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RICETTE PER RIDURRE IL DUALISMO NEL MERCATO DEL LAVORO E-mail
Lavoro
di Marco Leonardi, Massimo Pallini
30 aprile 2010
dualismo lavoroCon il varo della legge che prevede il ricorso all’arbitrato secondo equità invece che al giudice ordinario in caso di licenziamento individuale si è tornati a parlare di regimi di protezione del posto di lavoro.

Con il varo della legge che prevede il ricorso all’arbitrato secondo equità invece che al giudice ordinario in caso di licenziamento individuale si è tornati a parlare di regimi di protezione del posto di lavoro. Si tratta di una “mini” riforma che forse non intacca i diritti fondamentali dei lavoratori in caso di licenziamento (come l’articolo 18), ma neanche risolve i problemi connessi ad un mondo del lavoro sempre più diseguale.
Nella discussione sulle misure da adottare per rispondere alla crisi, governo e opposizione hanno manifestato visioni radicalmente diverse. Il governo ha difeso l’estensione “in deroga” delle tutele esistenti (cioè la CIG e CIGS), mentre l’opposizione ha sostenuto la necessità di una riforma strutturale degli ammortizzatori che sostituisse la pletora di istituti con un ammortizzatore unico di cui dovrebbero beneficiare tutti i lavoratori disoccupati o a rischio di disoccupazione per crisi aziendale, indipendentemente dalla natura del loro contratto di lavoro o delle caratteristiche del datore di lavoro.
Nel corso della crisi economica si sono manifestate tutte le debolezze e le iniquità sia del nostro sistema di ammortizzatori sociali sia del nostro mercato del lavoro “duale”. Nonostante le misure anti-crisi i lavoratori “atipici” e quelli subordinati delle piccole imprese, godono di minor diritti in costanza di rapporto di lavoro e  spesso sono esclusi dalle protezioni degli ammortizzatori1.  Inoltre il sistema di ammortizzatori italiano tratta i licenziati dalle piccole imprese in modo peggiore di chi viene licenziato dalle  grandi perchè la Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIG) e quella Straordinaria (CIGS) - che, come l’indennità di mobilità, sono soggette all’approvazione discrezionale da parte dell’autorità pubblica - sono riservate alle imprese più grandi.
Noi siamo a favore di riforme strutturali – e nell’articolo sul libro discutiamo qualche proposta specifica2 - in quanto il mercato del lavoro italiano necessita sia sul piano della funzionalità sia su quello dell’equità sociale di un disvelamento delle ipocrisie della nostra regolazione e di una omogeneizzazione delle tutela in costanza di rapporto di lavoro e in caso di risoluzione di detto rapporto a fronte di posizioni contrattuali e di situazioni di bisogno sostanzialmente identici. Tra l’altro una disciplina del sistema di ammortizzatori sociali frazionata e differenziata per tipologie di imprese, quale la normativa italiana in materia di CIG e CIGS, appare difficilmente compatibile con la disciplina comunitaria degli aiuti di stato già nel suo regime “normale”, a maggior ragione nella sua versione “in deroga”.
Il problema del mercato del lavoro “duale” o segmentato non è tuttavia limitato alla distribuzione disuguale delle tutele in caso di perdita del lavoro, ma riguarda anche il proliferare di contratti di lavoro cosiddetti “atipici” cui trovano applicazione diritti e tutele in favore dei prestatori di lavoro assai più ridotte di quelle applicate ai contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato c.d. “standard”. Nel nostro Paese la tendenza a ricorrere anche fittiziamente a forme di lavoro temporaneo, autonomo o parasubordinato, è causata dalla esigenza delle imprese di “fuggire” dall’ambito di applicazione degli oneri economici indiretti e della disciplina giuridica che si applicano al lavoro subordinato.
