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CRONACHE DALLA CRISI FINANZIARIA* E-mail
Internazionali
di Roberto Tamborini
21 marzo 2008

mercati finanziari.jpgDopo più di sei mesi dall'inizio conclamato della crisi finanziaria dei mutui americani, l'incertezza regna sovrana sul mondo finanziario globale. Si sa che la finanza prospera sul rischio, ma teme l'incertezza, perché tra rischio e incertezza c'è una sottile, ma tangibile differenza. Un conto è il rischio che non esca il numero del lotto su cui abbiamo puntato, un altro conto è l'incertezza sul reale valore del patrimonio della banca a cui abbiamo affidato i nostri soldi.
 * Articolo pubblicato anche su il Riformista del 21 marzo 2008


Per fare il punto della situazione ricostruiamo brevemente i fatti, che ci raccontano, in buona sostanza, una classica crisi bancaria per eccesso di prestiti ad altro rischio, di cui sono ricchi i testi di storia e di economia. Nel contesto che chiamiamo globalizzazione, tutto questo è avvenuto in forme in gran parte inedite e incomprensibili per chi ha in mente una banca tradizionale. Vale a dire mediante "cartolarizzazioni", che significa creazione e vendita di complicati strumenti finanziari contenenti i mutui originari (per la precisione il diritto a riceverne gli interessi) passati di mano in mano in tutto il mondo. Così la classica coda umana davanti alle banche per ritirare i soldi si è vista solo nel caso della Northern Rock inglese, ma la stessa cosa hanno fatto milioni di persone in tutto il mondo cercando di vendere a qualunque prezzo i famigerati titoli infetti. Ma mentre nelle crisi bancarie tradizionali si sapeva quali e quante banche erano nei guai, qual era l'entità delle perdite, ed eventualmente come intervenire, oggi tutte queste informazioni fondamentali sono estremamente vaghe e confuse. Quali sono i titoli infetti, chi li ha, quanto possono valere? Da qui l'incertezza grave e profonda in cui si trova il sistema finanziario. Come nel caso dell'AIDS, chiunque è un potenziale pericolo e tutti riscoprono il piacere di tranquille serata in casa.

 

Sebbene non solo banche siano coinvolte nella crisi, giustamente milioni di piccoli risparmiatori ovunque sparsi si stanno chiedendo: come sta la mia banca? La stessa domanda, su grande scala, se la pongono ogni giorno Ben Bernanke, Jean-Claude Trichet, Mervyn King. Le banche coinvolte nella crisi sono di tre tipi: quelle (più tradizionali) che hanno concesso mutui ad altro rischio e li hanno in bilancio, quelle che li hanno cocnessi e poi li hanno cartolarizzati, e quelle che hanno comprato i titoli derivati (che in gran parte non si vedono in bilancio). Le prime e le seconde sono prevalentemente negli Stati Uniti e Gran Bretagna. Le terze sono ovunque. In questo momento le prime e le terze stanno peggio delle seconde, perché sono rimaste col cerino in mano e fronteggiano diversi problemi molto scottanti. Primo, devono quantificare le perdite in conto capitale, cioè il valore dei prestiti che non rivedranno mai più e/o dei titoli infetti che li contengono. Secondo, devono subire il giudizio dei loro azionisti (leggi caduta di teste, e del valore di borsa). Terzo, siccome le poste all'attivo valgono assai meno, devono ridurre anche quelle al passivo, cioè recuperare il più possibile i crediti e prestare di meno. Quarto, allo stesso tempo devono bilanciare gli impieghi ad alto rischio aumentando di molto gli impieghi sicuri. Quinto, devono prepararsi a far fronte a forti richieste di ritiro di depositi e altri forme di finanziamento (obbligazioni bancarie, pronti contro termine, fondi d'investimento, ecc.). Di queste operazioni non si vede ancora la fine. E, attuate come sono su grande scala, producono danni che travalicano i confini aziendali e si espandono in tutto il sistema, anche lontano dall'epicentro.

 

L'Italia è un buon esempio di cosa può succedere anche lontano dall'epicentro, in un luogo dove, probabilmente, ci sono solo alcune banche del terzo tipo. Ma quali e in che misura? La psicologia economica insegna che l'incertezza provoca sovra-reazioni. Unicredit (una banca che si dichiara non infetta) ha annunciato la riduzione degli obiettivi di reddito e incassato una perdita in borsa: "Meglio pessimisti che sciocchi" dice l'Ad. Nel dubbio, tutte le banche stanno facendo le operazioni numero quattro e cinque, cioè il risanamento e ribilanciamento tra attività e passività, che richiedono massicce iniezioni di liquidità. I tassi sui mutui sani salgono, proprio perché sono sani e quindi sono una fonte di reddito sicura, e perché si restringe l'offerta di finanziamenti. Le banche centrali hanno aperto le dighe, ma la liquidità si prosciuga rapidamente. Keynes la chiamava "trappola della liquidità". Le disponibilità liquide vanno quasi interamente in impieghi sicuri, come i titoli di Stato. I quali sono così entrati anch'essi nelle cronache di ordinaria follia di questi tempi.

 

Nelle condizioni attuali ci si attende una domanda sostenuta in questo comparto del mercato, ma l'asta dei Bot di martedì 11 marzo registra, per la prima volta dal 1999, una domanda inferiore all'offerta. Il differenziale coi Bund tedeschi risale a oltre 64 punti base. Immediatamente serpeggiano i dubbi più nefasti sulla tenuta del nostro immane debito pubblico. Fortunatamente la situazione rientra nella normalità nel corso delle aste sui titoli a più lungo termine dei giorni successivi, anche aiutata dai dati positivi sul consuntivo dei conti pubblici del 2007. "Forte domanda e rendimenti in aumento" titola Il Sole 24 Ore online del 13 marzo. Come suggerisce lo stesso quotidiano, probabilmente si è trattato di un episodio transitorio dettato da circostanze tecniche, ma è comunque indicativo della vulnerabilità dei nostri titoli pubblici. Il messaggio è che i tassi devono solo scendere così che il valore degli impieghi liquidi su cui stanno galleggiando banche e intermediari finanziari possa solo salire. La banca centrale di Francoforte dovrà fare la sua parte, ma è bene che il messaggio sia molto ben chiaro anche a chi compete per impugnare le leve fiscali a Roma.

 


Roberto Tamborini

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