre l’effetto “collaterale” di sbloccare alcuni dei vincoli che mantengono in vita, ancora oggi, un rilevante differenziale di produttività (e di sviluppo) a livello territoriale.

* una versione estesa di questo contributo è stata pubblicata nel volume "L'Italia Possibile"
  Commenti (1)
CRESCITA ECONOMICA E CONTESTO TERRITORIA
Scritto da Marco Muscettola, il 03-05-2010 11:29
La crescita armonica e di lungo periodo non potrà mai essere sostenuta basandosi solo sull'accumulazione dei fattori produttivi: servirà il capitale umano, la tecnologia e l’efficienza. Questi ultimi due fattori possono essere semplicemente inglobati nella definizione di produttività. 
La tecnologia consente di produrre maggiori quantità di output, lasciando fermi gli input utilizzati, ed è la produttività in termini di conoscenza di metodi per meglio utilizzare le risorse. Dall’altra parte si deve definire l'efficienza come l'efficacia nell'utilizzo delle risorse stesse nonché nella combinazione di esse. In buona sostanza molto dell’efficienza dipende dalle risorse utilizzate e da come esse sono adoperate. Sarà più semplice inquadrare il discorso se si definisce l’efficienza come una minimizzazione dell’inefficienza. 
Per riesumare l’economia di un territorio, allora, si può partire anche dal cercare di incentivare la produttività. Andando più a fondo, si nota, che la produttività è conseguenza dei seguenti 3 contesti: 
1. Contesto politico - amministrativo; 
2. Contesto sociale - culturale; 
3. Contesto geografico - climatico. 
Per quello che riguarda il contesto politico si devono citare le influenze positive o negative che lo Stato può avere sull'economia di un Paese e sulla crescita. Lo Stato dovrebbe sostenere l'istruzione, le infrastrutture che altrimenti non potrebbero essere realizzate, la sanità, la sicurezza, il rispetto della legge e la ricerca. Tutto questo rende l'ambiente più vivibile e sicuro e sono create delle importantissime esternalità positive. E' chiara la correlazione positiva tra efficienza del sistema sanitario e qualità del lavoro, tra l'accumulazione delle risorse e sistema giudiziario, tra produttività ed infrastrutture o tra spesa nella ricerca e tecnologia. 
Se dalla teoria si passa alla pratica si deve fare un piccolo importante passo su un fenomeno molto più in uso di quanto non si vuole credere: la cleptocrazia. Nella definizione di cleptocrazia, oltre ad una gestione del potere che privilegia l'appropriazione delle risorse pubbliche direttamente da parte degli amministratori e politici, potremo far rientrare anche ogni sorta di corruzione finalizzata ad attribuire risorse e possibilità verso soggetti non meritevoli. E' chiaro che un governo corrotto spende più denaro, risorse e tempo di quanto non farebbe un governo non corrotto. È stata studiata, anche, la proporzionalità diretta tra il tasso di corruzione ed il PIL pro-capite trovando delle interessanti linearità biunivoche. 
Dall'altra parte, però, è più semplice che territori ricchi abbiano la possibilità di pagare maggiormente i propri politici che, in questo modo, non hanno troppe giustificazioni nel ricercare altre remunerazioni nella corruzione. Per quanto ci riguarda, però, la cattiva amministrazione pubblica sarà intesa essenzialmente come fonte di uno scarso sviluppo economico piuttosto che una delle conseguenze. 
La seconda fonte che influenza le cause dello sviluppo o, almeno, che pondera alcune variabili nell'equazione della crescita è il contesto culturale e sociale di un territorio. Le aperture mentali verso le novità, verso il commercio internazionale, le attitudini, i valori, le attenzioni per la storia o per una religione sono tutte qualità che rendono un contesto culturale più o meno propenso ad accelerazioni di tipo economico. Si pensi, per esempio, ai banchieri ebrei o ai petrolieri islamici, ai greci antichi che giudicavano il lavoro solo un'attività da schiavi o i protestanti inglesi che si nobilitavano lavorando. Si pensi ancora alle influenze sui cinesi del confucianesimo soprattutto in merito alla parsimonia o agli epicurei latini che non vedevano un futuro più importante del presente. 
Oltre alla cultura ed alla storia, in un territorio, è da prendere in considerazione anche la qualità degli scambi intersociali all'interno della stessa zona. In altre parole molti economisti distinguono i vari territori anche per correttezza, onestà e fiducia. Il buon andamento degli scambi commerciali all'interno di un paese e le possibilità di investire sono influenzate moltissimo dal grado di fiducia che le operazioni suddette possano eseguirsi come prestabilito. In un territorio dove vige un alto tasso di delinquenza gli scambi commerciali saranno più costosi, rischiosi e di minore entità. Allo stesso modo gli investimenti saranno direttamente controbilanciati dalla mancanza di fiducia nel futuro o negli altri componenti della società. Lo sforzo nel rendere positivo un contesto sociale implica che possono nascere e crescere imprese più grandi o istituzioni e cooperative più organizzate, che si possa approfittare di investimenti di lungo periodo per tecnologia o scienza che possano modificare al meglio tutto l'ambiente socio-economico, che alcune imprese possano specializzarsi e rafforzarsi senza sprecare troppe risorse nella protezione da rischi ambientali o esogeni. 
La fiducia verso il prossimo porta a condividere lavoro, tecnologia e benefici, conduce ad un miglior coinvolgimento per progetti o risoluzioni di problemi. In altre parole si migliora direttamente il grado di efficienza della zona. 
Il contesto culturale o sociale è determinato da diversi fattori tra cui, come anticipato, la religione, le invasioni, le colonizzazioni, il clima, il processo storico e politico. Alcuni economisti aggiungono che molto dipende anche dalle risorse naturali e dal clima. 
La cosa che vorremmo sottolineare chiara è l’importanza di investire nel contesto sociale, diversamente da quanto non si è fatto in passato. 
E' evidente, infine, che lo sviluppo economico di un territorio dipende anche dalla geografia dell'area in esame. Con questo deve intendersi la morfologia della zona, le risorse naturali disponibili, il clima e la vicinanza da ampi ed efficienti mercati. Si può pensare più semplicemente al trasferimento della tecnologia o all'apertura agli scambi internazionali in zone site vicino al mare. Si stima che il 17% della Terra che ha una distanza dal mare o da grandi fiumi inferiore ai 100Km produce oltre il 67% del PIL mondiale. La vicinanza ad infrastrutture, centri commerciali o soltanto al mare produce un'influenza diretta sul tasso di sviluppo di un paese. La vicinanza significa scambio di merce, di idee e di opportunità. 
Ovviamente, però, come dimostrano la Svizzera, il Giappone o l'Olanda, avere un territorio ricco di risorse naturali non è condizione sufficiente per avere uno sviluppo economico duraturo nel tempo.

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