Per affrontare il problema della precarietà del lavoro anche l’ultima legge finanziaria del governo Prodi ha affrontato soltanto una parte del problema stabilendo che un contratto di lavoro subordinato a termine non possa ripetersi non più di 3 volte; essa, tuttavia, non ha introdotto alcun nuovo limite all’utilizzo dei contratti parasubordinati (co.co.pro e partite IVA). In assenza di una distinzione corretta tra lavoro autonomo e subordinato che sia funzionale ad una più equa ed efficiente redistribuzione delle protezioni contrattuali e sociali, i contratti parasubordinati  non potranno che continuare ad essere utilizzati dalle imprese in modo proprio o fittizio per sottrarsi dagli oneri della regolazione del contratto di lavoro subordinato “standard”.
Il riordino delle tipologie contrattuali “parasubordinate” e il contestuale cambiamento in senso estensivo del tipo di contratto di lavoro subordinato “standard”, attraverso appunto la previsione di un nuovo “contratto unico” per tutti i prestatori di lavoro legati organicamente e continuativamente a un’impresa, cui non vendono un servizio autonomo ma semplicemente le loro prestazioni di lavoro, sono a nostro parere iniziative necessarie per risolvere il dualismo generazionale del mercato del lavoro italiano addivenendo ad una omogenea e sostenibile disciplina protettiva di tutti i rapporti di lavoro che rispondono a questi caratteri sostanziali.
Esistono modi diversi di concepire un contratto unico, ognuno con i suoi pregi e difetti. Alcune di esse sono “radicali” in quanto cambiano profondamente il contratto di lavoro e le leggi sul licenziamento – per esempio la proposta di Ichino che commentiamo nell’articolo- altre hanno carattere “minimale o graduale” perché prevedono cambiamenti al contratto di lavoro indeterminato standard esistente. A nostro parere si dovrebbe affrontare direttamente il problema della certezza della reintegrazione in caso di annullamento del licenziamento e sul suo effetto dissuasivo, e accettare il trade-off di una riduzione della garanzie su questo fronte per ottenere una drastica riduzione delle forme di contratto “atipico” ridefinendo il lavoro dipendente sulla base della dipendenza economico/organizzativa del lavoratore e non sulla base dell’eterodirezione, ormai divenuto un elemento non più sicuramente rilevatore di tutte le posizioni contrattuali dei prestatori di lavoro bisognose di una tutela giuridica “forte”. Una soluzione di questo genere che interviene direttamente sulla stessa nozione e sulla disciplina sostanziale del lavoro prestato alle dipendenze dell’impresa è preferibile rispetto ad interventi di dettaglio su istituti processuali volti a depotenziare la tutela giuridica del lavoro subordinato, quale appunto la proposta governativa (contenuta nel “collegato” alla legge finanziaria rinviato dal Presidente della repubblica alle Camere) di inserire nel contratto di lavoro, previa certificazione al momento della stipula all’inizio del rapporto, delle clausole di ricorso obbligatorio al giudizio arbitrale secondo equità in caso di contenzioso. Queste clausole infatti espongono il lavoratore al rischio del ricatto, nel momento di maggior debolezza alla firma del contratto di lavoro, di dover sostanzialmente rinunciare ex ante ad avvalersi della tutela imperativa offerta dalla legge, in particolare della tutela della reintegrazione avverso un licenziamento ingiustificato prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

1 Berton, Richiardi e Sacchi (Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà, Il Mulino, 2009) stimano che i requisiti imposti per l’accesso escludono dall’indennità di disoccupazione ordinaria circa il 30% dei lavoratori a tempo indeterminato part-time e circa il 60% dei titolari di un contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori con contratto a tempo determinato e dei lavoratori interinali. Poco meno è la percentuale di lavoratori “atipici” esclusa dall’indennità straordinaria.
2  Una versione estesa del contributo è in uscita nel volume ‘‘L’Italia possibile. Equità e crescita’’ di www.nelmerito.com per i tipi di Brioschi editore.


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