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Economia reale
di nelMerito
09 aprile 2010
economia italianaIl bilancio degli ultimi venti anni non è confortante per l’economia italiana. Il tasso di crescita è stato basso sia rispetto all’esperienza del secondo dopoguerra, sia nel confronto con gli altri Paesi europei. Le disuguaglianze economiche e sociali sono significativamente aumentate.

Le odierne difficoltà vengono da lontano anche se la globalizzazione, la rivoluzione dell’information technology e la recente crisi economica le hanno rese più serie. Le analisi proposte in questi due volumi le riconducono fondamentalmente a tre ‘‘fatti’’. Di fronte all’inasprimento della competizione internazionale, l’economia italiana ha continuato a privilegiare la via dei bassi salari piuttosto che quella dell’innovazione e degli investimenti volti a sostenere la crescita della produttività. Essa ha sottovalutato l’importanza, per il sistema nel suo complesso, dell’efficienza del settore dei servizi conservandone in ampia misura i regimi protezionistici e le rendite di monopolio. Essa, infine, ha mantenuto in vita un sistema di welfare non universalistico, che risulta ormai insufficiente a rispondere alle nuove esigenze di assicurazione sociale e a governare i processi redistributivi.

Questi fatti hanno definito un quadro generale che si è rivelato con il trascorrere del tempo sempre più inadeguato per fare fronte ad un contesto in rapido cambiamento. Mentre le barriere protezionistiche venivano progressivamente meno nel corso degli anni Novanta e l’approdo all’Unione monetaria europea vanificava lo strumento della svalutazione, la concorrenza sul costo del lavoro è divenuta un’arma sempre meno efficace per far fronte alle sfide imposte dal nuovo ordine internazionale. Al contempo, i vincoli di finanza pubblica hanno reso intollerabili le inefficienze nei servizi; mentre la diffusione di rapporti di lavoro flessibili e l’invecchiamento della popolazione hanno posto sotto stress il ruolo di “supplenza” della famiglia e reso evidenti i limiti del welfare State italiano.

Questo quadro richiede un’attenta riflessione per andare alla radice dei problemi e, d’altro canto, è necessario uno sforzo sul piano propositivo per aggiornare lo spirito riformatore che ha contrassegnato l’Italia negli anni Novanta. In un Paese aperto agli scambi con l’estero, la crescita economica dipende da quattro fattori cruciali: (i) la tecnologia; (ii) l’accumulazione del capitale; (iii) il funzionamento dei mercati; (iv) le istituzioni di governo dell’economia. Esaminiamo le criticità relative a ciascuno di questi  punti e le strade per affrontarle.

Sul fronte della tecnologia, l’Italia è rimasta specializzata nei settori tradizionali della manifattura (meccanica leggera e comparti del made in Italy) che sono poco dinamici nel processo di crescita mondiale e sono oramai esposti ad una forte concorrenza da parte dei paesi emergenti. Gli sforzi per riconvertire le produzioni all’interno dei settori tradizionali innalzando la qualità dei prodotti, anche se coronati da successo, non hanno modificato il carattere strutturale di un sistema produttivo che rimane in larga misura fuori dalle specializzazioni a più alto contenuto tecnologico. Il sistema produttivo italiano ha affrontato la sfida del rinnovamento non lungo la linea della riconversione delle attività e delle nuove tecnologie, quanto piuttosto perseguendo il recupero della competitività soprattutto sul fronte del costo del lavoro. Gli interventi per accrescere la flessibilità nell’utilizzo del lavoro – passo comunque necessario per rispondere alla globalizzazione – hanno facilitato questo tentativo. Il contenimento dei salari, tuttavia, è diventato un incentivo perverso che ha scoraggiato gli investimenti innovativi da parte delle imprese. Per evitare questo esito, è necessario ripensare le modalità attraverso le quali è stata introdotta la flessibilità nel nostro mercato del lavoro, in modo da renderla funzionale al cambiamento organizzativo e all’agevolazione dei processi innovativi e delle riconversioni industriali piuttosto che a generare riduzioni del costo del lavoro. Muoversi in questa direzione impone anche di limitare la segmentazione presente nel mercato del lavoro, operando per la semplificazione delle forme contrattuali e la loro tendenziale unificazione in un unico istituto.

