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IL COSTO DI CITTADINANZA* E-mail
Enti locali
di Bernardo Pizzetti
02 aprile 2010
altroconsumoIl Parlamento ha da poco licenziato l’ennesima legge “di riforma” dei servizi pubblici locali (SPL) che si limita a rendere obbligatoria la gara per individuare quale debba essere il soggetto erogatore o per scegliere il socio privato della società pubblica titolare dell’affidamento diretto.
* Anticipazione da Consumatori, Diritti e Mercato

Il Parlamento ha da poco licenziato l’ennesima legge1 “di riforma” dei servizi pubblici locali (SPL) che si limita a rendere obbligatoria la gara per individuare quale debba essere il soggetto erogatore o per scegliere il socio privato della società pubblica titolare dell’affidamento diretto 2. Con la precedente legge finanziaria per il 20083, furono introdotte una serie di disposizioni che avevano quale criterio di riferimento generale l’assunzione del punto di vista dell’utente del servizio, piuttosto che quello di tutela della concorrenza che costituisce il quadro di riferimento generale della nuova normativa. Rimane pertanto ancora irrisolto il tema di come sia possibile far aderire con sempre maggiore precisione la qualità, la quantità ed i prezzi dei SPL alle esigenze dei cittadini e dei territori, a partire dalla centralità del sistema di raccolta delle informazioni utili al confronto del settore, senza la quale le possibilità di analisi rimangono affidate a “sensazioni” veicolate da schemi di pensiero eccessivamente accademici, piuttosto che da un quadro oggettivo e condiviso di riferimento.

E’ stata questa necessità informativa che ha spinto il Ministero dello Sviluppo Economico (MSE) - con il supporto tecnico dell’Istituto per la Promozione Industriale (IPI) - a realizzare nel corso del 2008 un progetto per indagare i costi che le famiglie sostengono per i principali servizi pubblici, quali la fornitura di gas, acqua ed elettricità, i trasporti locali, la raccolta dei rifiuti, l’asilo nido ed alcune prestazioni sanitarie.

La ricerca parte dall’osservazione che i cittadini sono “obbligati” a sostenere determinate spese che dipendono solo in misura limitata dalla quantità e qualità dei beni e servizi acquistati mentre, per gran parte, sono condizionate dalle politiche tariffarie vigenti nel territorio di residenza. L’insieme di tali spese è stato definito “costo di cittadinanza”. Il concetto non è univocamente determinato ma dipende dalla soglia che si ritiene di attribuire al carattere di territorialità (e, quindi, di “obbligatorietà” nella spesa) dei diversi servizi. Infatti, oltre alla fornitura dei servizi locali le famiglie sono sottoposte anche a tributi locali come l’ICI (finché in vigore) e le addizionali IRPEF.

Il radicamento “territoriale” di molte voci di spesa non si limita ai soli servizi pubblici o all’imposizione locale ma tocca anche costi come quelli per l’assicurazione obbligatoria dei veicoli a motore (che è influenzata dal luogo di residenza), fino a tutti quei beni e servizi, anche di largo consumo, che sarebbe comunque eccessivamente oneroso acquistare lontano dalla propria abitazione.

E’ quindi possibile definire il costo di cittadinanza attraverso successive approssimazioni, procedendo da un “nucleo” di spese essenziali che può essere progressivamente allargato a seconda delle necessità analitiche.
 
Il progetto si è concluso a dicembre 2008 con la stesura di un “Rapporto sul costo di cittadinanza”4 nel quale viene proposto un confronto fra le 14 aree metropolitane italiane. La spesa complessiva che tali tariffe determinano sulla popolazione è stata misurata assumendo che ciascun nucleo familiare consumi quantità standard predefinite di ogni servizio, indipendentemente dalla città in cui risiede, per consentire un più agevole confronto fra i livelli di costo dei diversi servizi.

Fra i principali risultati dell’indagine è emerso che nel 2007, per usufruire di un paniere di servizi locali essenziali (con esclusione delle imposte) una famiglia standard ha speso in media 2.816 euro, cioè 235 euro al mese. La città più costosa è risultata Cagliari (con 3.237 euro, il 14,9% in più della media) mentre, al contrario di un diffuso senso comune, almeno per chi vi risiede la città più economica è Venezia (con 2.598 euro, il 7,8% in meno della media). Se a questa somma si aggiungono le imposte locali, la spesa complessiva sale nella media a 3.778 euro, con un minimo di 3.178 euro a Venezia ed un massimo di 4.025 euro (sempre a Cagliari).

In generale non esiste una città in cui, in assoluto, tutti i servizi costano meno, né una uniformemente più cara. Le graduatorie variano sensibilmente a seconda delle voci di spesa considerate. Ad esempio a Cagliari, città dove il costo di cittadinanza per l’energia è più elevato, la spesa per il complesso degli altri servizi è la più bassa. Al contrario, a Venezia alcune spese sanitarie, i biglietti dei trasporti urbani ed i taxi hanno costi tra i più elevati. In effetti, nella maggior parte delle città, un costo più elevato di determinati servizi corrisponde a prezzi e tariffe più basse per altre voci di spesa.

I confronti territoriali offrono vasta possibilità di analisi su aspetti sia settoriali che generali. Uno dei dati “inediti” che è stato possibile ricavare dalla ricerca riguarda il fatto che se la famiglia standard avesse potuto acquistare ciascun singolo servizio nella città in cui costa meno, avrebbe speso 2.159 euro.

Tale soglia può quindi essere interpretata come la “frontiera teorica efficiente” della produzione dell’insieme dei servizi locali di base e la differenza tra essa ed il costo standard sostenuto in ciascuna città, fornisce una misura approssimativa della relativa inefficienza di un determinato territorio nella fornitura dei servizi essenziali.

L’analisi delle differenze nel livello di spesa e quella della distanza dalla “frontiera efficiente”, consentono di individuare le aree critiche di un servizio o di un territorio; è tuttavia necessario sottolineare che una migliore e completa comprensione dei fenomeni analizzati sarà possibile una volta collegati agli indici di costo altrettanti indicatori di quantità e di qualità, secondo metodologie condivise e sulla base di dati oggettivi. L’organizzazione della raccolta di tali dati costituisce la nuova frontiera che occorre iniziare a percorrere.

Il soggetto istituzionale presso cui allocare queste funzioni non può che essere una autorità indipendente di regolazione nazionale dei SPL che possa assolvere questa ed altre funzioni.

1 Legge n. 166 del 20 novembre 2009, di conversione del Decreto Legge 25 settembre 2009, n. 135.
2  Il lettore eventualmente interessato può trovare una critica dell’autore all’impianto generale della nuova legge di riforma dei SPL su www.sbilanciamoci.info .
3  Ci si riferisce all’art. 2 comma 461 della Legge n. 244 del 24 dicembre 2007 (legge finanziaria per il 2008).
4 Disponibile sul sito www.sviluppoeconomico.gov.it


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