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UNA RIFLESSIONE SU MEZZOGIORNO, FLUSSI MIGRATORI E STRUTTURA PRODUTTIVA E-mail
Mezzogiorno
di Giuseppe Celi
16 aprile 2010
mezzogiornoRecentemente alcuni studi e/o rapporti di istituti di ricerca italiani - come la Svimez e la Banca d’Italia - hanno evidenziato come  i flussi migratori interni al territorio italiano siano ripartiti in modo significativo negli ultimi anni. In particolare, l’emigrazione dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord ha rappresentato la parte più consistente di tali flussi.

Recentemente alcuni studi e/o rapporti di istituti di ricerca italiani - come la Svimez e la Banca d’Italia - hanno evidenziato come  i flussi migratori interni al territorio italiano siano ripartiti in modo significativo negli ultimi anni. In particolare, l’emigrazione dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord ha rappresentato la parte più consistente di tali flussi. Questa breve riflessione si propone di inquadrare il fenomeno nell’ambito dei processi di integrazione economica internazionale che hanno coinvolto in modo differenziato il Nord e il Sud del paese.
L’ultimo rapporto della Svimez (2009)1 ha offerto una rappresentazione  descrittiva non decisamente felice per il Mezzogiorno. Basta riepilogare alcune evidenze che emergono dai dati.
Questi ultimi segnalano effettivamente che il divario produttivo tra Sud e Centro-Nord si è allargato: dal 2000 al 2008  il Sud è cresciuto ad un tasso che è quasi la metà del C-N (0,6% contro l’1% in termini di tasso medio annuo).
E’ abbastanza sconsolante registrare che il peso del Mezzogiorno sul PIL nazionale non è cambiato dal 1951: nel 2008 è sempre il 24%.
La crescita dell’occupazione nel 2008 è stata pari allo 0 contro 1,4% del Centro-Nord.
Il PIL per abitante al Sud è molto lontano dal dato riferito al Centro-Nord: è meno del 60% del Centro-Nord (17.482 euro, il 57,5 per cento del Centro-Nord, che è pari a 30.380 euro).
Questi dati colgono solo in parte il trend recessivo partito con la crisi finanziaria della fine del 2008. L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulle economie regionali (dicembre 2009)2 segnala che la caduta dell’occupazione della prima metà del 2009 è stata più pronunciata al Sud rispetto al Centro-Nord; il fatto poi che il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno sia rimasto costante, nonostante il calo occupazionale, è indicativo di un aumento dei disoccupati scoraggiati meridionali che risultano come inattivi.
Pertanto, mettendo velocemente insieme alcuni dati macroeconomici riportati negli ultimi rapporti congiunturali, si ha l’impressione che il divario territoriale nell’economia italiana sia  decisamente aumentato. Tuttavia, per offrire un quadro interpretativo meno estemporaneo sulle dinamiche recenti che hanno riguardato la collocazione del Mezzogiorno nell’economia italiana e internazionale, è utile partire da alcune evidenze empiriche che riguardano i flussi migratori sia esterni (relativi cioè all’immigrazione dall’estero) sia interni (relativi all’emigrazione dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord).
Il primo dato interessante è contenuto in un approfondimento sull’immigrazione riportato nel rapporto 2008 della Banca Italia sull’economia delle regioni italiane3. Gli immigrati - che hanno un più alto tasso di occupazione rispetto agli italiani - hanno contribuito a sostenere il tasso di occupazione soprattutto nel Centro- Nord. Le loro remunerazioni sono inferiori a quelle degli  italiani a causa di un più basso livello di scolarità, di una maggiore concentrazione in imprese meno produttive, perché impegnati in mansioni con un più basso livello di qualificazione. Un aspetto, però, colpisce particolarmente. E cioè che  i residenti stranieri  nel Mezzogiorno hanno un grado di istruzione inferiore a quelli residenti nel Centro-Nord. Questo, a mio avviso, è un segnale che il divario nella struttura produttiva tra Nord e Sud  è ancora cruciale nel determinare i differenziali di sviluppo tra le due aree, oltre ovviamente ad altri fattori importanti - e attualmente assai enfatizzati - come il capitale sociale, le istituzioni, etc.  
Il secondo dato che fa riflettere è citato nell’ultimo rapporto della Svimez richiamato in precedenza e riguarda i flussi migratori in uscita dal Mezzogiorno: negli ultimi 10 anni dal Sud sono emigrate 700.000 persone. In realtà, la mobilità fattoriale di per sé non è un elemento negativo perché in un sistema economico efficiente i fattori si muovono per trovare un’allocazione produttiva ottimale. In effetti, fino a pochi anni fa gli economisti erano impegnati a risolvere il seguente puzzle: come mai, a fronte di un aumento del divario tra Nord e Sud nel tasso di disoccupazione, si registra una bassa mobilità del lavoro? Una delle spiegazioni che veniva avanzata era legata ai livelli assoluti del tasso di disoccupazione: anche in presenta di un allargamento del divario, se il tasso di disoccupazione è mediamente elevato questo significa che comunque il mercato del lavoro non dà segni di sostanziale ripresa; questa circostanza scoraggia la mobilità4. In effetti, a prescindere dalla crisi recente, negli ultimi anni il tasso di disoccupazione è mediamente diminuito - pur permanendo il divario - e la mobilità è ripartita. Quindi, questa ripresa dei flussi migratori non è così sorprendente
Tuttavia, ciò che desta preoccupazione è il fatto che sono soprattutto individui con un grado elevato di istruzione coloro che emigrano: ben il 40% dei laureati meridionali con il massimo dei voti emigra verso il Centro-Nord, perché qui trovano una remunerazione di quasi il 50% superiore a quella che potrebbero avere al Sud, anche se i contratti sono meno stabili. Sono quindi le risorse migliori, le persone dotate di capitale umano altamente qualificato quelle che emigrano compromettendo la crescita di lungo periodo del Mezzogiorno.
A mio avviso, la tipologia di flussi migratori degli ultimi anni in uscita dal Sud e le differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno nelle caratteristiche degli immigrati dall’estero sono strettamente legate all’evoluzione della specializzazione produttiva che ha interessato le varie aree del paese nel contesto dei processi di integrazione internazionale. Mi spiego meglio e provo ad avanzare un quadro interpretativo.
Negli ultimi 20-30 anni, in Italia come in altri paesi avanzati si è assistito ad un upgrading della forza lavoro occupata (un aumento del rapporto lavoro qualificato/lavoro non qualificato) indotto dal cambiamento tecnologico ma anche dai processi di integrazione internazionale con i paesi emergenti. Se guardiamo al contenuto fattoriale dei flussi commerciali tra paesi avanzati e paesi emergenti, notiamo un maggiore rapporto lavoro qualificato/lavoro non qualificato nell’export dei paesi avanzati e un minor rapporto lavoro qualificato/lavoro non qualificato nell’export dei paesi emergenti.
Se è così, l’integrazione tra paesi avanzati e paesi emergenti ha comportato uno spiazzamento  di lavoro non qualificato nei paesi avanzati e quindi un upgrading della forza lavoro occupata. Questa dinamica ha sicuramente interessato il Nord Italia ma molto meno il Mezzogiorno: se guardiamo alle produzioni del Nord, queste sono complementari in termini di contenuto fattoriale a quelle dei paesi emergenti; mentre, se guardiamo ai beni esportati dal Mezzogiorno questi sono sostituti dei beni importati dai paesi emergenti (in termini di contenuto fattoriale). Quindi l’effetto di composizione e di riqualificazione della forza lavoro occupata - e specularmene di riduzione della domanda relativa di lavoro non qualificato -, dovuto al commercio internazionale, opera nel Nord ma non nel Mezzogiorno che invece non subisce effetti di composizione sulla forza lavoro ma subisce gli effetti di una maggiore concorrenza tout court da parte dei paesi emergenti, quindi un effetto sul livello e non sulla composizione dell’occupazione5.
Parallelamente a queste dinamiche relative all’integrazione internazionale negli ultimi decenni si è assistito anche ad un innalzamento dei livelli di istruzione in Italia che ha interessato sia il Nord che il Sud del paese: tralasciamo indicatori fini come i tassi di abbandono o il PISA o altro; qui si parla di tassi di scolarità6. Diciamo che in un arco di tempo lungo c’è stata una convergenza Nord-Sud dei livelli di scolarizzazione della forza lavoro: il problema è allora che questa crescita nel livello di istruzione dell’offerta di lavoro nel Mezzogiorno, che pur c’è stata, non si è tradotta in maggiore qualificazione del lavoro incorporato nelle produzioni meridionali.
Si può pensare, allora, che queste due dinamiche - divergenza nella struttura produttiva dovuta all’integrazione internazionale e convergenza nei livelli di istruzione verso l’alto - possono aver contribuito a intensificare i flussi migratori di forza lavoro qualificata dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord.
Per concludere, io credo che il divario nella struttura produttiva, che negli ultimi anni si e’allargato anche in virtù delle dinamiche dell’integrazione internazionale, sia cruciale nel determinare i differenziali di sviluppo tra le aree del paese, oltre al gap che interessa altri fattori importanti, ma recentemente eccessivamente enfatizzati, come le istituzioni, il capitale sociale, il capitale umano, il sistema educativo e altro ancora.
In questo quadro interpretativo, le implicazioni di policy sono stringenti: semplici politiche volte alla riqualificazione dell’offerta di lavoro attraverso la formazione, all’innalzamento del grado di istruzione senza interventi di riqualificazione della struttura produttiva nel Sud rischiano di perpetuare nel tempo una situazione di flussi migratori in uscita dal Mezzogiorno, flussi che riguardano soprattutto la forza lavoro con più elevato grado di istruzione. Ovviamente, tutto ciò sarebbe deleterio per la crescita di lungo periodo del Mezzogiorno.