Non avere colto globalizzazione e rivoluzione tecnologica come opportunità per il Paese si è riflesso in un’inadeguata accumulazione di capitale fisico (pubblico e privato) e di capitale umano. Il fenomeno ha interessato l’intera struttura produttiva del Paese ed in particolare il settore dei servizi ancor più di quelli manifatturieri, che sono esposti alla concorrenza internazionale, e ha inciso negativamente soprattutto sull’introduzione di tecnologie dell'informazione e della comunicazione. L’interpretazione proposta in questi volumi è che la modesta accumulazione sia andata di pari passo con la redistribuzione del reddito a sfavore dei salari e a favore della remunerazione del capitale. Occorre dunque stimolare l’accumulazione del capitale. A questo fine sarebbe utile un ripensamento della contrattazione salariale che canalizzi le tensioni distributive con modalità diverse da quelle attualmente presenti nell’agenda del governo e nel dibattito pubblico. Si rende necessaria la stipula di un patto tra le parti sociali per lo sviluppo legando la crescita dei salari non a quella della produttività effettivamente realizzata ma a quella programmata, o contrattata dalle parti sociali, in modo tale da creare i giusti incentivi per il sistema produttivo. E’ necessario poi che lo Stato giochi il suo ruolo nel promuovere gli investimenti e l’attività di ricerca e sviluppo ma questo deve avvenire all’interno di un assetto di governo che eviti lo spreco di denaro pubblico come è avvenuto in passato.

Lo sviluppo dell’economia si nutre anche di mercati che funzionano bene. A questo fine  occorre recuperare e aggiornare il progetto delle liberalizzazioni. Per taluni aspetti, le privatizzazioni hanno rappresentato un fattore di ammodernamento del Paese, ma in generale non si sono accompagnate ad un migliore funzionamento dei mercati. Nei settori dei servizi di pubblica utilità, si registra la mancata realizzazione di un coerente assetto regolatorio: avviata negli anni Novanta, ma non completata, la regolazione è stata infatti messa in discussione e indebolita nel corso dell’ultimo decennio. Come conseguenza, le rendite di mercato, anziché ridursi, si sono trasferite in misura significativa dal pubblico al privato. Negli ultimi anni il quadro è addirittura peggiorato con interventi discrezionali del potere politico che hanno disatteso i principi base di un assetto stabile e tecnico di governo dei mercati. Occorre consolidare il sistema delle autorità indipendenti, estendendolo ai settori ancora sprovvisti, e rafforzare la loro indipendenza da altre funzioni dello Stato, codificando in modo preciso il ruolo di indirizzo della politica. Occorre anche dare un assetto stabile al sistema delle concessioni, delle autorizzazione e dei contratti di servizio che spesso sono risultati incapaci di perseguire un interesse pubblico.

Alle carenze del disegno di regolazione si è accompagnato un serio indebolimento della capacità del soggetto pubblico di operare in modo virtuoso, quando ha continuato a intervenire direttamente nell’economia. Come imprenditore, lo Stato ha oscillato tra la massimizzazione del profitto (per sanare la finanza pubblica) e lo sfruttamento del monopolio pubblico per mantenere le inefficienze di alcune imprese; come programmatore, lo Stato non è riuscito a rendere più efficienti le decisioni di spesa e i programmi più tipici di intervento (Mezzogiorno, infrastrutture, politica industriale, politica energetica e ambientale); infine, come responsabile dell’amministrazione pubblica, lo Stato ha perpetuato le inefficienze del passato. E’ emerso così un quadro generale di inadeguatezza del governo dell’economia, nel quale né le istituzioni né i mercati hanno svolto la parte che ci si sarebbe dovuti attendere.