1 Svimez, Rapporto 2009 sull’Economia del Mezzogiorno, Roma 16 luglio 2009.
2 Banca d’Italia, L’economia delle regioni italiane, n.103, dicembre 2009.
3 Banca d’Italia, L’economia delle regioni italiane nell’anno 2008, n.61, 2009.
4 Faini R., Galli G., Gennari P. e Rossi F. (1997), “An empirical puzzle: Falling migration and growing unemployment differentials among Italian regions”, European Economic Review, 41, pp.571-579
5 Cfr. Celi G. and Segnana M.L.(2000),“Trade and labour markets. Vertical and regional differentiation in Italy”, Labour, 14, (3), pp. 441-472.
6 Cfr. Celi G. and  Sportelli M. (2004) “Internazionalizzazione, mercato del lavoro e capitale umano in Italia,  Economia e società regionale, 3/2004.


  Commenti (2)
Scritto da Giuseppe Celi, il 29-04-2010 08:41
Ringrazio per la segnalazione.
Scritto da mariobar, il 27-04-2010 08:53
L'Unione industriale di Napoli promuove il rilancio dell'economia campana e del Mezzogiorno http://notizie.virgilio.it/notizie/economia/2010/4_eprile/22/ fiat_industriali_napoli_dal_piano_opportunita_per_pomigliano ,23973207.html

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