La riqualificazione dell’azione del pubblico deve riguardare sia gli interventi volti a favorire l’iniziativa privata, evitando al contempo l’insorgere di fallimenti del mercato, sia le modalità di decisione e di attuazione di quelle scelte che hanno natura irriducibilmente pubblica, e pertanto dimensione politica. Tutto ciò richiede una pubblica amministrazione capace di compiere scelte lungimiranti, soprattutto nel campo dei servizi e delle infrastrutture, e di realizzarle con efficienza.

L’inadeguatezza delle istituzioni di governo dell’economia ha investito anche le politiche pubbliche che hanno come obiettivo primario il rafforzamento della coesione sociale. L’aumento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito è parte di una vicenda mondiale che coinvolge quasi tutti i paesi sviluppati per effetto di molti fattori, tra cui l’eccesso di offerta di lavoro a basso costo. Ma in Italia questo fenomeno è da tempo più grave che altrove, perché risente delle caratteristiche del nostro sistema di welfare e fiscale e di alcune decisioni politiche che difficilmente possono essere ricondotte al bene comune. Le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto una polarizzazione tra lavoratori che godono di ampie tutele, pure a fronte di una bassa remunerazione, e lavoratori mal remunerati e senza tutele (lavoratori autonomi e a tempo determinato). Il sistema fiscale non ha mai sanato le ataviche distorsioni legate all’evasione, continuando anzi ad allargare il solco che distingue e penalizza i percettori di reddito di lavoro dipendente. Le politiche di welfare, di fronte ai vecchi problemi e a nuovi scenari contraddistinti da forti elementi di discontinuità - quali l’allungamento della durata media della vita e i fenomeni migratori - non sono state in grado di ammodernare l’offerta dei servizi sociali, di dare definitiva soluzione al problema pensionistico, di favorire la formazione dei nuclei familiari, di introdurre misure universalistiche di protezione sociale.

Di fronte a questo quadro, è necessario accrescere la capacità redistributiva e assicurativa del welfare State, agendo sia sull’efficacia dei trasferimenti e dei prelievi, sia sull’efficienza dei servizi alla persona, con misure di protezione a carattere universale che coprano anche i segmenti particolarmente deboli e rendendo più incisive le politiche di spesa sociale. E’ ugualmente necessario riconsiderare il sistema di imposte e trasferimenti che costituisce uno snodo centrale tra capacità di crescita economica e correzione delle disuguaglianze. In questa prospettiva non sembra ragionevole eliminare la progressività nella tassazione dei redditi, mentre sembra opportuno prevedere misure fiscali a favore della costituzione di nuclei familiari e misure che sostengano i redditi più bassi anche  introducendo un reddito minimo di inserimento. Infine, è necessario che il disegno delle istituzioni di welfare State sia in grado di valorizzare appieno il ruolo dello Stato come assicuratore contro i rischi sociali, una funzione che è tornata prepotentemente alla ribalta a seguito della recente crisi finanziaria; perché solo un’adeguata combinazione della funzione redistributiva con quella di assicurazione sociale può offrire la chiave per accrescere i margini di compatibilità tra crescita economica e coesione sociale.
  Commenti (1)
Generare conoscenza e impresa
Scritto da Riccardo Colombo, il 10-04-2010 15:09
Trovo l'articolo molto interessante perché sintetizza i termini del problema Italia. Vorrei proporre altri due temi: il declino del nostro sistema di istruzione e il decadimento della crescita della conoscenza proprio nel momento in cui essa diviene sempre più una leva competitiva fondamentale; lo scarso orientamento alla creazione di nuove imprese, ossia ci sono pochi strumenti per agevolare nuove iniziative imprenditoriali. E' giusto parlare di walfare ma occorre ricordarsi che ciò che è fondamentale è creare lavoro qualificato e quindi nuove imprese in settori ad alta tecnologia. Infine, probabimente mi è sfuggito, ma non ho capito a quali volumi ci si riferisce.

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